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alfabetizzazione digitale

PA digitale, se gli amministratori locali se ne lavano le mani: che fare

Amministratori e dipendenti degli enti locali sono ormai consapevoli dell’esistenza di pagoPA, di ANPR o del Gdpr, ma – in molti casi – continuano a considerarli non di loro competenza. Eppure, digitalizzare i comuni è un win-win-win-win, per cittadino-comune-imprese-Paese. Basta capirlo e dotarsi dei mezzi necessari

14 Ott 2019

Andrea Tironi

Project Manager - Digital Transformation


Coinvolgere le amministrazioni locali in un processo di alfabetizzazione digitale è il prossimo passaggio essenziale per completare la trasformazione della pubblica amministrazione.

Le figure chiave, in questo percorso, sono gli amministratori delegati e i CDA degli enti locali, ovvero segretari, consiglieri comunali, assessori e sindaco. 

E’ doveroso però, prima di addentrarci in ulteriori ragionamenti, premettere che negli ultimi anni la PA digitale ha fatto passi da gigante. Chi la vive dall’interno sta vedendo i cambiamenti, ma chi ci entra da fuori pensa che il Paese sia sempre all’anno zero perché esiste effettivamente ed è tangibile, un forte gap con il settore privato. Chi arriva dall’esterno, dunque, prendiamo ad esempio l’ex Ministro Giulia Bongiorno pensa che il problema siano la carta o le timbrature.

Questo accade a mio avviso principalmente perché gli stessi amministratori che vengono da un’elezione sono espressione della cultura italiana (scarsamente digitalizzata se non per saper usare Whatsapp e andare su Amazon o fare qualche foto e postarla su Instagram) e di conseguenza hanno bisogno di alfabetizzazione digitale personale e come amministratori.

Come spingere gli enti locali al cambiamento

Quello che serve da parte di queste figure è una consapevolezza maggiore, infusa, indotta o raccolta. Forse un minimo di attenzione in più è data loro ultimamente dalla circolare del Commissario Straordinario all’Agenda Digitale Luca Attias scritta insieme al Ministro Paola Pisano relativamente all’importanza di aderire al sistema di pagamenti pagoPA.

I dipendenti degli enti locali (comuni) ormai sono abbastanza consapevoli dell’esistenza di pagoPA, di ANPR, di tutta una serie di meccanismi che li coinvolgono (questo non vuol dire che li adottino perfettamente, vuol dire che almeno sanno cosa che esistono e a volte cosa sono).

Così anche moltissimi segretari conoscono l’argomento, ma lo vedono sempre come una cosa a loro estranea perché “non riguarda le leggi”, perché “non capiscono la materia” o altro. Questo approccio è tipico di chi si occupa di leggi e l’abbiamo riscontrato ad esempio anche sul tema GDPR: per gli avvocati, ad esempio, la parte IT era una “cosa che non li riguardava”. L’adempimento GDPR era da fare principalmente solo lato giuridico, come se le due cose fossero scindibili. Questo è comprensibile perché il tema è nuovo (commistione giuridico – informatica) e manca la giusta cultura. Del resto “non capire un tema” non è un alibi per non considerarlo. Anzi, in una società sempre più digitale, “non capire il digitale” è un gap che andrebbe quasi esaminato segretario per segretario: vuoi fare il segretario? Beh devi capire di digitale, altrimenti (provocazione) in un mondo digitale e in un cambiamento epocale digitale della PA, cosa ci fai?

C’è un’altra strada: se i segretari non capiscono la materia tecnica informatica, dovrebbero farsi supportare da esperti IT con cui confrontarsi nell’esecuzione di quanto previsto dal CAD anche mediante il Piano Triennale Agid, e non limitare il CAD a mero adempimento giuridico senza un risvolto pratico (function point vs risultati fattivi).

Effettuato questo cambiamento, i dipendenti comunali, avendo dalla loro parte il segretario (come supporto fattivo, come sprono a seguire il CAD e eseguire il Piano Triennale, o come “compagno di viaggio in un territorio inesplorato” come è la digitalizzazione, in cui è meglio andare in due che stare da soli) potrebbero quindi accelerare il processo di digitalizzazione.

Inoltre il segretario comunale potrebbe anche farsi garante del processo di digitalizzazione verso gli amministratori locali.

Se il digitale non entra nei programmi elettorali

Alle ultime elezioni ho sentito parlare, nei programmi, di lavoro, famiglia, buche, strade, anziani, giovani, sviluppo, minoranze, economia, ambiente: tutte cose belle e importanti, per carità, ma che richiamano alla mente i cliché banali usati dagli allenatori prima delle partite, miranti a rispondere ai giornalisti in modo che non facciano altre domande.

Non mi risulta che in molti nei programmi elettorali locali abbiano parlato di attuazione del Piano Triennale (anche se finalmente se ne parla a livello nazionale, anche ad opera del Presidente del Consiglio Conte).

Vero è che forse il tema risulta poco comprensibile al cittadino, ma se la scelta di non parlarne fosse stata dettata dalla consapevolezza degli scarsi vantaggi di conoscere il Piano Digitale e di comunicarlo al cittadino come vantaggio elettorale, sarei già stato felice. Il fatto è che il Piano Triennale non è uno dei temi sul tavolo del loro programma perché gli amministratori non ne sanno niente (in massima parte). Questo succede, nonostante gli amministratori siano gente illuminata che vuole davvero fare del bene alla propria comunità locale. I più attenti, pensano ancora che digitalizzare sia “togliere la carta”.

Il tempo per cambiare rotta è agli sgoccioli

Il tempo per realizzare il processo di digitalizzazione delle amministrazioni locali è limitato per due motivi.

Il primo: se in 10 anni circa non si digitalizza una nazione, allora saluti e baci, il Medioevo calerà sulle nostre lande desolate.

Secondo: arriveranno i giovani nativi digitali, che vorranno fare tutto dallo smartphone. Attenzione: i nativi digitali non sono necessariamente più competenti digitalmente, ma sono consumatori più digitali. Hanno inoltre maggiore familiarità con gli strumenti digitali (quindi l’adozione è molto più veloce) e sono anche più abituati all’incertezza e al cambiamento (cosa che li rende più flessibili).

Quando dovranno andare allo sportello, faranno una rivoluzione sociale. Altro che cambiamento climatico, le piazze si solleveranno perché con due click non si può fare un certificato o iscrivere il proprio bambino all’asilo.

A questo punto la domanda di cambiamento digitale sarà fortissima e chi è rimasto indietro verrà spazzato via, comune, provincia, regione o Paese che sia. Più che la fuga dei cervelli, ci sarà la fuga dei digitali verso terre digitali più a portata di click. Ovviamente questa è una provocazione, ma serve a dare la dimensione del problema, visto che se già oggi scegliere una casa comporta sapere se c’è l’adsl o la fibra, probabilmente domani comporterà sapere se il comune in cui si va fornisce servizi digitali.

Questo ragionamento si può estendere alle aziende: se nel comune A faccio tutto con 10 click e nel comune B, invece, faccio tutto con 20 visite agli sportelli comunali, dove sarebbe meglio andare a impiantare la mia azienda?

E se vogliamo ancora più estendere il ragionamento: se passo da 20 visite agli sportelli (in 6 mesi) a 10 click (in 10 minuti), l’utile aziendale ne risentirà in positivo no? E quindi anche il PIL ne potrebbe giovare? Incredibile come digitalizzare i comuni sia un win-win-win-win, per cittadino-comune-imprese-Paese. E possa diventare attrattivo per le aziende.

Si tratta solo di capirlo, coglierne l’opportunità e la responsabilità (dipendenti comunali e segretari), farsi la cultura e portarlo avanti (amministratori), individuare i fondi (Questionario CdC? Fondi Europei?) e dare la necessaria spinta al nostro paese (come comunità locale) e Paese (come Stato).

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