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Trasformazione digitale, Coppola: “Ecco i tre punti chiave per creare valore pubblico”

La trasformazione digitale è un fattore abilitante solo se eseguita in modo corretto, con le competenze e le risorse adeguate. Va accompagnata, cogliendo le opportunità delle nuove tecnologie, tenendo conto degli errori del passato e dei ritardi accumulati. Vediamo come colmare il gap e creare vero valore pubblico

20 Mag 2019
Paolo Coppola

Professore associato di informatica, Università di Udine, consulente Governo per progetti di digitalizzazione della PA

digitaltransformation

Da qualche anno, ForumPA si occupa di valore pubblico, “il miglioramento del benessere sociale della comunità amministrata”, per dirlo con le parole di Enrico Deidda Gagliardo, Prorettore Vicario dell’Università degli Studi di Ferrara.

Guardando agli aspetti prettamente inerenti al digitale, però, se vogliamo che la trasformazione in atto nella Pubblica Amministrazione sia realmente un fattore abilitante per la creazione di valore pubblico, dobbiamo fare attenzione ad almeno tre aspetti:

  • le nuove opportunità che la tecnologia ci sta mettendo a disposizione in questi ultimi anni,
  • i ritardi che la Pubblica Amministrazione ha accumulato sul versante del digitale e che rischiano di essere un ostacolo che non ci permette di cogliere le opportunità come vorremmo
  • gli errori che sono stati commessi nel passato più o meno recente e che hanno limitato grandemente l’impatto positivo delle tecnologie relegando il nostro Paese quasi sempre negli ultimi posti di quasi tutte le classifiche internazionali sull’argomento.

Opportunità dell’intelligenza artificiale applicata alla PA

La trasformazione digitale è sicuramente un fattore abilitante, se eseguita nel modo corretto. Le ultime conquiste in ambito di intelligenza artificiale, sebbene ancora a livello di prototipi e non di prodotti, fanno intuire enormi benefici se applicate alla gestione della cosa pubblica.

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Penso alla “magia” di Google Duplex che telefona per prenotare un appuntamento dal parrucchiere e mantiene una conversazione di qualche minuto con una ragazza inconsapevole, un vero e proprio esempio di test di Turing, molto limitato, è vero, ma estremamente sorprendente, oppure a Miss Debater, di IBM, che con una voce molto meno umana, ma con una capacità molto più profonda di analisi e produzione del parlato, affronta un dibattito di una ventina di minuti con Harish Natarajan, finalista nel campionato mondiale di dibattiti del 2016, su un tema, essere pro o contro i sussidi per gli asili, comunicato solo un quarto d’ora prima dell’inizio del dibattito.

Penso alle reti neurali di DeepMind che imparano da sole a giocare ai videogiochi anni ‘80, senza che nessuno le programmi fornendo loro la conoscenza sulle regole del gioco, ma semplicemente facendole evolvere e selezionando quelle che ottengono un miglior punteggio, oppure al robot Atlas di BostonDynamics, che non si limita a camminare e salire le scale, ma corre e salta come se fosse un esperto di Parkour, quella disciplina metropolitana in cui i giovani seguono un percorso ad ostacoli nel minor tempo possibile. In generale, però, penso all’aumento di capacità di calcolo, che ha permesso a IBM di costruire Summit, l’attuale capolitsta della TOP500, la classifica dei supercalcolatori, capace di eseguire ogni secondo circa 20 volte il numero di operazioni di un cervello umano.

Se uniamo questa immensa capacità di calcolo con l’ubiquità permessa dal 5G che grazie alla bassissima latenza e all’enorme capacità trasmissiva la rende disponibile ovunque, al bisogno, capiamo quali opportunità meravigliose la Pubblica Amministrazione ha di fronte nei prossimi anni.

Tutte le occasioni (perse) per creare valore pubblico col digitale

Per sfruttare queste opportunità dobbiamo velocemente ridurre il divario che abbiamo accumulato in questi anni tra ciò che era possibile fare con le tecnologie a disposizione e quello che abbiamo realmente fatto. La mancata digitalizzazione e la presenza, ancora oggi, di moltissimi dati in formato analogico non sono più semplice spreco di denaro pubblico, mancato rispetto della legge e riduzione di efficienza, ma anche scarsa capacità di utilizzo di intelligenza artificiale che di quei dati ha estremo bisogno.

Più dati manteniamo in analogico più occasioni di utilizzo dell’IA perdiamo. Più documenti stampiamo, magari al solo scopo di aggiungere un timbro, una sigla o una bollinatura e poi, presi da una sorta di “senso di colpa” ridigitalizziamo scansionandoli e perdendo la gran parte dei dati, più limitiamo la possibilità di utilizzare gli algoritmi. Come hanno scritto McAfee e Brynjolfsson, la corsa deve essere “con” e non “contro” le macchine e la digitalizzazione completa di tutti i flussi di lavoro all’interno della PA con l’eliminazione totale della carta, una cosa che andava già fatta più di venti anni fa, è ormai una priorità assoluta affinché si possa sfruttare al meglio le opportunità e creare valore pubblico.

Come colmare il divario (evitando gli errori del passato)

Come colmare il divario? Certamente non continuando a ripetere gli errori che sono stati commessi nel passato. Ne cito due, che credo siano i principali: affidarsi ai fornitori senza avere le opportune competenze e credere di poter imporre per legge o regolamento i cambiamenti necessari ad una corretta trasformazione digitale.

Per quanto riguarda il primo errore, se da una parte è evidente che la Pubblica Amministrazione non può essere in grado di sviluppare internamente tutto ciò di cui ha bisogno, la storia recente e passata dei progetti digitali della PA ci dimostrano che la mancanza di competenze digitali e manageriali della committenza pubblica portano ad aumento di costi e a prodotti che non soddisfano le necessità per cui erano stati commissionati.

Siamo pieni di servizi digitali della PA che non sono usati o che quando lo sono rendono la vita più difficile di quanto sia necessario, contribuendo a diffondere la “fake news” che il digitale è complicato. Il digitale “incompetente” è complicato! Quello progettato, realizzato e validato da incompetenti è complicato, non il digitale “vero”, e, purtroppo, le competenze necessarie alla trasformazione digitale presenti nell’alta dirigenza pubblica sono scarsissime.

Un problema che ci costa milioni di euro ogni anno e che non si risolve solo con la formazione o con l’assunzione di quadri o funzionari. Servono nuovi dirigenti, magari anche aumentando il numero di uffici, perché è ora di spendere di più in patrimonio umano e risparmiare sugli errori della digitalizzazione diretta da incapaci.

Accompagnare il cambiamento

Infine, riguardo al secondo errore, è fondamentale comprendere che se quella che abbiamo di fronte nei prossimi anni è una profonda trasformazione del modo di lavorare, allora il personale della PA va accompagnato nel cambiamento. La corsa “con” le macchine, in ottica di creazione di Valore Pubblico, può finalmente aiutare ad essere pienamente consapevoli del proprio contributo alla società e di come migliorarlo costantemente.

La digitalizzazione completa dei flussi di lavoro e dei dati trattati dalla PA, unita alla possibilità di automatizzare attività e controlli, riduce gli errori, abilita lo smart working, sgrava dalle attività routinarie e libera tempo e risorse, ma crea anche la sfida di reimpiego di quelle risorse, una sfida che va affrontata con intelligenza, artificiale e non, e senso di comunità, per evitare insicurezza e resistenza al cambiamento.

Cogliendo le opportunità della trasformazione digitale, possiamo trovare le risorse per far crescere il nostro patrimonio umano all’interno delle Pubbliche Amministrazioni e tramite quello aumentare l’efficacia dell’azione amministrativa e quindi la capacità di produrre Valore Pubblico. È in questo senso che va intesa la trasformazione digitale come strumento abilitante per la creazione di Valore Pubblico e per questo abbiamo estremo bisogno di vertici amministrativi e politici competenti e lungimiranti.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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