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Direttore responsabile Alessandro Longo

L'analisi

Apprendere ricercando: la fine della didattica nozionistica

di Paolo Ferri e Stefano Moriggi, università La Bicocca

24 Dic 2012

24 dicembre 2012

Il nuovo modello di setting didattico 2.0 richiede più investimenti in formazione per la Scuola 2.0

La rivoluzione digitale nella scuola si può attuare solo se oltre a Internet e ai tablet, nelle classi, si attueranno da parte degli insegnanti metodologie didattiche nuove, abilitate dalle stesse tecnologie.  Si tratta di mandare in soffitta la vecchia lezione frontale, trasmissiva ed enciclopedica e di rendere attivi gli studenti. Una didattica della scoperta e della ricerca e del resto molto più motivante di uno studio passivo e libresco, sia per gli studenti che per gli insegnanti.

Dalla scuola di massa alla scuola del talento della creatività e della tolleranza

La transizione al digitale nel mondo della scuola è sempre più veloce. Non sono le tecnologie in sé che cambiano i processi formativi, ma le pratiche concrete e il lavoro degli insegnanti e degli alunni che riscrivono spazi e modi delle strategie di apprendimento, dentro e fuori la scuola. In particolare, la generazione dei nativi digitali sta sviluppando una inedita relazione con gli strumenti tecnologici; e questa relazione investe tutti gli ambiti della loro vita, dal gioco alle relazioni sociali, fino al modo in cui si rapportano ai saperi (Ferri, Nativi digitali, Bruno Modadori 2011).

Proprio la riflessione su queste pratiche permette di delineare un nuovo scenario concettuale rispetto ai processi di apprendimento e di insegnamento. Le nuove tecnologie propongono per la prima volta a livello planetario di rompere gli schemi della scuola trasmissiva di massa, mantenendone tuttavia il carattere egualitario e democratico.

In passato, infatti, l’apprendere attraverso il fare e lo scoprire (learning by doing) era riservato a pochi contesti di élite, mentre – per ragioni economiche e strutturali – la scolarizzazione di base nei paesi occidentali si è svolta secondo un modello trasmissivo ed enciclopedico.

Apprendere facendo concrete esperienze, sensate riflessioni su queste pratiche e revisioni razionali delle evidenze acquisite – come dimostra la stessa logica della scoperta scientifica – offre allo studente un approccio critico e tollerante all’acquisizione delle conoscenze.

Le tecnologie digitali, oggi, garantiscono l’opportunità – se sostenute da adeguate politiche di welfare dell’apprendimento (diritti di cittadinanza digitale, accesso universale, ecc.) – di estendere all’intero sistema formativo dei paesi sviluppati (dalla Scuola Primaria all’Università) questo tipo di approccio. Almeno per almeno tre ragioni:

1             le tecnologie digitali “naturalmente” inducono a un metodo interattivo e sociale nell’accostarsi alla conoscenza (Point; click and share);

2             gli alunni e gli studenti nativi digitali praticano spontaneamente fuori da scuola questo tipo di comportamenti attraverso social-network e strumenti di comunicazione istantanea cui accedono attraverso notebook, consolle per video giochi, smartphone;

3             i costi della infrastrutturazione tecnologica sono calati vertiginosamente negli ultimi dieci anni.

L’insieme di questi fattori sta producendo un concreto ed evidente cambiamento nel setting e nella stessa costituzione materiale della scuola (in Europa, tale cambiamento è già stato recepito e formalizzato negli Obiettivi di Lisbona per l’armonizzazione dei sistemi formativi) [1].  

E’ evidente, anche, come le condizioni di possibilità per questa evoluzione non possano prescindere, in Italia, da rilevanti investimenti nell’infrastrutturazione digitale della scuola. Più in dettaglio:

1) una connessione wifi a banda larga, meglio in fibra (che copra tutte le classi dell’istituto scolastico);

2) un notebook per l’insegnante e 4/5 notebook o tablet per gli studenti;

3) un video proiettore (eventualmente interattivo) o una lavagna interattiva multimediale (LIM);

4) Un ambiente virtuale per l’apprendimento (Learning Management Sistem / Virtual Learning Environment) che permetta di gestire i contenuti digitali e le attività didattiche che si svolgeranno on line.

Non più studenti ma “ricercatori”, non più insegnati ma “direttori di ricerca”

Lo scenario che dunque si prospetta a livello internazionale è quello di una radicale  riorganizzazione dei metodi e delle pratiche didattiche abilitate dalle nuove tecnologie digitali. Secondo la nostra proposta, il tempo-scuola di insegnanti e studenti nell’era digitale potrebbe risultare suddiviso in tre tipologie di attività di insegnamento/apprendimento

a     Tool Box

E’ l’avvio del processo didattico: si tratta di una attività, solo apparentemente vicina alla didattica frontale tradizionale. In realtà, l’insegnante si vedrà impegnato nel delineare i tratti concettuali essenziali alla comprensione dell’area tematica da affrontare, evidenziando – tanto sincronicamente quanto diacronicamente – le connessioni interdisciplinari e i nuclei problematici fondamentali (anche utilizzando i materiali digitali precedentemente carica sul VLE/LCMS). Il tutto, facendo emergere le logiche di indagine e le metodologie di ricerca di volta in volta funzionali al contesto in questione. L’applicazione di un tale approccio didattico, già a questo primo step, richiede  a) una inevitabile selezione dei contenuti da  proporre alla classe; b) un approccio metodologico e critico all’indagine nei differenti campi del sapere.

b     Problem Solving Cooperativo

Questa fase rappresenta il momento centrale della nostra proposta. Gli studenti saranno organizzati dall’insegnante in piccoli gruppi e abilitati a lavorare all’interno di una classe virtuale (LCMS/VLE)  – con il notebook sia  in classe sia a casa. Quindi, sulla base di una scelta di e-tivieties (attività cooperative on-line)[2]

tra quelle loro prospettata d, analizzareventualmente risolvere i problemi emersi durante la Tool box. In questa seconda fase, gli studenti agiranno come piccoli ricercatori, sostituendo lo studio tipicamente concepito come sforzo mnemonico con un’indagine razionale modellata  sulla logica della scoperta scientifica e implementata dagli strumenti di simulazione digitale dell’esperienza e/o di esplorazione e documentazione di fenomeni reali all’interno o all’esterno della scuola. La nostra ipotesi è che sia possibile riplasmare lo stesso concetto di classe nei termini di gruppi di lavoro bayesiani, resi possibile dall’infrastrutturazione tecnologica della scuola. Con il termine “gruppi di lavoro bayesiani” pensiamo a di gruppi cooperativi in presenza e on line che siano in grado di imparare scoprendo insieme e, al contempo, massimizzando il valore della creatività soggettiva e del talento individuale di ciascun membro del gruppo. L’opportunità ci è data proprio riqualificando la classe in piccoli gruppi operativi educati a pensare e agire rivedendo di volta in volta e su base razionale le loro opinioni e conoscenze, sfruttando (implicitamente) quella logica della scoperta scientifica consentita e derivata, appunto, dal cosiddetto calcolo soggettivistico delle probabilità. Una tale metodologia è possibile solo attraverso le funzioni di knowledge management e oggettivazione della conosenza  consentite dagli strumenti di rappresentazione digitale dei saperi.

c     Situation-room

L’insegnante, in questa terza fase, consulterà i suoi “esperti” e “ricercatori” di fiducia (ovvero, gli studenti) per chiedere loro ragione delle metodologie e dei risultati ottenuti, favorendo dunque, attraverso un ulteriore confronto, una metariflessione mediante la quale  i gruppi di lavoro bayesiani possano accrescere, rivedere razionalmente e sedimentare maggiormente le (migliori) evidenze o soluzioni conseguite nella fase del Problem solving cooperativo. In questa terza fase, l’insegnante stabilisce, quindi, un momento di discussione/valutazione che condivide e approfondisce i risultati del lavoro dei singoli team di ricerca, anche attraverso l’utilizzo delle fonti disponibili su Internet come elemento di critica e controllo delle congetture altrui. E’ la fase più dialettica del processo didattico, quella in cui i risultati ottenuti dai singoli gruppi si rendono “pubblici” – proprio come avviene nel dibattito interno alla comunità scientifica.. Si tratta, in sintesi, del momento della valutazione cooperativa “di processo”, cui faranno seguito le “valutazioni sommative individuali”. In questo modo – al di là dell’acquisizione di competenze tematiche e contenutistiche – gli studenti acquisiscono nel tempo la consuetudine 1) al lavoro di gruppo; 2) all’onestà intellettuale di sottoporre al controllo pubblico le proprie idee e congetture sul mondo e sui saperi; 3) a chiedere conto delle ragioni altrui, esercitando come un diritto/dovere il pensiero critico nell’interesse proprio e del gruppo. Questo processo di confronto pubblico e di revisione razionale dei risultati è di fatto reso possibile  dall’opportunità di lavorare simultaneamente all’interno di una classe reale e di un ambiente virtuale per l’apprendimento (LCMS/VLE). Un tale ambiente, pensato per la gestione condivisa della conoscenza (Knowledge Management) e per il supporto alla conduzione del processo didattico, rende infatti praticabile una serie di operazioni irrealizzabili nei modi sopra indicati all’interno di un contesto esclusivamente analogico.

3.  Conclusioni provvisorie

Più nel dettaglio, l’interazione reale/virtuale all’interno di un contesto formativo ripensato sul modello presentato apre un nuovo orizzonte di opportunità oltre che sul  fronte della didattica anche su quello della valutazione.

Da un punto di vista didattico:

1) l’utilizzo di Internet in classe consente, anche durante la Situation room, l’accesso e l’utilizzo diretto da parte degli studenti a una quantità di nozioni e informazioni  impensabile in un setting gutemberghiano

2) L’elaborazione critica all’interno della classe virtuale dei materiali selezionati (a integrazione dei contenuti forniti dagli editori) facilita la tracciabilità condivisa della propria ricerca (Diario di Laboratorio). Pertanto, non solo documenta la visibilità dei risultati ma anche il processo metodologico e creativo che ha permesso al gruppo di raggiungerli.

3) Tale dimensione pubblica della ricerca obbliga i singoli gruppi – anche in questa fase di esposizione/discussione –  a documentare ogni passaggio del loro lavoro. Il che, inoltre,  induce a una costante ostensione argomentata delle fonti.

Dal punto di vista della valutazione:

1) Il fatto che ogni singola ricerca sia immediatamente disponibile (nello spazio e nel tempo) a tutti i membri del gruppo classe (docente compreso) facilita la comunicazione dei risultati e costituisce il sedimento di una memoria storica e dinamica delle attività dei gruppi. Questo rende concretamente praticabile una reale valutazione del processo di apprendimento collettivo e individuale.

2) All’interno di un ambiente virtuale – di conseguenza – l’insegnante è in grado di ricostruire  (e quindi di valutare) l’effettivo contributo in termini di impegno, creatività, ideazione, collaborazione, progettazione, argomentazione, esposizione e capacità dialettica di ogni singolo “ricercatore”.

Questo tipo di setting didattico mette in evidenza una grande opportunità di “ritorno al futuro” per i sistemi scolastici e formativi – permette, cioè, attraverso le tecnologie digitali dell’apprendimento, di concretizzare su larga scala la buona utopia del learning by doing di John Dewey, rivisto alla luce di un approccio logico-metodologico di  matrice bayesiana.  In particolare, tale proposta riuscirebbe a rivitalizzare la realtà molto spesso “autocentrata” e tradizionale della didattica della scuola italiana. Non sappiamo se e quando questa proposta potrà essere attuata. Ma una cosa è certa: senza un ripensamento radicale del sistema scolastico e di quello universitario e della ricerca sarà molto difficile per l’Italia delle prossime generazioni essere competitiva sulla scacchiera culturale e politica europea.

[1] Gli obiettivi per l’educazione della Strategia di Lisbona sono consultabili al sito http://www.indire.it/db/docsrv//PDF/raccomandazione_europea.pdf;  sullo stato di attuazione degli obiettivi di Lisbona si veda il documento disponibile al sito http://ec.europa.eu/education/policies/2010/doc/progressreport06.pdf

[2] Secondo la definizione di Gilly Salmon il termine identifica un framework di attività finalizzate alla comprensione o all’approfondimeni di un tema  in modo  dinamico e interattivo. Le E-Tivities sono, infatti, basate su un intenso scambio e sul dialogo riflessivo tra gli studenti e i docenti chepuò  svolgere sia all’interno della classe ma sopratutto attraverso un ambiente virtuale per l’apprendimento. Come sostiene Salmon: “E-Tivities are designed to engage online students in meaningful work that captures their imagination and challenges them to grow” (Salmon, 2005). 

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  • Marco Guastavigna

    Ma dov’è la Bicocca? Sulla Luna?

  • Antonio Calvani

    Sorprende in uno studioso quale ti reputo, trovare a tua firma un intervento ingenuo come questo, all’insegna della solita solfa costruttivista, ormai sistematicamente smentita da ogni seria indagine evidence based.

  • statistico

    per favore, evitiamo di scrivere cose errate. La probabilità soggettiva è una delle cose più ingenue che le persone fanno, non c’è alcuna logica razionale è fatta di “sensazioni soggettive”. Inoltre state scomodando erroneamente anche Bayes che non ha mai trattato i gruppi, la probabilità di Bayes è tutt’altra cosa…
    A me pare che stiate usando “parole ad effetto” senza alcun nesso semantico per fare effetto sulle persone, ma in realtà state scrivendo un sacco di cavolate…
    se non sapete la statistica, non usatela per favore, poi ci credo che la scuola va a rotoli…
    Detto in altre parole, la probabilità bayesiana di scrivere cose errate in questo testo è uguale a 1.

  • Giulia Engel

    …e l’uomo, l’individuo, il bambino, il ragazzo, la sua emotività, la sua sensibilità, l’uso così prezioso dei sensi, l’Amore, la Condivisione – peraltro mai coltivati nella scuola – ora si allontaneranno ancora di più. Il gioco di squadra, quello con il contatto fisico…Il confidarsi tutto tra amici….
    Troppo è stato trascurato nel passato, a mio avviso, per essere semplicemente by-passato da tutto ciò che voi descrivete.
    Comprendo che ci crediate. Siete figli del vostro tempo e studiosi. Io ho la vostra stessa età, mi occupo di uomo e di tecnologia ma vi trovo troppo spinti, troppo ambiziosi (pur nascostamente) troppo politici (pur, ancora, nascostamente). Serve molto denaro, ma anche per tante altre cose. L’inclusione, per esempio. Eppure so che la tech aiuta anche questo: non vivo nelle nuvole.
    Ma ammettetelo: il vostro è grasping work. Non amore per la scuola, i ragazzi, l’apprendimento.

    Lieta e curiosa di ricevere una vostra risposta,

    Giulia Engel, superscolarizzata come voi, technologa e umanista come voi ma a cui mancano tanto i colori, che nella scuola dei nostri tempi erano rappresentati solo dai muri grigi. Cominciamo a cambiare da qui. Siamo rimasti tanto indietro, senza accorgercene.

    Un caro saluto.

    Giulia Engel

  • paolo ferri

    Caro Antonio,
    grazie per il tuo commento. E’ una provocazione politico-culturale, non un articolo da rivista. E’ parte di un programma di ricerca piu’ ampio. Per la valutazione stiamo lavorando a test basati sulla logica bayesiana se vuoi ne parliamo piu’ approfonditamente

  • Giulia Engel

    Cari Ferri e Moriggi, se fossi in voi, dopo questi pochi – ma significativi – commenti, mi scaverei la fossa, mi ci metterei dentro e riprirei il mio corpo di terra. E forse rivedrei qualcosa. Magari lo stile? O la presunzione? Ma ormai su questa strada siete. Sennò, la vostra carriera che fine fa?

    Cari saluti da Giulia

  • Franco Landriscina

    Il solito condensato di luoghi comuni vetero-costruttivisti (puerocentrismo, determinismo tecnologico, ignoranza dei più elmentari meccanismi dell’apprendimento) che all’estero da ormai più di un decennio sono soggetto di critiche e revisioni fondate sulla ricerca nelle scienze dell’apprendimento.
    In particolare, balza all’occhio la solità confusione fra “attività” comportamentale (studenti che cliccano e chattano di qua e di la tipo videogame) e attività cognitiva: quando si parla di costruzione attiva della conoscenza non è l’attività comportamentale che conta ai fini dell’apprendimento, ma sono le attività cognitive sollecitate dall’istruzione (selezione delle informazioni rilevanti, organizzazione mentale delle informazioni in strutture coerenti, etc.).
    In quest’ottica, una buona lezione tradizionale, o guardare un bel documentario della BBC comodamente seduto sul divano possono essere più istruttivi di molti corsi “e-learning” o “lezioni multimediali” che si vedono in giro.
    Interattività e multimedialità sono da anni le parole d’ordine di chi vuole semplicemente vendere le tecnologie del momento ad una scuola che avrebbe semmai bisogno di una migliore formazione degli insegnanti, se non di muri, aule di musica, palestre, etc.
    Quanto alla valutazione dell’apprendimento, messa in soffitta da qualche anno come desueta la docimologia, sembra che per forza, non conoscendo tale disciplina, si debba ricorrere ad esotici strumenti (di per se anche interessanti) come le reti bayesiani, invece di partire dalle basi di sane (e più che sufficenti) prove oggettive.
    Tanto poi è il cittadino che paga le varie e inutili LIM del caso, e se gli studenti non imparano nulla di fisica, chinica e biologia poco conta.
    La vera provocazione politica e culturale sarebbe tornare ad occuparsi di apprendimento e insegnamento in termini scientificamente fondati e rifuggendo dai soliti slogan accettati acriticamente.

  • maddalena

    Sono una maestra e mi piace molto il mio lavoro. Non capisco questo accanimento contro la sperimentazione didattica. Dai vostri commenti deduco che ne sappiate molto più di me, ma umilmente vorrei dirvi che la lim è uno strumento meraviglioso e che la didattica del Cooperative learning è inclusiva. Vogliamo una scuola dei bravi? Io no, troppo facile.Quello che sto sperimentando nella mia classe è reale: il gruppo coopera a costruire il sapere di tutti, non del singolo. Nel gruppo ognuno ha il suo ruolo e tutti diventano responsabili dell’apprendimento di tutti. Il lavoro dell’insegnante è quello di organizzare, ma poi ci si mette da parte. La lim è dei bambini, loro la usano per ricercare, capire, costruire mappe concettuali e mentali, presentare il lavoro. Software semplici come leggixme sono fondamentali per permettere a tutti gli alunni, anche i disabili e i dislessici, di avere armi pari. I bambini sono già cambiati, siamo noi insegnanti che non vogliamo metterci in gioco. Il valore dell’insegnamento tra pari è molto importante: apprende chi è in difficoltà e apprende chi insegna ad apprendere, perchè attiva processi metacognitivi di riflessione sul proprio apprendimento. Nella mia esperienza, lim e lavoro di gruppo sono una strategia vincente soprattutto perchè i bambini sono felici di venire a scuola. A volte quando suona la campana li sento esclamare:” … ma uffa, è già ora di andare?”

  • maddalena

    dimenticavo, continuate a studiare, a riflettere e a ripensare la scuola. Nessuna fossa mai per chi cerca, prova, sperimenta e ha il coraggio di dirlo. E metteteci piede spesso nelle nostre classi, dai bambini c’è da imparare.

  • Franco Landriscina

    La sperimentazione didattica non solo è importante, ma fondamentale. Per essere tale, deve però, come tutte le sperimentazioni, seguire delle regole, che sono poi quelle di una sempre più vasta comunità scientifica internazionale, come avviene in altri campi del sapere. Per fortuna, i risultati di queste sperimentazioni sono pubblicati su riviste che oggi grazie ad Internet non sono più appannaggio delle biblioteche universitarie, ma di tutti.
    Ad esempio, nel mese di dicembre la Educational Psychology Review ( (http://link.springer.com/journal/10648?utm_campaign=Education_778805utm_medium=landingpages&utm_source=springer&wt_mc=springer.landingpages.Education_778805)
    ha messo online tutti gli articoli scaricabili gratuitamente!
    Gran parte di queste sperimentazioni (in classe, ma con gruppi di controllo e analisi statistiche dei risultati) mostrano che certe cose che insegnanti e studenti danno per scontate, magari con nobili motivazioni filosofico-politiche, vanno capite meglio nei loro pro e nei loro contro, per arrivare ad una didattica davvero efficace, cioè dove gli studenti imparano, dove anche il singolo abbia il suo sapere, e dove l’insegnante non si metta da parte ma valuti cosa e come si è appreso, non per mettere voti, ma proprio per venire incontro alle esigenze individuali degli studenti.

  • paolo ferri

    Cara Giulia,
    la mia carriera universitaria è prospera e per nulla minacciata da una discussione che mi pare molto interessante e vivace e che dimostra invece come il nostro articolo morda nel vivo di una discussione che è solo all’inizio sugli stili di apprendimento de Nativi Digitali … è in arrivo una replica più strutturata

  • paolo ferri

    A proposito della vivace discussione sul mio pregendente intervento Apprendere ricercando: la fine della didattica nozionistica, una piccola replica per ringraziare tutti coloro che sono intervenuti

    http://www.agendadigitale.eu/competenze-digitali/182_i-nativi-digitali-sono-tra-noi-sul-serio.htm

  • maddalena

    forse capisco davvero poco perchè non comprendo come il nostro fare scuola ogni giorno, il nostro cercare, provare, sperimentare strategie di insegnamento e apprendimento sia solo una nobile motivazione sterile in sè e sicuramente poco efficace, mentre i grandi studi, i raffronti tra gruppi campione debbano per forza sortire una didattica efficace. Sento parlare di varie e inutili lim? Ma chi parla ha provato ad usarle? Siamo proprio sicuri che gli insegnanti non siano in sè i primi ricercatori? Nella scuola ci sono bambini cerebrolesi, ci sono bambini stranieri, ci sono bambini iperattivi, ci sono bambini in difficoltà di apprendimento e ci sono bambini normodotati. Ognuno di loro ha il diritto di stare in classe, non fuori, di fare il proprio percorso di apprendimento. Non credo che questa sia solo una nobile convinzione politica. Credo sia il compito che ci viene affidato come insegnanti. Pensate che sia più facile fare una lezione frontale con verifica o progettare percorsi di apprendimento come il cooperative learning? Vi suggerirei di sedervi accanto ad un bambino cerebroleso un paio d’ore, poi ne riparliamo.

  • Giorgio Donegani

    Già l’anno passato ebbi modo di rendermi conto direttamente della qualità che è in grado di esprimere il signor Paolo Ferri, presenziando presso la scuola Rinascita a un suo intervento, tanto scadente nei contenuti e irritante per l’arroganza del relatore, quanto ben remunerato a scapito delle magre risorse della scuola. Purtroppo, leggendo l’articolo, vedo confermate le prime pessime impressioni. Ma è davvero questo il livello che esprime la ricerca universitaria alla Bicocca?

  • catherine

    Bellissima rivoluzione ma non vorrei rompere le uova….
    Ogni rivoluzione presente opportunità, da voi illustrate, ma anche delle minacce.

    Mi spiego meglio: connessione wifi ovunque, dalle metropolitane ai treni, in macchina, in casa, in ufficio, i cellulari, gli elettrodotti…ormai siamo tempestati da campi elettromagnetici che quotidianamente assorbiamo e in misura maggiore i bambini sotto i 12 anni.

    Non sottovalutiamo questi effetti sulla salute….per maggiori info vedere associazioni elettrosensibili.
    Buona serata.

  • LINA

    PAOLO FERRI E STEFANO MORIGGI COMPIONO UN’ANALISI CONDIVISIBILE , MA POCO ATTENTA ALLA REALTA’ SOCIALE, CULTURALE E POLITICA IN CUI OPERANO I FAUTORI DELLA CONOSCENZA O FACILITATORI DELLA STESSA, PER USARE UNA NUOVA TERMINOLOGIA ( CHE STA, COMUNQUE, PER INSEGNANTI).LE SCUOLE ,IN ITALIA ,PRESENTANO CARATTERISTICHE ABBASTANZA VARIEGATE: NEL NORD OFFRONO MAGGIORI OPPORTUNITA’ NELLA FRUIZIONE DEI MEZZI DIGITALI E TELEMATICI, CHE LE SCUOLE DEL NOSTRO PROFONDO SUD SONO DI LA’ DA VENIRE, PER VARIE RAGIONI, SOLITAMENTE POLITICHE ED ECONOMICHE.QUANTO VIENE DA LORO ILLUSTRATO SAREBBE UTILE TROVASSE GIA’ APPLICAZIONE NELLE VARIE SCUOLE D’ITALIA. MA L’AZIONE POLITICA DEI VARI MINISTRI DELL’ISTRUZIONE, IN ITALIA , MI PARE CHE VADA IN TUTT’ALTRA DIREZIONE, SOPRATTUTTO, IN CAMPO ECONOMICO, MA ANCHE CULTURALE!

  • Franca

    Insegnante sessantenne lascerebbe volentieri la scuola per dare spazio a giovani insegnanti volonterosi che possano, grazie alle loro abilità informatiche, dedicarsi con efficacia, alle nuove metodologie. Purtroppo il governo non permette ciò .

  • jean

    Semplicemente le prime due righe dicono tutto…se c’è crisi ditemi come si fa a dare a ciascuno un tablet, e poi chi lo mette a posto chi lo gestisce? chi impedirà agli alunni di usare facebook in classe chi impedisce di utilizzarlo per registrare voci o filmati in classe?
    Anche per me che sono insegnante la scuola deve essere più pratica ma il mondo informatico nasconde tante difficoltà…e economiche e di gestione e di formazione (ricordiamo che alcuni insegnanti hanno sopra i 60 anni!!!)

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