PA, Mochi: "Senza interoperabilità non c'è semplificazione. Ecco dove agire" | Agenda Digitale

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PA, Mochi: “Senza interoperabilità non c’è semplificazione. Ecco dove agire”

Senza una radicale metamorfosi delle PA attraverso l’information technology non sarà possibile nessuna semplificazione. E il cambiamento che serve ha una parola chiave: interoperabilità dei dati. È questo uno dei nodi da sciogliere in fretta, se vogliamo che gli investimenti del PNRR raggiungano i loro obiettivi

03 Giu 2021

Tra i falsi dilemmi che caratterizzano questo congestionato periodo politico e amministrativo c’è quello tra l’urgenza di semplificare la giungla normativa che ha reso lenta e inefficace molta parte della nostra burocrazie e la necessità di una radicale trasformazione digitale delle amministrazioni che hanno, finora, colto solo in forma episodica le opportunità date dalle tecnologie già ampiamente disponibili.

Non c’è digitalizzazione senza semplificazione

Viene prima la semplificazione, senza cui la digitalizzazione è inutile o, viceversa, è necessario partire dal digitale? Si tratta, come è chiaro, di un falso dilemma perché necessariamente servono entrambi i lati della medaglia del cambiamento, ma, mentre è a tutti evidente che l’informatizzazione della PA è inefficace, e forse anche nociva, senza un processo di semplificazione delle norme e dei processi, non è inutile ripercorrere le ragioni per cui senza una radicale metamorfosi delle amministrazioni attraverso l’information technology non sarà possibile nessuna semplificazione.

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Il Ministro Vittorio Colao, intervistato da Fabio Fazio, ci dice che la prima differenza tra la sua vita a Londra e quella di oggi in l’Italia è data dalla fiducia che lo Stato in UK dà ai cittadini spostando i controlli da ex ante a ex post.

Il cittadino può agire liberamente, può autocertificare situazioni e fatti, può contestare con successo le decisioni dell’amministrazione, ma se poi i controlli dimostrano una scorrettezza non c’è scusa che tenga e le punizioni arrivano subito e severe. Pochi controlli preventivi quindi, nessuna richiesta ripetitiva delle stesse informazioni, ma i controlli successivi smascherano implacabilmente chi ha tradito questa fiducia.
Purtroppo da noi succede spesso l’inverso: controlli preventivi asfissianti, montagne di carte da presentare prima di qualsiasi istanza o provvedimento, infinite richieste delle stesse informazioni per cominciare una pratica, poi però pochissimi controlli successivi.

L’interoperabilità è un prerequisito chiave per la semplificazione

Ma, nella situazione attuale, è possibile spostare effettivamente molti controlli da preventivi a successivi, non solo realizzando così una concreta semplificazione e accelerazione, ma dando anche un segnale forte di fiducia verso cittadini e imprese? Come questa fiducia può essere poi sorretta dalla effettiva possibilità di effettuare controlli efficaci, tempestivi e mirati? Il punto è sempre lì in quella magica parola “interoperabilità” che ha, sino a ora, stimolato più convegni che non comportamenti coerenti. Se ogni amministrazione che deve effettuare controlli non ha la possibilità di accedere facilmente e in modo sicuro ai dati detenuti da altre amministrazioni i controlli ex post diventano impossibili e la fiducia diventa abbandono di qualsiasi attività di verifica, con le conseguenze che possiamo immaginare e che episodi come quelli del reddito di cittadinanza ai camorristi ci hanno chiaramente mostrato. Con il risultato paradossale che invece di porre rimedio a questa mancanza, mettendo le amministrazioni in condizione di controllare, abbiamo inferito che c’erano pochi controlli preventivi, rischiando così di appesantire una macchina che già non regge lo sforzo senza provocare pesantissimi attriti, che si pagano con oneri di tempo e di soldi non compatibili con la ripresa auspicata.

Bene, siamo quindi tutti convinti, o lo dovremmo essere, che, per semplificare, le amministrazioni deputate al controllo devono avere un accesso, certamente controllato, ma facile e codificato, alle banche dati di altre amministrazioni. Siamo convinti, ad esempio, che sarà difficile fare politiche di welfare eque ed efficaci se un comune non ha visibilità delle provvidenze erogate dall’INPS e viceversa o se le politiche attive per il lavoro di un comune non possono essere orientate ai risultati se non tornano all’ente locale le informazioni dettagliate sulle assunzioni e i licenziamenti, giorno per giorno, settimana per settimana, nel suo territorio. Dati che dal territorio sono inviati al centro, ma che il centro restituisce solo molto tempo dopo e in forma aggregata.

Siamo quindi convinti che l’interoperabilità non è (solo) un efficientamento dei sistemi informativi e quindi un risparmio di risorse, ma è un prerequisito per una vera semplificazione. Passi avanti in questo senso se ne sono fatti, ma ancora troppo timidi e soprattutto non ancora sistemici e senza una governance unitaria che, speriamo, il nuovo Ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, in sintonia con il Ministro della Pubblica Amministrazione, potrà d’ora in poi garantire.

Le linee guida Agid per l’interoperabilità nella PA

In questi primi mesi del 2021 questo aspetto così importante della trasformazione digitale della PA ha visto l’AgID pubblicare per una consultazione pubblica le “Linee guida sull’interoperabilità tecnica delle Pubbliche Amministrazioni”. È un documento ampio e articolato che ha l’obiettivo di:

  • definire le modalità di integrazione tra le PA, e tra queste, cittadini e imprese, armonizzando le scelte architetturali di interoperabilità delle PA;
  • individuare le scelte tecnologiche che favoriscano lo sviluppo, da parte delle PA, cittadini e imprese, di soluzioni applicative innovative che semplifichino e abilitino l’utilizzo dei dati e dei servizi digitali;
  • promuovere l’adozione dell’approccio «API first» per favorire la separazione dei livelli di backend e frontend, con logiche aperte e standard pubblici che garantiscano ad altri attori, pubblici e privati, accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi digitali;
  • privilegiare standard tecnologici, de iure e de facto, che soddisfino l’esigenza di rendere sicure le interazioni tra le PA, e tra queste, cittadini e imprese;
  • favorire l’interazione tra PA, e tra queste, cittadini e imprese, attraverso un approccio Contract-First.

È un ottimo passo avanti per la definizione della cosiddetta “interoperabilità tecnica” che è però solo uno degli aspetti, seppure importante, del processo di interoperabilità. Oltre a quella tecnica, che si riferisce appunto agli aspetti tecnici dei sistemi informatici, quali ad esempio specifiche di interfaccia, servizi di interconnessione, servizi di integrazione dei dati, presentazione e scambio dei dati, ecc., è importante lavorare anche agli altri ambiti: si parla quindi di interoperabilità sintattica, semantica, organizzativa. Tra questi ambiti quello su cui ora probabilmente è più necessario lavorare è proprio il lato organizzativo, che è poi eminentemente politico. In questo caso l’ostacolo all’interoperabilità non è lo scambio o la comprensione delle informazioni, ma le divergenze nel modo in cui si elaborano le interazioni: le condizioni di accesso alle informazioni, la politica sulla privacy, la negoziazione tra amministrazioni per un’effettiva collaborazione.

Su questo aspetto il Piano Triennale per l’Informatica nella PA aveva già posto le basi nel Capitolo 5 che si apre con l’affermazione che l’interoperabilità permette la collaborazione e l’interazione telematica tra pubbliche amministrazioni, cittadini e imprese, favorendo l’attuazione del principio once only e recependo le indicazioni dell’European Interoperability Framework.

Anche il Cosiddetto “Decreto Rilancio”, il DL 34/2020, modificando l’art. 50 del CAD, aveva proseguito sulla stessa strada, imponendo alle amministrazioni detentrici di dati di garantirne la fruizione da parte delle altre amministrazioni e dei gestori di servizi pubblici attraverso la predisposizione di accordi quadro. Le bozze del cosiddetto “Decreto Semplificazioni”, che è in fase di approvazione in Consiglio dei Ministri, modificano però ancora, come descritto nel valido articolo di Sarah Ungaro su questa testata, l’art. 50 eliminando gli accordi quadro, ma ancora non sappiamo quali saranno allora le regole della collaborazione.

I dati pubblici “bene comune”

Insomma per un’effettiva possibilità di usare i dati pubblici come un “bene comune” della collettività ci troviamo ancora in mezzo al guado. Se ascoltiamo il parere di chi è sul campo, soprattutto nei territori, assessori e Responsabili della Transizione al Digitale di Comuni, Province e Regioni riscontriamo che questa difficoltà ad accedere ai dati della altre amministrazioni, tra difficoltà normative, tecniche e legate alle regole per la tutela dei dati personali, è forse uno degli ostacoli maggiori per poter utilizzare il digitale per le politiche di sviluppo delle comunità locali. È questo quindi uno dei nodi da sciogliere, e in fretta, se vogliamo che gli investimenti del PNRR raggiungano i loro obiettivi di sviluppo equo e sostenibile. Si tratta di agire su più fronti:

  • quello normativo, privilegiando più che le leggi primarie le linee guida e la messa a disposizione di toolbox di facile uso da parte delle amministrazioni;
  • quello formativo, rafforzando le competenze dei dirigenti e dei funzionari pubblici;
  • quello della comunicazione e della trasparenza, perché la disponibilità dei dati è una grande questione soprattutto di democrazia.

Di questo tema, così come di tutte le azioni verso una PA semplice e interconnessa, parleremo a lungo a FORUM PA 2021 (dal 21 al 25 giugno), dove i rappresentanti di Governo (i Ministri Brunetta e Colao in primis), i vertici amministrativi e tecnici delle amministrazioni e le aziende più innovative si confronteranno su come attuare quella svolta decisiva che stiamo tutti attendendo.

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