Per anni la Pubblica amministrazione italiana ha chiesto ai cittadini gli stessi dati più e più volte, anche quando erano già presenti negli archivi pubblici. È da questa inefficienza concreta, fatta di certificati, verifiche ripetute e tempi lunghi, che nasce la spinta verso la PDND, la piattaforma pensata per far dialogare le banche dati degli enti. L’obiettivo è semplice solo in apparenza: ridurre la burocrazia, velocizzare i procedimenti e costruire un rapporto più lineare tra amministrazioni, cittadini e imprese.
Negli ultimi anni la Pubblica Amministrazione italiana ha attraversato una trasformazione che, da graduale e spesso frammentaria, è diventata improvvisamente rapida e strutturale sotto la spinta di tre fattori: l’esigenza di efficienza, la domanda di trasparenza e il bisogno di servizi vicini al cittadino.
La digitalizzazione, un tempo confinata ai documenti o ai singoli procedimenti, è oggi percepita come un’infrastruttura abilitante della competitività del Paese e non più come una semplice modernizzazione tecnologica. In questo scenario l’interoperabilità svolge un ruolo cruciale, non più tema per tecnici ma vero discrimine tra una PA che cerca di eliminare la carta e una PA che invece ridisegna i processi mettendo al centro i dati come bene comune.
La Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) si inserisce esattamente in questo passaggio di paradigma: non è solo un “connettore” tra basi dati, ma un’infrastruttura che vuole rendere l’informazione pubblica disponibile dove serve, quando serve, nel formato giusto e nel pieno rispetto delle regole.
Il principio del “once only” si concretizza con l’adozione della PDND, che rappresenta il sistema grazie al quale i cittadini non devono più inserire ripetutamente gli stessi dati, mentre le amministrazioni possono prevenire duplicazioni, ridondanze e problemi informativi.
Indice degli argomenti
Contesto e motivazioni
La Pubblica Amministrazione Italiana per anni ha sviluppato i propri sistemi infromativi in maniera frammentaria, in una modalità in cui ogni amministrazione implementava la propria soluzione, custodiva i propri archivi, definiva regole e formati secondo logiche proprietarie, basate sul contesto locale, realizzando sistemi spesso incompatibili con quelli degli altri enti. Il risultato finale è stato una seire di banche dati tra loro non comunicanti, integrazioni “punto-punto” costose e fragili, scambi informativi affidati a PEC, file Excel e lavorazioni manuali.
Gli anni di pandemia da COVID-19 hanno mostrato tutta la fragilità e l’inefficienza di questo modello, totalmente insostenibile: bonus, sostegni economici, certificazioni, controlli incrociati hanno richiesto in pochi mesi flussi di dati affidabili tra INPS, Agenzia delle Entrate, Comuni, Regioni, scuole, strutture sanitarie. Dove l’interoperabilità mancava, i tempi di risposta si allungavano, gli errori aumentavano, la fiducia dei cittadini veniva messa a dura prova.
I dati pubblici come leva di semplificazione
Da qui l’emersione dell’interoperabilità come asset strategico: non più un costo, ma un abilitatore di politiche data-driven, di semplificazione amministrativa e di crescita economica. I dati, se condivisi in modo sicuro, diventano il carburante per servizi personalizzati, per decisioni basate su evidenze, per un controllo più rigoroso dell’uso delle risorse pubbliche. La PDND nasce esattamente per governare questo passaggio: offrire regole tecniche e organizzative comuni, riducendo il numero di accordi bilaterali e favorendo modelli “uno a molti”.
Il quadro normativo italiano ed europeo
La strada verso la realizzazione della PDND parte in realtà da molto lontano; il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) ha progressivamente ampliato il perimetro dei diritti digitali dei cittadini e dei doveri delle amministrazioni, sino ad arrivare alla formulazione dell’articolo 50-ter che disciplina specificamente la Piattaforma Digitale Nazionale Dati. Quest’articolo stabilisce l’obbligo per le PA di accreditarsi alla piattaforma, di sviluppare API secondo le Linee Guida AgID e di rendere le proprie basi dati interoperabili attraverso il catalogo API centralizzato.
In questo contesto il CAD promuove la progettazione, lo sviluppo e la sperimentazione di una Piattaforma Digitale Nazionale Dati finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo detenuto, per finalità istituzionali dalla PA, nonché alla condivisione dei dati tra i soggetti che hanno diritto ad accedervi ai fini della semplificazione degli adempimenti amministrativi dei cittadini e delle imprese.
Dalle norme nazionali al quadro europeo
Da un punto di vista più operativo, è stato il Decreto “Semplificazioni” del 2021 a tracciare le tappe di adozione della piattaforma, prevedendo tempi certi per l’accreditamento alla PDND e collegandola agli obiettivi di semplificazione amministrativa.
Il Piano Triennale per l’informatica nella PA 2024-2026 ha poi tradotto questi principi in indirizzi concreti: uso obbligatorio della PDND per i nuovi servizi, priorità alle basi di dati di interesse nazionale, integrazione con il Modello di Interoperabilità.
Il PNRR, infine, ha dato forza finanziaria e politica a questa visione: all’interno della Missione 1, la linea di investimento “Dati e interoperabilità” identifica la PDND come componente chiave per garantire servizi più veloci, sicuri e orientati al principio “once only”, con l’obiettivo di evitare al cittadino qualsiasi richiesta di dati già in possesso della PA. A ciò si aggiunge il quadro europeo: Single Digital Gateway, direttiva Open Data, Data Governance Act e Data Act spingono verso la circolazione controllata del dato, l’apertura a riusi innovativi e l’interoperabilità transfrontaliera, allineando la PDND alle strategie UE su spazi comuni di dati e identità digitale.
PDND: il modello di governance
La PDND diventa operativa nel 2022 come risultato di un lavoro congiunto tra Dipartimento per la Trasformazione Digitale, PagoPA S.p.A., gestore tecnologico, e AgID, responsabile delle Linee Guida sull’infrastruttura di interopeabilità. L’obiettivo risulta essere quello di abilitare uno scambio di dati con regole definite e standarf, sicuro e controllato tra i sistemi informativi pubblici, riducendo in maniera significativa la complessità tecnica e amministrativa degli accordi di cooperazione applicativa.
Una particolare attenzione va posta al modello di governance pensato per l’implementazione della PDND: è infatti basato su di un equilibrio delicato tra un soggetto tecnico unico (PagoPA) che progetta, gestisce e evolve la piattaforma ed un presidio strategico pubblico che definisce indirizzi, regole e priorità di sviluppo, in sinergia con AgID e con il Garante Privacy per gli aspetti di protezione dei dati personali.
Vengono individuati dalle Linee Guida versosoggetti, attori del sistema, con diverse responsabilità (erogatori, fruitori, gestore), lasciando la titolarità del dato in mano all’ente che lo detiene, anche quando il flusso passa attraverso la PDND: il trasferimento tecnico infatti non modifica in alcun modo i ruoli di titolarità e responsabilità del trattamento.
Il catalogo API e il ruolo degli attori
Per poter individuare quali dati e in che modalità interviene lo scambio tra le singole amministrazioni è stato istituito il Catalogo Nazionale delle API, accessibile tramite i canali di Developers Italia, che rappresenta quindi di fatto il motore operativo della piattaforma, raccogliendo le interfacce messe a disposizione dai diversi enti e fornendo informazioni su schemi dati, condizioni d’uso, livelli di servizio e meccanismi di sicurezza.
In questo contesto soecifico, con questo modello di governance, la PDND è identificabile in un’infrastruttura distribuita che orchestra l’accesso alle varie basi dati, lasciando il dato dove nasce ma rendendolo raggiungibile quando autorizzato; viene quindi superato il modello di database centralizzato del dato a favore di una soluzione basata sull’interscambio definito, via API, del dato che rimane nella titolarità e disponibilità di dove nasce, con autorizzazioni specifiche alla condivisione al fine di esaltare il concetto del “once only” e della semplificazione amministrativa.
Architettura tecnica
Il gap digitale della PA italiana si traduce oggi in ridotta produttività e spesso in un peso non sopportabile per cittadini e imprese, che debbono accedere alle diverse amministrazioni come silos verticali, non interconnessi tra loro.
La trasformazione digitale della PA si prefigge di cambiare l’architettura e le modalità di interconnessione tra le basi dati delle amministrazioni. Avere banche dati pubbliche che parlano tra loro, contribuisce a un risparmio economico, per le amministrazioni, e di tempo, per i cittadini.
La creazione di un unico profilo digitale, fa sì che le amministrazioni abbiamo a disposizione le informazioni sui cittadini “una volta per tutte”, siano a disposizione “una volta per tutte” per le amministrazioni in modo immediato, semplice ed efficace. La piena interoperabilità dei dataset della PA comporterà un esteso utilizzo dell’identità e del domicilio digitale, scelto liberamente dai cittadini.
Obiettivi operativi della piattaforma
In particolare gli obiettivi prefissati sono duplici:
- Sviluppare una Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) per garantire l’interoperabilità dei dati pubblici, permettendo così agli enti di erogare servizi in modo sicuro, più veloce ed efficace e ai cittadini di non fornire nuovamente informazioni che la PA già possiede.
- Facilitare l’implementazione dello “Sportello Digitale Unico” (Single Digital Gateway), ovvero supportare l’attuazione del regolamento europeo che ha l’obiettivo di uniformare l’accesso ai servizi digitali in tutto i Paesi membri dell’UE.
Tecnologie, API e sicurezza della PDND
Dal punto di vista tecnologico, la PDND è progettata come un’infrastruttura cloud-native, capace di scalare con l’aumentare del numero di enti e del volume di richieste. L’adozione di un’architettura a microservizi, orchestrata tipicamente su ambienti Kubernetes, consente di isolare i diversi componenti (autenticazione, autorizzazione, gestione log, esposizione API, monitoraggio) e di aggiornarli in modo indipendente, riducendo i rischi di downtime.
L’accesso ai dati avviene tramite API documentate secondo lo standard OpenAPI 3.0; i payload sono prevalentemente in formato JSON, con l’uso di JSON-LD per garantire una descrizione semantica dei contenuti. La semantica si basa su vocabolari condivisi, come quelli ISTAT o DCAT-AP per i metadati, e le Linee Guida indicano l’evoluzione verso l’adozione di schemi comuni (ad esempio schema.org o specifiche di dominio) per migliorare l’interoperabilità semantica.
Sul fronte della sicurezza, l’infrastruttura si appoggia ai sistemi di identità nazionale quali SPID, CIE e CNS per identificare i soggetti, mentre per l’autorizzazione utilizza protocolli come OAuth 2.0 e meccanismi di gestione dei ruoli e delle deleghe, con livelli di accesso differenziati in funzione del tipo di dato e dell’uso consentito. Ogni accesso viene tracciato in log che devono essere conservati secondo tempi e modalità definiti, in modo da garantire auditabilità e accountability, anche rispetto ai requisiti del GDPR e delle norme di sicurezza nazionali.
Evoluzioni recenti dell’infrastruttura
Le ultime versioni delle Linee Guida AgID sulla PDND presentano nuove funzionalità avanzate: tra queste ci sono la gestione degli scambi asincroni tramite meccanismi di polling per operazioni su larga scala, l’impiego di notifiche push in occasione di specifici eventi (come cambiamenti anagrafici) e il supporto alla firma digitale sulle risposte, utile per garantire sicurezza e prevenire modifiche nel trasferimento dei dati. Inoltre, per gli enti di piccole dimensioni sono stati introdotti modelli di delega e federazione che consentono di ottenere configurazioni e connettori direttamente da soggetti aggregatori (es. unioni di comuni, regioni o centrali di committenza) semplificando così la gestione diretta.
Casi d’uso e impatti
Per poter comprendere appieno la portata di questo cambiamento possiamo riportare di seguito dei casi d’uso concreti di utilizzo della PDND. Il Piano Triennale ICT dedica un capitolo specifico ai servizi in interoperabilità, indicando la PDND come lo strumento attraverso cui semplificare accordi e ridurre gli oneri istruttori. In pratica, un’amministrazione che deve verificare un requisito, come ad esempio la residenza anagrafica o il possesso di un determinato titolo abilitativo, non chiede più al cittadino di presentare certificati e/o attestazioni, ma interroga direttamente l’ente titolare attraverso la piattaforma.
Il più volte richiamato principio del “once only diventa in questa maniera totalmente operativo, permettendo al cittadino di fonrire dato una sola volta alla PA, che poi lo riutilizza nei limiti delle finalità previste dalla legge per erogare servizi diversi.
Questo permette un abbattimento dei tempi e dei costi dei procedimenti:, con una riduzione dei giorni necessari per concludere un’istruttoria e la mitigazione degli errori dovuti a dati non aggiornati, con una conseguente diminuzione, grazie al modello di governance adottato, del numero di accessi fisici agli sportelli.
Standardizzazione e vantaggi per cittadini e imprese
Altro aspetto importante, dal punto di vista dei cittadini e delle imprese, è quello della standardizzazione e definizione certa degli adempimenti, grazie all’interoperabilità abilitata dalla PDND. Uno stesso adempimento che deve essere svolto in regioni diverse, ad esempio, troverà una modalità di esecuzione simile, con verifiche dati effettuate tramite la piattaforma. Questo apre tra l’altro la strada a esperienze più omogenee sul territorio, elemento cruciale per attrarre investimenti e ridurre i costi di compliance.
Numeri, risultati e indicatori: cosa sappiamo oggi
Anche se la PDND è un progetto relativamente giovane, i documenti ufficiali e i siti istituzionali legati a “PA Digitale 2026” iniziano a delineare alcuni numeri chiave. La piattaforma è esplicitamente citata tra le misure del PNRR dedicate alla transizione digitale, con l’obiettivo di garantire l’interoperabilità dei dati pubblici e permettere alle amministrazioni di erogare servizi in modo più sicuro ed efficace.
Per comprendere lo stato di attuazione della Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), PagoPA ha introdotto una nuova funzionalità, una pagina Numeri dove trovare i dati più rilevanti del suo utilizzo. Una sezione con grafici e tabelle facilmente consultabili anche da un pubblico di non addetti ai lavori, con le informazioni organizzate in quattro aree principali (Enti aderenti, E-service pubblicati, Connessioni fra enti e Utilizzo degli e-service) che alimentano anche i dataset pubblicati sul portale dati.gov.it.
Enti aderenti
Più nel dettaglio, la sezione Enti aderenti fornisce indicazioni sul numero e sulla tipologia di soggetti aderenti alla PDND, monitorando l’andamento degli enti che completano il processo di iscrizione alla piattaforma e la suddivisione tra soggetti che erogano servizi, quelli che ne fruiscono oppure che abbinano entrambe le attività. A Marzo 2026, data di pubblicazione della pagina, sono 9247 gli enti che hanno aderito alla PDND, con un aumento del 1,4% rispetto al mese precedente.

Figura 1 – Andamento Enti aderenti al 27.03.2026 – FONTE PAGOPA
E-service pubblicati
È la sezione dedicata agli e-service pubblicati nel catalogo della PDND. Attualmente in piattaforma sono presenti più di 6.000 e-service erogati che permettono l’accesso a diverse basi dati, fra le quali rientrano anche otto Basi dati di interesse nazionale (Bdin), come ad esempio l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) e la Banca dati nazionale dei contratti pubblici (BDNCP). I principali e-service offerti dai Comuni, invece, sono relativi alla gestione documentale (quindi al protocollo) e all’albo pretorio.

Figura 2 – Enti che pubblicano più servizi – FONTE PAGOPA
Connessioni fra enti
In questa sezione vengono presentate le informazioni relative alle connessioni attivate tra enti per fruire degli e-service pubblicati sulla PDND, ovvero le richieste presentate dagli enti fruitori che sono state accettate dalle amministrazioni erogatrici di e-service. Si tratta di un dato molto rilevante, in quanto ogni connessione sostituisce un accordo bilaterale sottoscritto tra gli enti per l’accesso a un singolo set di dati, tagliando così inutili burocrazie e rafforzando, allo stesso tempo, la sicurezza degli scambi. A marzo 2026 abbiamo un numero di Connessioni totali pari a 39.140, con un aumento di 3900 connessioni (+11.1%) rispetto al mese precedente.
Utilizzo degli e-service
L’ultima sezione riguarda, infine, il reale utilizzo degli e-service pubblicati a catalogo sulla PDND, sulla base del numero di sessioni di scambio dati attivate dai soggetti fruitori.

Figura 3 – Totale sessioni di scambio al 27.03.2026 – FONTE PAGOPA
Qualità dei dati e obblighi di adesione
La documentazione di AgID e del Dipartimento sottolinea come l’adesione alla PDND sia un obbligo per i soggetti di cui all’articolo 2 del CAD, che devono sviluppare le interfacce e rendere disponibili le basi dati attraverso l’infrastruttura. Questo obbligo, unito agli incentivi economici del PNRR, spinge molte amministrazioni ad affrontare per la prima volta in modo sistematico il tema della razionalizzazione delle proprie basi dati.
Un aspetto molto rilevante riguarda la qualità: l’interoperabilità impone un’attenzione maggiore all’aggiornamento, alla coerenza e alla documentazione dei dati: un’informazione “sporca”, infatti, non crea problemi solo all’ente che la gestisce, ma a tutti i soggetti che la riutilizzano via PDND. È per questo che le Linee Guida insistono su metadati ben strutturati, definizioni chiare dei domini e responsabilità ben identificate.
Le criticità dell’adozione del modello PDND
La PDND nasce per risolvere problemi storici della nostra PA, ma ovviamente permangono criticità di carattere tecnico, organizzativo, territoriale e culturale; la PDND, infatti, deve confrontarsi con un patrimonio applicativo molto eterogeneo, con competenze diverse tra centro e periferia, con vincoli normativi e culturali profondi.
Dal punto di vista tecnico, la presenza di sistemi legacy, spesso sviluppati su tecnologie non più supportate, rende complessa la realizzazione delle API richieste dalle Linee Guida; per molti enti si tratta di riprogettare interamente buona parte della propria infrastruttura,aspetto molto più complesso di quello di esprre dei dati.
Nodi organizzativi e divario territoriale
Un altro aspetto critico riguarda il tema organizzativo, legato alla molteplicità di soggetti coinvolti, tra Stato, Regioni, autonomie locali, enti strumentali, società in house, molteplicità che rende la governance dell’interoperabilità una questione politica oltre che tecnica; basti pensare al fatto che spesso, a seconda dell’Ente di riferimento, non è chiaro chi decida quali dati mettere a disposizione, con quali priorità e a quali condizioni. Le Linee Guida chiariscono ruoli e responsabilità, ma l’effettiva capacità di coordinamento richiede strutture stabili e competenze trasversali che non sempre sono presenti.
Il divario territoriale aggiunge un ulteriore livello di complessità: le regioni più strutturate, con maggiori risorse e competenze, tendono ad accelerare sull’integrazione, mentre gli enti più piccoli, con meno risorse tecniche, umane ed economiche, mrischiano di accumulare ritardi. Senza un accompagnamento mirato il rischio è che l’interoperabilità, invece di ridurre le differenze, le amplifichi.
Il nodo culturale nella condivisione del dato
Infine, la dimensione culturale: aprire i propri dati ad altri enti significa anche rinunciare a logiche di “possesso” e accettare un controllo più esteso sulla qualità del proprio operato. Per molti uffici questo passaggio non è immediato; servono formazione, sensibilizzazione e un approccio condiviso e strutturato alla digitalizzazione.
Prospettive e sviluppi
Le versioni più recenti delle Linee Guida sulla PDND segnano un cambio di passo importante: la piattaforma non è più pensata solo per lo scambio tra enti pubblici, ma apre alla partecipazione di soggetti privati, sia come erogatori sia come fruitori di servizi connessi a finalità di interesse pubblico.
L’interoperabilità diventa così un terreno di collaborazione tra PA e mercato, a patto che la governance sia in grado di evitare squilibri e asimmetrie.
Standard aperti, IA e competenze
Sul fronte tecnologico, si intravede un sempre maggiore ruolo dell’intelligenza artificiale, non solo come strumento di analisi ma anche come supporto all’orchestrazione dei flussi: suggestion di API da usare, rilevazione automatica di anomalie, supporto alla modellazione dei dati. L’uso di standard aperti e di vocabolari condivisi diventa essenziale per alimentare algoritmi che lavorano su dati provenienti da fonti diverse.
Perché la PDND possa esprimere tutto il suo potenziale, occorre proseguire lungo alcune direttrici. Sul versante tecnico, la priorità è accompagnare gli enti nella migrazione verso modelli di esposizione dati basati su API, fornendo strumenti di supporto, ambienti di prova, kit chiari e riutilizzabili.
Sul piano organizzativo, occorre rafforzare modelli di lavoro che mettano attorno allo stesso tavolo amministrazioni centrali, autonomie territoriali, società in house e soggetti privati, per concordare priorità, standard di servizio e criteri di accesso.
In termini di competenze, la leva fondamentale rimane la formazione: senza figure in grado di parlare contemporaneamente il linguaggio giuridico, organizzativo e tecnologico, l’interoperabilità rischia di rimanere confinata a pochi specialisti. In questo senso, le iniziative di supporto previste da PA digitale 2026 dalle linee guida ai corsi, fino al supporto one-to-one per gli enti, rappresentano una base importante, da rendere però strutturale anche nel periodo post-PNRR.
Conclusioni
La Piattaforma Digitale Nazionale Dati è, come detto, stata pensata per ridefinire e misurare la capacità della Pubblica Amministrazione italiana di passare dalla logica del “documento” a quella del “dato”, in una rete coordinata di servizi legati dal concetto del “once only”, che diventa in questo contesto il motore che permette ai cittadini di non dover più ripetere infinite volte gli stessi dati, e alle amministrazioni di evitare duplicazioni, ridondanze e conflitti informativi.
Se funzionerà come previsto dalle norme e dai piani strategici, potrà contribuire a ridurre i divari territoriali, a semplificare la vita di cittadini e imprese, a rendere più efficaci le politiche pubbliche.
Ma la tecnologia, da sola, non basta. Come detto la sfida della PDND è anche culturale e organizzativa: richiede di mettere in discussione abitudini consolidate, di ripensare ruoli e responsabilità, di investire nella qualità dei dati e nella formazione delle persone. In questo senso, la PDND è meno una “soluzione” e più un percorso che se sarà portato avanti con coerenza, diventerà una pratica quotidiana, con i dati pubblici quali ponte tra istituzioni e società.
















