il punto

Aprire la PA per cambiarla: buone pratiche da seguire

Competenze, cultura della condivisione, apertura dei dati delle pubbliche amministrazioni: sono i tre pilastri su cui incentrare il percorso di ripartenza per la trasformazione digitale nel Paese. L’Italia è in ritardo, ma molte amministrazioni stanno facendo bene

02 Mar 2017

Alessandra Talarico

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Tirare le fila di una digitalizzazione che nel nostro Paese risulta scomposta in un mosaico frammentato e affidata troppo spesso alla buona volontà dei singoli, è compito assai arduo. Non a caso, l’Italia è spesso fanalino di coda nelle classifiche europee e mondiali sulla competitività, la digitalizzazione, l’innovazione, la spesa in ricerca e sviluppo, il numero di occupati in aziende hi-tech.

Non vogliamo però lasciarci andare, qui, al pessimismo o al disfattismo: troppo facile buttare via il bambino con l’acqua sporca. Occorre, certo, (ri)partire e in fretta facendo tesoro di quanto di buono è stato già fatto per colmare il gap che ci separa da molte, troppe altre realtà.

Non è facile raggiungere l’obiettivo di offrire ai cittadini servizi pubblici digitali nel modo più semplice, ma non è neanche impossibile. Anche se il ritardo si sente, eccome. Appesantito soprattutto – è parare pressoché unanime – dal problema della mancanza di ‘competenze’, in seno alla Pubblica amministrazione ma non solo.

Il tema del rafforzamento delle competenze dei funzionari delle Pa e dei cittadini in fatto di digitale è al centro della prima “settimana dell’amministrazione aperta”, che partirà il 4 marzo e conta oltre 100 iniziative in tutto il Paese. Nata sulla spinta delle associazioni della società civile – che hanno chiesto con forza un momento di promozione della cultura digitale, della trasparenza e dell’apertura – il percorso verso la settimana dell’amministrazione aperta è stato avviato dal dipartimento della Funzione pubblica nel mese di maggio dello scorso anno, con l’obiettivo di dare una cornice sistematica all’iniziativa, che sicuramente verrà riproposta anche il prossimo anno.

Tantissime le iniziative in programma, organizzate dalle associazioni, dai privati e dalle amministrazioni: dagli spettacoli teatrali alle pubblicazioni di dati da parte di vari enti (come il Miur che pubblicherà i dati delle scuole); dai workshop con amministrazioni e start upper sull’utilizzo dei dati delle PA ai momenti di divulgazione su quanto fatto finora in tema di trasparenza e servizi digitali al cittadino.

Un’iniziativa, insomma, che si pone come obiettivo quello di imprimere un cambio culturale, di superare anche il problema, evidenziato recentemente anche dal Commissario straordinario Diego Piacentini della scarsa cultura della  condivisione, che blocca il cambiamento e frena l’attesa trasformazione digitale. Ma anche in questo caso qualcosa sta cambiando.

Dicevamo però che serve ottimismo, non solo sbandierarlo, ma praticarlo cercando di mettere a frutto – e di prendere a esempio da cui partire – quel poco che c’è di buono, spesso ‘estorto’ col trucco del bastone e della carota, ma comunque ottenuto.

Pensiamo a Spid: la spinta iniziale è stata data  dai bonus economici per i docenti e i diciottenni ma pian piano il sistema cresce – stando ai dati più recenti – al ritmo di 20 mila nuove utenze SPID al giorno e anche le prime amministrazioni comunali importanti si stanno agganciando al sistema.

Di recente lo ha fatto, ad esempio, il Comune di Vicenza. Un obiettivo raggiunto con non poche difficoltà dato che, come ha sottolineato l’assessore alla Semplificazione e Innovazione Filippo Zanetti, “tutta l’attività di digitalizzane rischia di essere inutile se alla base non vi è una profonda revisione e razionalizzazione dei vari processi e procedimenti amministrativi che tutte le PA quotidianamente applicano. Processi inefficienti, anche se informatizzati, rimangono inefficienti o possono addirittura peggiorare. Anche lo SPID non è esente da questo difetto e il suo complesso iter di realizzazione ne è la prova”.

Ma, dicevamo, c’è la soddisfazione di aver fatto un passo in avanti verso una PA più a misura di cittadino e ora che Spid è realtà c’è la convinzione che il sistema “aiuterà la digitalizzazione del paese nel senso che avvicinerà più cittadini ad utilizzare i servizi online”.

Il processo di sviluppo dei servizi digitali per cittadini e aziende prosegue intanto anche nella Capitale, che ha appena approvato la sua Agenda Digitale, ponendosi 5 obiettivi strategici: garantire trasparenza e accessibilità alle informazioni e ai dati sulle attività dell’amministrazione;  ampliare ed arricchire l’offerta di servizi pubblici digitali per cittadini e imprese; migliorare l’efficienza e l’efficacia dei processi dell’amministrazione; favorire le condizioni per la crescita sociale, attraverso lo sviluppo di competenze digitali e di diffusione della cultura digitale fra i cittadini e le organizzazioni; rendere Roma laboratorio nazionale ed europeo di innovazione, attraverso un ruolo di primo piano nei programmi nazionali. Un percorso, quello per la realizzazione della Casa Digitale’ dei cittadini intrapreso in maniera partecipativa e che si intende portare avanti assicurando alcuni elementi – quali governance, misurabilità e gestione trasversale dei programmi e gli obiettivi – fondamentali per l’execution.

E non è poco.

Come non è poco – in tema di cultura della condivisione – quel che accade a Firenze, dove si cominciano a intravedere i frutti della collaborazione tra i soggetti cittadini che erogano servizi digitali (Comune, Regione, Università, Ospedale di Careggi, Partecipate tramite Confservizi Cispel Toscana, Camera di Commercio). A conferma che la condivisione di dati fra i diversi enti e utilities funziona e semplifica la vita di cittadini e imprese.

Certo, la strada da fare è ancora lunga e impervia e le sacche di resistenza alla trasformazione digitale sono ancora tangibili soprattutto quando si parla di trasparenza. In aiuto dei cittadini è arrivato il Foia, il Freedom of Information Act che avrebbe dovuto sancire il sacrosanto diritto di accesso “di chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridiche rilevanti, ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni”.  E invece?

Ancora non ci siamo: troppe pubbliche amministrazioni si barricano ancora dietro il diniego di fronte alle richieste dei cittadini. E il paradosso è che fra queste c’è anche il Dipartimento della Funzione Pubblica, proprio quello che ha avuto l’iniziativa di promuovere e redigere il testo legislativo che ha introdotto il FOIA in Italia.

Con buona pace del diritto alla conoscenza.

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