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Direttore responsabile Alessandro Longo

Belisario: “La riforma della PA è un cambio di passo, ecco perché”

di Ernesto Belisario

23 Lug 2015

23 luglio 2015

In arrivo il Cad 3.0 e cambierà tutto. Obiettivo, rendere effettiva la digitalizzazione. Come? In due modi. Non insiste ulteriormente sugli obblighi nei confronti delle PA, ma rafforza i diritti di cittadini e imprese; contiene solo principi di carattere generale e stabilisce che l’attuazione sia definita in regole tecniche da adottare con iter semplificato. Perché la rivoluzione non resti (ancora) sulla carta

Il 17 luglio scorso la Camera dei Deputati ha approvato, in seconda lettura e con modifiche, il disegno di legge recante “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, meglio noto come “riforma della pubblica amministrazione”. Il provvedimento torna ora all’esame del Senato dove è altamente probabile che venga approvato senza modifiche (e quindi definitivamente) prima della pausa estiva.

Non pare quindi azzardata, a questo punto, una lettura del provvedimento finalizzata a comprendere quali saranno gli impatti della legge sulle amministrazioni e sui cittadini in materia di innovazione.

Il primo elemento che balza agli occhi è che la riforma della PA – provvedimento  assai complesso e articolato – si apre proprio con le previsioni in materia di digitalizzazione: l’art.1, infatti, contiene la delega al Governo ad adottare nei dodici mesi successivi all’entrata in vigore uno o più decreti che modifichino il D. Lgs. n. 82/2005 (CAD – Codice dell’Amministrazione Digitale). Si tratta di un elemento non casuale e dal valore evidentemente simbolico: nella riforma della PA è centrale il ruolo delle tecnologie e il punto di partenza deve essere il Codice dell’Amministrazione Digitale.

Il CAD – che proprio nel 2015 compie dieci anni –  rappresentò il tentativo di dotare l’Italia di strumenti giuridici all’avanguardia rispetto a quelli vigenti negli altri Paesi: il legislatore decise, infatti, di imporre normativamente l’innovazione alla pubblica amministrazione. Tuttavia, questa norma è stata in larga parte disapplicata dagli uffici pubblici che, quindi, non hanno saputo cogliere le incredibili opportunità in termini di aumento di efficienza e migliore allocazione delle risorse. A ciò si aggiunga la rapidissima evoluzione delle tecnologie che ha fatto si che il Codice divenisse obsoleto senza essere stato davvero applicato.

Non v’è dubbio, quindi, che la scelta di mettere mano al quadro normativo in materia di e-government appaia particolarmente azzeccata: senza nuove regole non è pensabile una nuova amministrazione (digitale by default).

In proposito, il legislatore sembra aver imparato dagli errori del passato e, nel dettare i principi che dovranno essere osservati nella stesura dei decreti delegati, attua un rovesciamento di prospettiva: per rendere effettiva la digitalizzazione non insiste ulteriormente sugli obblighi nei confronti delle, ma rafforza i diritti di cittadini e imprese a relazionarsi con la PA e a fruire dei servizi di quest’ultima in modalità telematica.

Alcuni di questi diritti sono timidamente previsti nella normativa attuale, ma – nel caso in cui vengano negati – gli utenti sono costretti ad affrontare contenziosi lunghi e costosi.

Ecco perché nella sua nuova formulazione l’art. 1 DDL è dedicato alla definizione di una “carta della cittadinanza digitale”, attraverso la delega al Governo all’adozione di norme che:

a) definiscano un livello minimo dei diritti digitali degli utenti nei confronti di tutti i livelli amministrativi (accesso a internet presso gli uffici pubblici, possibilità di effettuare qualsiasi pratica e comunicazione in modalità telematica, e-democracy);

b) consentano di adeguare l’organizzazione delle amministrazioni alle sfide della digitalizzazione (ad esempio, ridefinendo le competenze di un dirigente unico responsabile delle attività di digitalizzazione e agevolando la collaborazione tra le diverse amministrazioni).

La “carta della cittadinanza digitale”, oltre ad ampliare i diritti di cittadinanza alla luce dell’evoluzione tecnologica, rappresenta anche lo strumento per garantire – finalmente – la piena attuazione delle disposizioni in materia di dematerializzazione e abbandono delle modalità analogiche di gestione dei procedimenti amministrativi.

Una PA in grado di semplificare l’accesso ai propri servizi, riducendo la necessità della presenza fisica degli utenti presso gli sportelli è, infatti, una PA “digital first” che forma i propri atti in modalità digitali e utilizza le tecnologie come strumenti principali per tutte le proprie attività.

Nel corso dei prossimi mesi, quindi, sarà adottata la terza versione del CAD (la precedente opera di revisione era stata attuata con il D. Lgs. n. 235/2010) che conterrà anche le disposizioni necessarie per garantire l’effettività del domicilio digitale, la piena operatività di SPID e dei pagamenti elettronici, oltre all’adeguamento alle norme europee (con particolare riferimento al Regolamento (UE) n. 910/2014 del 23 luglio 2014 che si applicherà a decorrere dal 1° luglio 2016)

La sfida che attende chi sarà impegnato nella scrittura del CAD 3.0 è duplice: da un lato attuare gli impegnativi principi dettati dal legislatore, dall’altro recepire le indicazioni contenute nella delega volte ad una migliore qualità delle norme in materia di PA digitale. È infatti previsto che il nuovo CAD debba contenere esclusivamente principi di carattere generale (in omaggio a un principio di semplificazione normativa) e che tutti i profili di attuazione debbano essere definiti in regole tecniche da adottare secondo un iter semplificato.

Molto spesso, in passato, il patologico ritardo nell’attuazione delle regole tecniche – oltre a frenare il processo di innovazione del settore pubblico – ha rappresentato un alibi per quelle amministrazioni che volevano sottrarsi all’adeguamento normativo in materia di digitalizzazione.

Norme più semplici e tempestive, quindi, sono necessarie per agevolare gli enti nella fase più difficile e delicata, quella dell’attuazione. E per evitare che, per l’ennesima volta, le regole sulla PA digitale siano destinate a “rimanere sulla carta”.

 

  • cirospat

    “È previsto che il nuovo CAD debba contenere esclusivamente principi di carattere generale e che l’attuazione debba essere definita in regole tecniche da adottare secondo un iter semplificato.”

    File under “analisi predittive” o “scenari possibili”.
    Servono, e ci fanno anche sognare!

    Ho la sensazione che questa frase l’ho già letta diverse volte negli anni e decenni passati. Quindi la domanda da 1 cent/euro è:
    il CAD 3.0 approvato indicherà date precise e inderogabili entro le quali verranno approvate (con successive norme) le regole tecniche semplificate? Insomma la #timeline.
    E se queste date inderogabili non saranno rispettate (la storia normativa della PA ci insegna!) che succederà? Qualcosa, nulla?

    Grazie per le risposte
    p.s.: mi ero promesso di non scrivere la parola #dati, ma mi è scappata quella delle #date

  • grimaldi.m

    Che bisogna mettere mani al Cad, è d’obbligo, ma affinchè produca una vera riforma della Pa occorre seguire le seguenti strade:
    – piccole sanzioni pecuniarie, alle PPAA che non adempiono a ciò che prevede la normativa: se una PA non ha una Albo on line a norma, non pubblica su AT, pubblica PDF/IMG, stipula contratti cartacei, non ha una sezione customer satisfaction, nn succede nulla.
    (Quando c’è una sanzione pecuniaria, anche piccola, riusciamo ad essere molto diligenti, seguiamo perfettamente la normativa)
    – responsabilizzare i Dirigenti preposti all’attuazione della norrmativa, ancorare una parte dello stipendio ai risultati ottenuti sul campo. Già col decreto Brunetta, si è affrontato parecchio il problema della valutazione della Dirigenza e dell responsabilità dirigenziale, ma ciò non funziona. Occorre tipicizzare o meglio identificare le responsabilità rispetto all’attuazione della normativa in oggetto per poter applicare una determinata sanzione.
    Per le 8000 scuole è semplicissimo, un semplice report finale allegato al consuntivo su cui il collegio dei revisori deve esprimere il proprio parere, ed agganciare un premio di risultato.

  • Attilio A.Romita

    Dal 1992 (Bassanini) ad oggi e con nomi simili o uguali si sono succeduti 5 similCAD,
    Tutti contenevano praticamente le stesse norma e tutti sono stati disattesi perchè il Burusaurus Rex, con richieste di interpretazioni, circolari, dispozizioni esplicative e simili, ha sempre “legalmente” bloccato qualsiasi cambiamento.
    “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse” citai in un mio intervento al ForumPA….cosa è cambiato oggi?
    Non sono culturalmente pessimista, ma ………

  • Anton Bruckner

    Non sono le norme che mancano ma le risorse. Non basta inserire nelle leggi obblighi, adempimenti e pure sanzioni. Occorre portare la banda larga sull’intero territorio nazionale. Bisogna formare gli operatori; dotarli di strumenti adeguati. Formazione che non consiste solo in lezioni teorico-cattedratiche ma anche in assistenza permanente. In quasi tutte le amministrazioni siamo al “fai da te”. Quindi per avviare una seria “agenda digitale” occorrono risorse economiche che spesso non ci sono, se non per celebrare riti istituzionali di mera scenografia. Nel contempo occorre formare anche i cittadini e gli utenti della PA. Altrimenti si corre il rischio di ripetere esperienze in larga parte frustranti e tutt’altro che votate alla semplificazione (ved. fatturazione elettronica).

  • Ernesto Belisario

    Nel ringraziare tutti per il dibattito, provo a rispondere ai primi commenti:

    @Anton Bruckner
    Le norme sono necessarie (ed è necessario che siano scritte bene, correggendo gli errori del passato). Poi, concordo, servono investimenti e nuova cultura amministrativa

    @ Attilio A. Romita
    Il problema è provare ad imparare dagli errori, cosa che – finora – non abbiamo fatto.
    In questa legge delega mi sembra di leggere un’inversione di tendenza… i decreti attuativi ci dimostreranno se la strada è quella giusta

    @ Mario Grimaldi
    Credo che – in base alla legge delega – alcune delle strade che individui saranno percorse nei decreti attuativi

    @cirospat

    Ovviamente condivido la preoccupazione e l’auspicio: per evitare i vecchi errori è necessario avere: a) norme chiare, b) date precise, c) sanzioni sicure

  • bozzi

    Provi a rispondere a questa domanda.

    Ho l’obbligo di gestire un protocollo informatico. Giusto e condivisibile.
    Posso attivare un contratto con il fornitore di massimo 3 anni.
    Dopodiché la legge mi vieta di rinnovare i contratti.
    Che faccio cambio protocollo?
    Non è possibile trasferire i dati da un protocollo ad un altro.
    Che faccio ne attivo 1,2,3 contemporaneamente?
    Che faccio violo la legge e do un contratto vita natural durante alla stessa azienda?

    Sa lei a chi ci può rivolgere per archiviare a norma i dati?
    Provi ad indicarmene uno.

    Se togliessimo gli avvocati dall’informatica forse potremmo risolvere i problemi…

    Gli ingegneri informatici sono abituati a lavorare con norme anche molto più complesse. Ma logiche e chiare. Si chiamano Request For Comments.

    Provate a dargli un occhiata ed imparerete qualcosa.

    Così è il caos. INFORMATIZZAZIONE SELVAGGIA DELLA PA

    Prima si definiscono le specifiche poi si attuano i sistemi. in modo che i dati possano sempre essere trasferiti da un sistema ad un altro.

    Ma per far questo bisogna limitare il potere degli avvocati.. che si sono inventati il mestiere di informatico.

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