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Profilati e contenti: se la politica non ci difende dai monopoli digitali

Se alla massificazione del broadcast novecentesco possiamo opporre la nostra soggettività, è proprio su questa soggettività che i nuovi media fanno leva. Conquistandola con il monopolio dei nostri dati. Ma nessuno sembra preoccuparsene

29 Gen 2018

Guido Vetere

Università degli Studi Guglielmo Marconi


Il filosofo Luciano Floridi scrive da tempo che l’identità personale è diventata l’insieme delle interazioni dei soggetti nell’infosfera ed è misurabile sull’impronta che ciascuno lascia nell’abitare il mondo virtuale («The fourth revolution», Oxford, 2014). Forse nella nostra vita c’è ancora spazio per la fisicità e per l’intimità psichica, ma di sicuro gli imperi dell’infosfera sono diventati ben consapevoli della loro enorme influenza sulla nostra ideologia, cioè sull’insieme delle nostre credenze, dei nostri valori, dei nostri orientamenti. Il potere ideologico dei media non è certo un fenomeno nuovo, l’Europa del Novecento ne ha fatto tragica esperienza, tuttavia nell’infosfera esso si esercita con una virulenza (o forse è meglio dire con una viralità) senza precedenti. Il fatto è che, mentre il media tradizionali si rivolgono al cosiddetto uomo-massa, quelli nuovi si rivolgono a noi personalmente, chiamandoci per nome. Se alla massificazione del broadcast novecentesco possiamo opporre la nostra soggettività, è proprio su questa soggettività che i nuovi media fanno leva. Si può comprendere così anche l’allarme di George Soros al recente World Economic Forum

Ciò che rende possibile tale cambio di paradigma è l’accumulo delle nostre impronte informative in piattaforme che, grazie anche ad acquisizioni fuori controllo, si concentrano nelle mani di pochi soggetti. La profilazione degli utenti avviene quando ad una grande quantità di dati personali si applicano algoritmi di classificazione attinti per lo più al repertorio dell’intelligenza artificiale. Sia la capacità di ottenere i dati, sia la complessità degli algoritmi, sia infine la competenza e la potenza di calcolo necessaria per applicarli, favoriscono i fenomeni di concentrazione in atto. Per una perversa combinazione di motivi tecnici, politici e sociali, le piattaforme sfuggono alla giurisdizione degli Stati, costituendosi esse stesse come forme surrettizie di funzione pubblica. Questo tocca non solo l’economia, ad esempio con l’instaurarsi del monopolio globale di quel ganglio vitale che è la pubblicità, ma intacca la democrazia stessa, se è vero che Google s’è messa a vendere servizi elettorali, e si parla di influenza di Facebook nelle ultime presidenziali statunitensi e nelle prossime elezioni italiane.

Tutto ciò, come scrive Salvatore Iaconesi, ci sembra normale, o tutt’al più ci appare come un problema di privacy, o al limite di fiscalità. In realtà si tratta di una trasformazione epocale della quale facciamo fatica a renderci pienamente consapevoli. Le società europee sono particolarmente esposte alle distorsioni indotte dai nuovi monopoli e tuttavia, a fronte dei miliardi che l’Europa spende per programmi di ricerca assai ambiziosi (e talvolta fallimentari), nessuno sforzo significativo è dedicato a tutelare l’infosfera degli stati-membri e dell’intero sistema continentale dal potere dei monopoli informativi, per lo più statunitensi. La ricerca sul modo di sviluppare reti sociali distribuite e interoperabili, in cui ognuno può scegliere il proprio servizio e interagire con gli altri nel pieno controllo della propria personalità informativa è lasciato a una pattuglia di volenterosi presso il consorzio W3C , o a quattro (di numero) studenti che dal 2010 sono riusciti a mettere insieme poco più che i propri amici intimi.

Eppure, non passa giorno che non si lodino le sorti progressive delle tecnologie blockchain e delle annesse criptovalute. La forza di queste piattaforme risiede esattamente nella loro decentralizzazione. Nessuno, banche o governi, è singolarmente in controllo della moneta: sui movimenti di denaro garantisce un’intera comunità di ‘pari’. Per ciò che attiene alle transazioni economiche, dunque, l’architettura peer-to-peer è apprezzata fin troppo radicalmente. Al contrario, non riusciamo a vedere che gli atti che produciamo nell’infosfera (una ricerca su Google, un commento su Facebook, un acquisto su Amazon) sono transazioni informative che trasferiscono valore nelle mani di pochi e incontrollabili soggetti. Si tratta probabilmente di quello che i cognitivisti chiamano “narrow framing”: le persone si focalizzano fin troppo bene sui 2 centesimi della loro busta biodegradabile ma sono incapaci di badare alle cose enormi che accadono nel contesto globale.

Al di là delle percezioni sociali, e perfino contro di esse, il tema è tra quelli da porre in cima alle agende digitali dei governi. Invocare l’autocontrollo da parte delle piattaforme, come fanno alcuni politici, è patetico, applicare forme di protezionismo telematico è impensabile. Ma tra l’estremo di una desolante debolezza e quello di una forza inusitata c’è un campo d’azione che può e deve essere esplorato. Un punto di partenza è senz’altro quello del rapporto tra social media e servizi pubblici. La presenza su Twitter e Facebook è oggi un must non solo per le utility ma anche per le Pubbliche Amministrazioni. I social globali stanno diventando le principali piattaforme su cui si sviluppa il dialogo tra cittadini e istituzioni. Un tweet è spesso l’unico modo, per l’utente, di attrarre l’attenzione che il suo caso merita. Far dipendere una funzione così delicata da servizi così opachi è qualcosa che dovrebbe farci inorridire. Nulla impedisce infatti ai gestori di tali piattaforme di ottenere un profilo specifico del rapporto tra ciascun singolo cittadino con ciascuna singola amministrazione, e farne l’uso che ritiene più opportuno per il proprio business, incluso – dopo il referendum sulla Brexit le presidenziali statunitensi lo sappiamo per certo – il targeting politico. Ma, in una sorta di narrow framing collettivo, nessuno pare curarsene.

Assieme all’identità digitale dei cittadini italiani che prende avvio con SPID andrà ampliata la pratica della sua tutela. Questa tuttavia non si può più limitare ai dati sensibili, al consenso, e tutto l’apparato su cui si basa la nozione standard di privacy. In un mondo dove tutto ciò che diciamo è indefessamente scrutinato da intelligenze artificiali e meticolosamente confrontato con immense quantità di dati, è chiaro che nessuno è in grado di calcolare le conseguenze informative delle proprie esternazioni. Tutto è divenuto, di fatto, sensibile, e se pensiamo al social networking come luogo dove concretamente si sviluppa la discussione politica, dunque come parte integrante della vita democratica del Paese, l’unica conclusione che possiamo trarre è che questo networking debba essere riportato nel perimetro della nostra giurisdizione. Social networking di Stato dunque? La cosa potrebbe far sorridere. Il fatto che un Comune o una Camera di Commercio debbano affidare le loro relazioni con i cittadini ai servizi di Twitter però non è affatto divertente.

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