Una strategia nazionale per gli open data

Gli studi e le rilevazioni ci indicano che sono sempre più concrete le opportunità degli open data, ma per sfruttarle occorre una strategia che consenta di costruire un ecosistema favorevole. Ecosistema di cui un Istituto per gli Open Data non può che essere parte

06 Nov 2013
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Nel mese di ottobre tre report di tipo diverso sul tema degli Open Data, da parte di McKinsey, dell’Open Knowledge Foundation e dell’Open Data Research, hanno portato in evidenza alcuni punti di riflessione molto significativi:

  • l’uso degli Open Data sta dimostrando l’effettiva potenzialità in termini di benefici sociali ed economici;

  • il pieno dispiegamento dei benefici degli Open Data è legato naturalmente a fattori tecnici, ma soprattutto su fattori politici, sociali, culturali. Lo stesso concetto di Open Data deve essere associato non solo al formato ma anche a fattori come accessibilità, qualità, costo e licenze che insieme ne consentono l’effettivo utilizzo;

  • ancora pochi Paesi hanno intrapreso con decisione il percorso degli Open Data.

La McKinsey sintetizza così le sue considerazioni sull’uso degli Open Data:

  • ha un grande valore economico potenziale, grazie alla possibilità di fornire nuovi prodotti e servizi con una maggiore efficienza, ma anche di favorire lo sviluppo di nuovi business;

  • incrementa l’impatto dei big data grazie alla creazione di un background culturale e politico (trasparenza) e alla spinta sulla sperimentazione;

  • fornisce ai cittadini la possibilità di disporre di più informazioni per le proprie decisioni e di poter influenzare in modo più significativo i fornitori di prodotti e servizi;

Per concretizzare questi benefici è importante però che i governi giochino un ruolo centrale di regolamentazione sull’uso degli open data (inclusi i temi della privacy) e per favorire lo sviluppo di standard che ne facilitino l’uso.

Come si stanno muovendo su questo scenario i diversi Paesi? Delle analisi approfondite e di grande interesse vengono dall’Open Data Index dell’Open Knowledge Foundation e dall’Open Data Barometer dell’Open Data Research Institute.

Il primo è il risultato di una valutazione di qualità sull’effettiva apertura e qualità (in termini di formato, gratuità, disponibilità, aggiornamento e licenza) e disponibilità dei dati sui principali settori/aree (orari dei trasporti, budget governo, spese governo, risultati elettorali, registro imprese, mappa nazionale, statistiche nazionali, legislazione, codici postali, dati sull’inquinamento ambientale). Rispetto a quest’indice l’Italia si posiziona solo al decimo posto tra i Paesi della UE, grazie soprattutto ad alcune eccellenze (Istat e MEF, su tutte) e con uno scarto molto rilevante dai Paesi che la precedono (Regno Unito in testa, con 940 punti) e un punteggio (515) poco superiore alla metà del punteggio totale ottenibile.

Il secondo, l’Open Data Barometer, fornisce una valutazione più segmentata, distinguendo tra “readiness” a livello di politiche governative, di cultura di imprese e di cittadini, “implementation”, paragonabile all’Open Data Index, ma articolato su più settori, e “impact” per la valutazione sui benefici socio-economici che sono stati registrati. Rispetto a quest’indice riscontriamo un forte ritardo dell’Italia sul fronte della “readiness” (33° tra i Paesi esaminati e 16° tra i Paesi UE) , soprattutto per quanto riguarda le politiche governative e i cittadini, mentre dal punto di vista dell’implementazione e dell’impatto, benché la distanza dai Paesi più avanzati (UK, Usa, Svezia, Danimarca, Norvegia) sia comunque rilevante, la classifica relativa ci pone un po’ più avanti, tanto che nella graduatoria complessiva siamo al 20° in assoluto e 13° tra i Paesi UE. Da queste comparazioni si rileva così che, mentre alcuni Paesi stanno costruendo il proprio percorso sugli Open Data a partire dalle politiche e dalle strategie governative, senza averle ancora tradotta in fatti e reali benefici (vedi il caso del Portogallo), l’Italia mostra una buona performance relativa, nel senso che riesce a tradurre in impatti positivi quello che realizza e che (poco) imposta. Seguendo questa linea di analisi, si potrebbe ipotizzare che una più ampia e incisiva policy, una più avanzata readiness del sistema Italia potrebbero quindi portare a impatti molto significativi, soprattutto in settori oggi in gran parte trascurati. L’esempio della Sanità è il più evidente, di grande arretratezza in Italia da tutti i punti di vista, ma valutato dagli esperti come una delle aree di maggiore potenzialità sociale ed economica.

Gli esempi di vantaggi economici nei diversi settori sono tantissimi, anche in campi come quello bancario e finanziario, e non è a caso la quantificazione di Mc Kinsey in tre mila miliardi di dollari del potenziale business indotto dagli Open Data.

Il punto di snodo è quindi sulla strategia complessiva e sul necessario spostamento di attenzione da una impostazione sostanzialmente tecnica e orientata al concetto di trasparenza dello specifico dato, ad una impostazione strategica in cui l’opportunità degli open data viene vista come enzima di un significativo sviluppo socio-economico e quindi utile per tutti i settori. Strategia necessaria per la costruzione di un ecosistema in cui le politiche di Open Government e sui dati in generale favoriscano l’attivismo dei cittadini come fornitori e utenti avveduti e attenti dei dati, e delle aziende che possano trovare le condizioni favorevoli per un approccio innovativo con la costruzione di nuovi prodotti, nuovi servizi per una qualità migliore della vita.

In questo scenario emerge l’importanza di un riferimento che sia luogo d’incontro delle esigenze dei privati, dei cittadini verso le istituzioni e sia da supporto per lo sviluppo di una cultura del dato e della openness, coniugata con una spinta convinta all’innovazione.

È l’ora di pensare ad un Istituto per gli Open Data, la cui progettazione inizia ad essere matura e il cui start-up diventa prossimo. Questo è il naturale sviluppo dell’evoluzione della comunità italiana degli open data, che vede oggi con interesse la Fondazione Bruno Kessler diventare nodo italiano dell’Open Data Institute di Londra, e che già a febbraio 2013 fu artefice di uno dei più estesi eventi mondiali in occasione della giornata internazionale sull’Open Data, con 13 città coinvolte. L’auspicio è che la giornata internazionale del 22 febbraio 2014 sia il primo passo di questa nuova fase italiana.

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