Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

il giudizio

Vetritto: “Il piano triennale dell’ICT pubblico ignora la realtà dei territori, ecco perché”

Il nuovo piano triennale Agid dell’ICT nella PA suscita una forte impressione di indeterminatezza e genericità, tanto da lasciar sospettare nei redattori poca conoscenza delle problematiche concrete delle amministrazioni territoriali. Ecco tutte le questioni aperte e quali nodi critici resteranno irrisolti

29 Apr 2019

Giovanni Vetritto

Direttore Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri


Anche nell’ultimo aggiornamento del Piano Triennale per l’informatica nella PA, 2019-2021, c’è un grande assente: la questione dell’aggancio delle amministrazioni territoriali alle dinamiche dell’innovazione.

Non che manchino affermazioni di principio e sfoggio di buon lessico comunitario, ovviamente; e come non concordare sulla necessità di abbandonare vecchie dizioni ormai evidentemente inadeguate, a fronte degli sviluppi tecnologici, come quella di “comunità intelligenti”, in favore di nuove concettualizzazioni più avanzate, come quella di “Smart Landscape”, che evidenzia “le caratteristiche di contenitore rispetto a domini più specializzati” (p. 160).

Eppure, tutto il documento lascia, in chi si applica da anni a quella fatica di Sisifo che è la riorganizzazione delle amministrazioni territoriali, una forte impressione di indeterminatezza, di genericità; tanto da lasciar sospettare nei redattori del Piano poca conoscenza dei veri nodi e delle problematiche concrete; ma anche delle tante valide esperienze di modernizzazione cooperativa ormai in campo da più di un decennio nell’universo vario e problematico degli enti locali.

Nessun salto tecnologico senza i Comuni

È il caso di ribadirlo per l’ennesima volta. Non si farà fare al Paese il salto tecnologico trascurando i Comuni, realtà vive che forniscono ai cittadini molti dei servizi e delle decisioni collettive più rilevanti. Dal consumo del suolo alla assistenza sociale, dalla lotta al dissesto alla manutenzione degli spazi di vita comune, dalla anagrafe ai tributi e al catasto sono i Comuni lo “sportello” amministrativo cui il cittadino si rivolge più spesso; solo “ecosistemi” verticali (per usare il lessico del Piano in argomento) come scuola e sanità hanno per ciascuno di noi lo stesso rilievo.

Ebbene, questo universo comunale è frammentario, impotente, immobile nel suo Ottocento giuridico-formale. È costituito di circa 8.000 unità, metà delle quali ha meno di 3.000 abitanti, in quasi 6.000 casi meno di 5.000 abitanti. Il numero degli addetti è risibile, e via via ulteriormente penalizzato da irragionevoli blocchi del turnover. Privo, di fatto, di competenze digitali (per tacere di altri saperi ben più risalenti eppure anch’essi scomparsi dai radar degli uffici municipali).

Questi Comuni che genericamente definiamo “piccoli” servono, secondo i dati della Strategia Nazionale delle Aree Interne, all’incirca un italiano su 4; sono dunque parte essenziale di una transizione digitale rettamente intesa. Non se ne può trattare come se fossero un fatto marginale.

I Comuni, tutti, fanno poi riferimento a un quadro regionale invecchiato ma, secondo i giuristi, intoccabile, con Regioni che hanno meno abitanti di un Municipio di Roma. Dentro questo quadro sono sopravvissute, con la bocciatura del referendum costituzionale del 2016, province definanziate già un biennio prima, in vista di una cancellazione sperata e poi fallita; ma che nessuno pare voler riqualificare, lasciandole in una improvvisazione senza risorse, nella quale anche un solo euro rimasto a disposizione è ovviamente sprecato.

L’Italia è solo uno dei tanti casi di accentuato policentrismo in Europa. Ve ne sono altri, dalla Germania alla Francia alla Polonia; ma tutti gli altri hanno realizzato ormai da vent’anni profonde riforme, riducendo il numero delle Regioni (la Francia è passata da 22 a 18), attivando forme obbligatorie di cooperazione intercomunale (i kreise tedeschi, le communauteé nouvelle in Francia, i powiaty in Polonia), depotenziando la “diversità” dei livelli di governo intermedio, trasformati da attori a vocazione generale in enti sussidiari di conferimento di funzioni in ottica di efficienza intrascalare.

Tutte le questioni aperte che influiscono sul Piano

Da noi, invece, un fallimento dopo l’altro. Sono rimaste sul campo mille questioni, che influenzeranno molto profondamente le risultanze del Piano. Cosa sono, per parlare della maggiore incompiuta, le nuove Autorità Metropolitane introdotte nel 2014 e tuttora rachitiche nella loro culla? Perché limitare a queste 14 (solo 14!) città lo spettro degli interlocutori del Piano, tralasciando del tutto tante importanti medie città capoluogo (da Siracusa a Lecce, da Verona a Padova)? E poi, perché considerare per ciascuna delle 14 sia l’autorità Metropolitana che il Comune centroide? Possibile che nessuno si sia ancora chiesto se i 6 milioni di abitanti della conurbazione di Roma, per fare un solo esempio, debbano essere “serviti” tecnologicamente da ciascun Comune dell’area (sono in tutto 121, molti minuscoli), o se non sia meglio “devolvere” il deployment dei servizi tecnologici al contenitore più ampio? Possibilmente con una visione di policy unitaria da Reggio Calabria a Venezia?

E correlativamente, pensando a province difficili come Cuneo (più di 200 Comuni, quasi tutti montani) sarebbe stato proprio superfluo dare almeno una indicazione di massima sulla opportunità di continuare nella frammentazione tecnologica attuale o usare la provincia come più potente veicolo di efficienza scalare?

I nodi critici (che non vengono affrontati)

Nulla di tutto questo si rintraccia nel documento. Chi lo ha vergato, nonostante la collaborazione delle Regioni e i passaggi formali in Conferenza Unificata, ha accuratamente evitato tutti i principali nodi critici.

Di modo che l’Italia “minore” (che minore non è) continuerà a far ricca qualche in house ministeriale o qualche sede di lobbying romana per fronteggiare una impotenza che è causata dalle non scelte, non certo da una maledizione di natura. E continueremo ad avere una Strategia Nazionale delle Aree Interne che non ha nemmeno una sua “agenda” digitale, proprio nei contesti di rarefazione dove le tecnologie potrebbero essere decisive (teleassistenza, telemedicina, teleriscaldamento, energie rinnovabili, riorganizzazione dei back office comunali attraverso banali sistemi di workflow che dematerializzino le procedure amministrative e via enumerando).

Continueremo ad avere un sistema in cui le province sono attori potenziali ma non necessari del processo di digitalizzazione delle amministrazioni locali, con un ruolo incerto e senza nessun accenno a criteri di devoluzione o meno della competenza verso l’alto nei diversi contesti di un Paese con tanta montagna, tanta collina e frammentarietà dei comuni molto diseguale tra territori.

Continueremo a non avere un concetto, non dico prescrittivo, ma minimamente orientativo di cosa sia una smart city; addirittura a p. 159 del Piano ci si lamenta di questa lacuna, che forse dovrebbe trovare proprio in Agid qualcuno in dovere di colmarla. Così l’Anci potrà continuare a esibire nel suo catalogo delle smart city comunelli di pochi abitanti, o mega città che però hanno solo sincronizzato 4 semafori su una via di scorrimento.

Continueremo a dibattere amleticamente attorno al concetto di cosa sia metropolitano, mentre da Sassari a Verona molte città medie iniziano a organizzare vere e proprie “reti urbane” che replicano in minore la complessità di governo della conurbazione (che è l’ubi consistam dello specifico metropolitano).

Poi una bella mattina qualcuno si alzerà per lamentarsi di come sia ancora insufficiente il numero dei Comuni aderenti a Spid o a Anpr; oppure cercherà la scorciatoia di comunicare la percentuale di cittadini serviti, senza specificare chi siano quelli abbandonati: il modo perfetto per aggiungere ai già troppo pesanti divari nazionali (nord/sud, pianura/montagna, statuto speciale/statuto ordinario) un altro divario, quello tra chi è potuto saltare sul treno dei grandi verticali nazionali e chi è stato lasciato a terra (probabilmente essendo già a sud, in montagna, a statuto ordinario).

E se sulla geografia della policy questo è il risultato, nemmeno nella microfisica di progetti e isole di eccellenza andiamo meglio.

Nessun cenno alle esperienze territoriali rilevanti

In un Piano triennale che trova un paio di pagine perfino per descriverci sviluppi recenti in contesti francamente non paragonabili (Dubai, Singapore, l’immancabile Cina: pp. 162-163) non vi è menzione di nessuna delle esperienze territoriali rilevanti dell’ultimo decennio.

Non si nomina l’unico programma multilevel degno di memoria, quel Programma ELISA che chi scrive ha dimostrato essere interessante perfino per una Rivista internazionale; non un cenno a esperienze di medie città esemplari, come Padova o Lecce; nemmeno un rigo sulla Siracusa ultima città italiana premiata dalla fondazione IBM; inesistente per gli estensori il modello paradigmatico del Consorzio dei Comuni Trentini e del loro ComunWeb; nemmeno citata la comunità del GIT creata da Umbria Digitale e da Anci Lombardia. Con un po’ di provincialismo, meglio dieci inutili righe su Dubai.

Alla fine del triennio diverse delle promesse di questo Piano troveranno verosimilmente un positivo coronamento; è l’età della tecnologia, anche nelle più sperduta delle valli italiane questo è chiaro e dovunque ci sono funzionari e operatori di buona volontà che remeranno con decisione nella direzione indicata dal Piano: ma, sia chiaro, nonostante il Piano stesso e non grazie ad esso.

Con questo resterà largamente sottoutilizzata la potenzialità disruptive delle nuove tecnologie. La loro capacità di essere l’unico possibile strumento e metro di revisione degli ordinamenti locali; la loro forza “democratica” di parificare pretese e diritti di tutti i cittadini, a dispetto degli svantaggi orografici e geografici, per la capacità che solo la tecnologia ha di annullare spazio e tempo.

Si minimizzerà, a dispetto di qualunque risultato che questo Piano possa produrre, la capacità di azione trasversale, connettiva, di serendipità delle nuove tecnologie; la loro capacità di connettere ciò che la nostra mente ha sempre analizzato e programmato separatamente. La loro impareggiabile vocazione ad apparentare sforzi e strumenti nella soluzione di problemi un tempo distinti, con la sua forza di analisi e applicazione olistica.

Resteranno troppe isole di rigetto della ICT, della sua logica trasparente e razionale, 0/1, acceso/spento. E in quei dannati interstizi continuerà a imperversare il solito italico costume dell’aiutino, della spintarella, del favore al posto del diritto.

L’Italia vera è un paese difficile, “lungo lungo”, come scriveva in uno dei suoi ultimi libri Giorgio Ruffolo. Se c’è uno strumento per affratellarlo, risolverne differenze e contraddizioni, unirlo su soluzioni più omogenee ovunque, questo è solo e soltanto la tecnologia.

Spiace che anche in questo Piano Triennale quel Paese vero, per l’ennesima volta, non ci sia.

*Le opinioni qui espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Amministrazione di appartenenza.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4