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PA digitale post-PNRR: per le Regioni la vera sfida inizia ora



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La scadenza del PNRR apre una nuova fase per la digitalizzazione della PA. Dopo gli investimenti in infrastrutture, cloud e piattaforme, la sfida riguarda interoperabilità, governance dei dati, UX e ruolo strategico delle Regioni nella costruzione di ecosistemi digitali territoriali

Pubblicato il 25 giu 2026

Lucio Marottoli

Direttore Healthcare & Local Government di Deda Next



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Il 30 giugno 2026 segna la scadenza formale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, punto di arrivo di una stagione di investimenti senza precedenti nella digitalizzazione del settore pubblico. Per chi opera nella trasformazione digitale, però, quella data rappresenta soprattutto una soglia: si apre una fase in cui la complessità non diminuisce, ma cambia natura.

Dalla costruzione delle infrastrutture alla loro integrazione

Il PNRR ha agito da acceleratore su ambiti rimasti a lungo in ritardo: migrazione al cloud, basi dati nazionali, piattaforme abilitanti come SPID, CIE, App IO e Fascicolo Sanitario Elettronico. Gli investimenti sono stati rilevanti, le milestone rispettate, i principali asset infrastrutturali sono oggi disponibili. Permangono però criticità strutturali: sistemi che non dialogano tra loro, dati ancora segregati in silos amministrativi, eterogeneità nelle soluzioni adottate dagli enti territoriali.

Il nodo non è più tecnologico in senso stretto, ma architetturale e di governance. La questione centrale diventa quindi come garantire l’integrazione tra piattaforme e chi debba esercitare questa responsabilità.

Se pensiamo ai servizi al cittadino, gli investimenti PNRR hanno riguardato per lo più la Smart City che oggi, come sottolineato anche dal Politecnico di Milano, valgono un mercato da oltre 1 miliardo. Lo sviluppo del territorio però non può più avere solo una dimensione urbana ed è in questo quadro che le Regioni assumono un ruolo chiave: non più semplici livelli amministrativi intermedi, ma soggetti chiamati a orchestrare ecosistemi digitali territoriali complessi.

I dati della ricerca dicono che ad oggi solo il 12% dei Comuni italiani è parte di una Smart Land, condividendo con la Regione standard e infrastrutture per massimizzare l’impatto degli investimenti.

Ma le principali politiche pubbliche gestite a livello regionale — sanità, mobilità, ambiente, agricoltura, energia — sono caratterizzate da un’elevata interdipendenza non solo intrinseca ma anche tra i diversi livelli amministrativi. Tuttavia, i sistemi informativi che le supportano restano spesso verticali, non interoperabili e poco condivisi.

Superare questo disallineamento richiede un cambio di approccio: abbandonare la logica dei progetti isolati e costruire infrastrutture condivise, in cui i dati possano essere correlati e utilizzati in modo trasversale.

In questo contesto, la Regione evolve verso un ruolo di governance: definizione di standard di interoperabilità, gestione di sistemi comuni, garanzia della qualità, accessibilità e conformità dei dati.

Interoperabilità: da principio a capacità operativa

L’interoperabilità rappresenta un prerequisito per l’efficacia dei servizi pubblici digitali, ma rischia di rimanere un obiettivo teorico se non viene tradotta in capacità operativa.

Si concretizza nella possibilità per cittadini e imprese di accedere a servizi continui e coerenti, indipendentemente dall’ente erogatore o dal territorio.

Per realizzare questo scenario sono necessarie sia infrastrutture che definiscano standard comuni, sia modelli federati che consentano alle specificità territoriali di esprimersi all’interno di un framework condiviso. Il principio del “once only” rappresenta un indicatore fondamentale della maturità di un sistema. Non va inteso però soltanto come il superamento dell’obbligo per il cittadino di spostarsi fisicamente da un ufficio all’altro, ma anche come la possibilità di evitare la migrazione tra diverse piattaforme, siti o servizi digitali. In questa prospettiva, il percorso avviato è coerente, ma richiede ancora ulteriori passi per tradursi in una piena attuazione operativa.

Oltre il lock-in: dalla frammentazione alla regia unitaria, passando per la UX

Il lock-in tecnologico continua a rappresentare un limite concreto alla capacità di evoluzione dei sistemi. Quando dati, applicazioni e servizi restano legati a soluzioni proprietarie, l’innovazione rallenta e cresce il rischio di frammentazione. Per le Regioni, il punto non è solo superare una dipendenza tecnologica, ma creare le condizioni per un sistema unico regionale, capace di connettere i diversi ambiti di policy. In questa prospettiva, anche il procurement pubblico deve evolvere per premiare soluzioni sostenibili nel tempo e realmente interoperabili; solo così l’intelligenza artificiale può esprimere il suo potenziale, se inserita in una governance unitaria. L’AI, infatti, genera valore quando opera su dati affidabili e processi coerenti e una regia regionale capace di trasformare strumenti e informazioni dispersi in un’infrastruttura comune non può che essere così più efficiente, scalabile e orientata ai bisogni del territorio.

Ma i dati da soli non bastano, i sistemi devono essere fruiti ed è qui che entra in gioco l’importanza della UX. La qualità dell’esperienza utente, infatti, rappresenta ancora un elemento critico nella digitalizzazione della PA e nonostante i progressi, permane un divario rispetto agli standard europei e ai servizi privati. Secondo il DESI e l’eGovernment Benchmark dell’Unione Europea, infatti, l’Italia rimane ancora sotto la media UE per qualità e maturità dei servizi pubblici digitali (punteggio di 62/100 contro una media europea di 74/100) mentre il Report User Experience & PA rileva un 30% degli utenti che dichiara di aver riscontrato problemi tecnici significativi durante l’uso di siti o App della PA: lettura analoga anche sul tasso di abbandono delle procedure dovuto proprio alla complessità delle procedure stesse rilevato dal rapporto “Cittadini e ICT” di ISTAT.

Insomma, applicazioni poco intuitive e schermate complesse che spesso riflettono gli iter amministrativi e non le necessità di servizio alimentano una scarsa usabilità che si traduce in una barriera all’accesso. L’inclusione digitale deve invece essere considerata una componente strutturale dei servizi, progettata fin dall’origine, eventualmente adattata alle specificità territoriali.

Verso il 2030: il ruolo strategico delle Regioni

Gli obiettivi del Decennio Digitale europeo delineano un quadro chiaro al 2030. Il PNRR ha posto le basi, ma la capacità di consolidare i risultati dipenderà da scelte di governance. Sarà necessario rafforzare la gestione dei dati, sviluppare modelli di collaborazione pubblico-privato orientati al lungo periodo e adottare metriche di valutazione basate sull’impatto reale. In questo scenario, le Regioni possono svolgere un ruolo determinante. Quelle che sapranno operare come orchestratori di ecosistemi digitali — e non come meri acquirenti di tecnologia — avranno un vantaggio competitivo.

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