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il confronto

Alienati o imbecilli? Prove di dialogo su produzione e consumo, clima e diritti degli animali

Un dialogo/confronto in più giornate su alienazione, lavoro, dati e tecnologia sviluppato dal filosofo Maurizio Ferraris e dal sociologo Lelio Demichelis. La terza giornata: produzione, consumo e molto altro ancora

07 Giu 2019

Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Maurizio Ferraris

professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Torino


Maurizio Ferraris:  Attuiamo, nella teoria (dove ha un senso, diversamente nell’economia) una decrescita felice, applicando il rasoio di Ockham. Perché imputare a una entità trascendente ciò che semplicemente si può spiegare con i caratteri immanenti dell’essere umano, che ha sempre amato consumare, e che se non lo ha fatto così abbondantemente in epoche precedenti della sua storia è stato solo perché mancavano i beni. Oggi si offre la concreta possibilità di far retribuire questo consumo e i dati che produciamo, e invece tu te ne esci con una tirata contro il tecnocapitale.

La pubblicità non crea il consumo. Lo orienta in certe direzioni. Proprio come l’amore romantico non crea il desiderio sessuale, ma lo orienta e lo organizza in certe forme. Non piacciono le forme prese dalla pubblicità (posto che si possa parlare, anche qui, di un unico ente diabolico)? Non piacciono le forme di organizzazione del lavoro e di sfruttamento dei dati? Benissimo, sono d’accordo, si può inventare di meglio, ed è ciò che mi impegno a fare con il mio studio della rivoluzione documediale. Non piacciono le mie invenzioni? Benissimo, ma si propongano idee nuove.

Dici giustamente che non hai mai scritto che la generazione di dati non deve essere pagata. Vero. Il problema è però che non hai nemmeno scritto che deve essere pagata, prima che lo dicessi io. E questo, in generale, mi sembra il limite della riflessione apocalittica. Degli umani sviluppano una quantità di idee nuove, in genere accompagnate dai nomi propri, dei loro inventori o dell’azienda che le attua paradigmaticamente: Ford, Taylor, Uber, Amazon, Facebook, Instagram. Sembrerebbe logico che altri umani, a cui queste idee non piacciono, sviluppassero delle idee alternative, ma vedo spesso la semplice riproposizione di una critica del capitalismo industriale che, ripeto, è sempre più inattuale.

Se ci facciamo caso, i due grandi temi che, a prescindere dalla questione dei diritti civili (genere, etnia, eccetera, importantissimi ma che, ripeto, non portano voti alla sinistra giacché riguardano l’individuo astratto), le rivendicazioni sociali concrete, visto che, in maniera inattuale, continuano a concepire il lavoro come sfruttamento-fatica-alienazione, si sono rivolte o verso una poco credibile rivendicazione del carattere alienato e faticoso della mobilitazione documediale, oppure (e vale la pena di riflettere) verso la rivendicazione dei diritti degli animali e la condanna dello sfruttamento del pianeta.

Diritti degli animali e tutela del pianeta sono rivendicazioni giustissime e importanti, tranne quando mascherano l’incapacità di analisi. Benissimo rivendicare diritti degli animali. Benissimo tutelare il pianeta. E, lo ripeto, sicuramente oggi sono due cose che si fanno molto di più di quanto non si facessero anche un paio di decenni fa. Ma si ha talvolta l’impressione che gli animali siano i nuovi operai, su cui riversare la nostra compassione nel momento in cui gli operai non ci sono più e i migranti vengono definiti “esercito di riserva del capitale”. E che l’ambiente sia un obiettivo comune a costo zero, su cui tutti si trovano d’accordo (a cominciare dalle industrie, che sottolineano il loro rispetto per l’ambiente), tranne qualche villain come Trump, che con la sua irriducibilità trova il modo di avere una parte in commedia.

Ora, una volta che si sia riconosciuto che

  • i diritti civili sono un tema importantissimo, così come lo sono i diritti degli animali e la tutela del pianeta;
  • una volta che si sia compreso che questi diritti e queste sensibilità sono frutto di uno sviluppo della cultura e di un agio maggiore che dipende anche dallo sviluppo capitalista;
  • sarà necessario fare un passo in avanti, e riconoscere le specificità del capitale documediale rispetto al capitale industriale, formando una nuova teoria del lavoro come mobilitazione e produzione di valore, e non come alienazione e come sfruttamento. Le tre cose si implicano a vicenda, mentre apocalittici e complottisti fanno una grande confusione.

Questi ultimi, infatti, vedono nei diritti civili una strategia del capitale per distogliere i lavoratori (intesi del tutto tradizionalmente come alienati e affaticati) dai problemi reali. Gli apocalittici, invece, si dichiarano favorevoli ai diritti civili, ai diritti degli animali e a quelli del pianeta, ma li vedono calpestati dal capitale. E, in tutto questo, a proporre una analisi del plusvalore documediale e una riconcettualizzazione del lavoro devo impegnarmi io, che mai e poi mai avrei pensato di dovermi occupare di queste faccende, pensando che fossero in buone mani.

Lelio Demichelis: Ma dimentichi che la mobilitazione non è una novità virtuosa di oggi, ma è la norma del tecno-capitalismo. Perché mobilitazione è l’utilizzo esaustivo del tempo e la eliminazione dei tempi morti, è l’accelerazione delle macchine e degli uomini, è il continuo perfezionamento dell’integrazione e della sincronizzazione delle parti (uomini e macchine) messe al lavoro ieri nella fabbrica fisica, oggi nella piattaforma virtuale/digitale/fabbrica-rete. È questa mobilitazione che produce valore, certo, ma quindi e conseguentemente il lavoro documediale è perfettamente in linea con il lavoro tradizionale anch’esso mobilitato da più di un secolo: lavoro fordista (o meglio: capitalistico-industriale), che tu dici essere finito o morente mentre la sua forma e norma si replica per l’ennesima volta, perché questa norma/forma del tecno-capitalismo è il suo doppio movimento (individualizzare/suddividere per poi totalizzare/integrare in una struttura superiore). Anche io sto costruendo una teoria, però critica di questo lavoro, e quindi arrivo a una interpretazione del tutto opposta alla tua. Ho già spiegato che questo lavoro non cancella l’alienazione (cedo o vendo i miei dati: facendolo, la mia vita/dati non sono più miei e quindi divento altro da me, e i dati, cioè la mia vita diventano di un altro che ne trae profitto, cioè i dati, cioè la mia vita sono proprietà delle piattaforme che estraggono i miei dati mettendomi al lavoro per farmeli produrre e quindi non sono miei ma di qualche capitalista); non cancella la fatica anche se la nasconde; non rende liberi ma trasforma il vecchio Panopticon in un Panopticon 2.0/fabbrica dei dati, dove ogni lavoratore – chiuso metaforicamente nella sua cella/postazione personale di lavoro – deve produrre dati e informazioni su di sé, sui suoi pensieri/sentimenti, relazioni. Il massimo dell’auto-alienazione, di nuovo; non certo la fine dell’alienazione. Lavoro mobilitato, certo, per il sistema che ha trasformato i miei dati nel suo petrolio per fare profitti per sé, come ieri aveva trasformato il mio lavoro fisico in profitto. Se poi guardo alla Direttiva approvata dal Parlamento europeo per la tutela del copyright, siamo agli antipodi. La Direttiva tutela finalmente dallo sfruttamento della conoscenza messa in atto dai giganti del web, obbligandoli a riconoscere un giusto compenso per un lavoro creativo di conoscenza svolto da intellettuali, artisti, giornalisti, veri creativi: che lo sono lavorando consapevolmente per produrre un bene chiamato conoscenza, arte, cultura, informazione – che sono il frutto del loro lavoro e che quindi non sono alienati, come non lo sono io che sto creando questo confronto intellettuale con te (leggi qui per approfondire). Questo è lavoro di conoscenza, non è lavoro documediale: che è invece un lavoro tayloristico, assolutamente non creativo perché appunto basato non sulla creazione consapevole di conoscenza da parte del lavoratore dei dati ma sulla estrazione di valore dalla vita/dati delle persone (e sulla sorveglianza – l’altro elemento che serve al sistema per controllare gli uomini). È appunto il Panopticon 2.0, una fabbrica panottica (e richiamo qui i preziosi lavori di analisi del Gruppo Ippolita), dove tutti sono mobilitati a produrre dati personali, spogliandosi di sé stessi, mettendosi a nudo, reificandosi ma soprattutto datificandosi – e non dirmi, di nuovo, che questa non è alienazione/estraneazione (nel senso di Marx e non solo).

La rete quindi, non esemplifica, come tu scrivi, quella caratteristica tutta umana che sarebbe il produrre documenti. Ma la potenzia e poi – come accaduto per le retoriche sulla condivisione, una pratica che esiste da quando esistono delle società umane, ma che sembra essere invece un gentile dono disinteressato della rete – la mette a profitto per sé. Di nuovo: dopo il lavoro di produzione e dopo il consumismo, ecco la messa al lavoro della vita anche con la produzione moltiplicata di dati e di documenti, dopo l’estrazione di valore anche dalla conoscenza: di nuovo il sistema crea gli strumenti umani e modella i comportamenti di cui necessita per attivare sempre sé stesso come sistema basato su una incessante dynamis. I documenti – caratteristica tutta umana – oggi sono diventati sì merce e strumento di mobilitazione al lavoro, ma, e di nuovo è il tecno-capitalismo che mette a profitto privato la socialità e la documentalità umana, con un ulteriore sfruttamento capitalistico della vita. Il dover essere sempre connessi e il dover condividere – i mantra pedagogici/ideologici degli ultimi vent’anni necessari alla nostra messa al lavoro in mobilitazione permanente per farci produrre dati e documenti per il tecno-capitalismo – hanno modificato in modo eteronomo il comportamento, altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile passare dalla strenua difesa della privacy e dei propri documenti/dati agli inizi della modernità, alla loro vendita sul mercato nella ipermodernità di oggi; come si sia passati dal considerare lo spionaggio ieri una perversione e una violazione della libertà a (oggi) un lavoro felice, non faticoso, non alienante e per di più, come dici, da retribuire. Il tecno-capitalismo ha appunto trasformato anche i documenti in merci, lo hai detto tu stesso – cioè ha mercificato un altro pezzo di vita che prima non lo era. Con il paradosso per cui il sistema da un lato ci fa produrre dati e documenti, dall’altro ci espropria della memoria, del passato, del concetto stesso di storia (fatta di passato, presente e futuro), portandoci a vivere in un eterno presente senza memoria ma ricchissimo di dati/documenti.

M.F. Mi sembra che la tua posizione si stia trasformando in una perorazione pro domo tua. Tu, come creativo e intellettuale critico, devi essere pagato. Gli altri (e tu stesso nella gran parte della tua vita) no, perché si mobilitano invece che essere intelligenti come te. Anzi, non solo non devono essere pagati, ma devono essere disconnessi, e magari obbligati a fare i minatori perché gli sia chiaro in ogni momento quando lavorano (giù, al buio, col grisou) e quando vivono (su, in una catapecchia, coi crampi della fame).

L.D. Di nuovo, mi fai dire cose che non ho detto. E piuttosto: ancora nel tuo contributo uscito su agendadigitale.eu, scrivi che: “Web e robot sono pieni di etica; ci si strugge sulla privacy, mentre le persone se ne fregano”. Se ne fregano appunto perché da vent’anni la Silicon Valley (semplificando) ha convinto tutti che la privacy è cosa del passato. Ma se non moriva la privacy – elemento-base dell’individuo moderno e della sua libertà – Facebook (e non solo) non poteva estrarre valore dalla nostra produzione di dati, incentivata dal mantra: bisogna condividere, bisogna essere sempre connessi, per poter sfruttare a fini di profitto privato la socialità innata degli uomini. Mai era però successo che la socialità e la vita divenissero un mezzo per produrre profitto privato. Per questo non condivido la tua affermazione: il web è pieno di etica. Direi invece che è pieno di cinismo capitalistico se appunto sfrutta la vita intera degli uomini. Non solo: se il capitalismo mette a profitto la socialità, non sono forse alienato anche dalla socialità e dalle mie relazioni, che non sono più mie se servono a produrre dati/documentalità? E quindi torniamo all’alienazione secondo Marx e alla alienazione come divenire altro da sé.

M.F. Silicon Valley ha creato la tv del dolore e Sandra Milo che grida “Ciro, Ciro”? O ha prodotto i rompicoglioni che ti raccontavano i fatti loro in treno quando non c’erano i telefonini (oggi per fortuna si sfogano lì)? Via, non scherziamo. Qui inverti le cause con gli effetti, ma la realtà è un’altra. Non è il mercato che produce la pornografia, è la sessualità perversa e polimorfa, in quanto radicata nel nostro passato biologico (pensa ai Bonobo) e repressa dal disagio della civiltà, che genera il mercato della pornografia. Questo vale per l’esibizionismo, la mancanza di pudore, e tutte le altre caratteristiche umane che imputi al mercato assolvendo l’umanità (tranne una ristretta minoranza di colpevoli, la Krikka del Kapitale).

Dunque, a parte il fatto che i dati non sono necessariamente raccolti per il profitto privato (in Cina non è così: è la più grande raccolta di dati al mondo, ed è per il profitto pubblico), non capisco perché imputare al cinismo capitalistico un esibizionismo troppo umano. E quanto alla alienazione come divenire altri da sé, io qui sono con Hegel contro Marx: ci sono molti momenti (l’educazione e la cultura in primis) che sono divenire altro da sé, e sono la cosa migliore che ci si possa augurare.

L.D. Certo, ma la differenza è soprattutto – come sosteneva Gustavo Zagrebelsky – tra attivarsi ed essere attivati, tra libertà e subordinazione, tra individuazione e individualizzazione, tra autonomia ed eteronomia… Ogni organizzazione tende a farci dimenticare di essere attivati dall’organizzazione stessa, facendolo sembrare un nostro attivarci libero e spontaneo (ancora il lavoro come collaborazione con l’impresa, intesa come virtuosa comunità di lavoro). Quanto alla Cina non parlerei di profitto pubblico ma di profitto per il partito

M.F. Io credo di essere stato attivato, sempre, da qualcosa: dalla mia cultura, dal linguaggio che parlo, dalle abitudini in cui sono cresciuto e a cui in parte mi sono ribellato. Se tu e Zagrebelsky siete stati attivati dallo spirito santo (e sarebbe pur sempre una attivazione eteronoma), buon per voi, io parlo di un comune mortale come me. Che è consapevole di due cose: primo, che il mondo è pieno di esibizionisti (tutti quelli che stanno sui social, ad esempio. Io non ci sono, e tu?) e che questo è un fatto da molto prima della Silicon Valley, che con ogni probabilità è stata stupita di quanto le persone possano perdere dignità pubblicando i propri profili in mutande. Ma, ripeto, era tutto sommato prevedibile pensando ai molesti individui che ci tediano con le loro storie di cuore e di corna anche senza mediazioni tecnologiche sofisticate, può bastare un telefono fisso. La seconda cosa di cui sono consapevole, e che ho eletto a mia regola di vita, è di considerarmi anzitutto responsabile di ciò che mi accade, soprattutto nel male, senza subito dar la colpa a Silicon Valley, al Kapitale, al Complotto Ebraico. Può darsi che i primi due c’entrino, il terzo certo no perché non esiste, ma il primo responsabile sono prima di tutto io. Trovo infantile andare a scagliare la colpa sugli altri, specie se questi sono entità astratte e talora inesistenti.

Dimenticavo. Mi chiedo come fai a sapere che in Cina il profitto non è pubblico, ma è per il partito. Io noto semplicemente che in Cina lavori stupidissimi che possono tranquillamente essere automatizzati sono svolti, in modo apertamente ridondante, da addetti, e questo perché così questi ultimi hanno un lavoro e uno stipendio. Non è profitto pubblico? Non ti sembra di trasporre un po’ irriflessivamente la logica del profitto aziendale in una realtà come uno stato che ha ovviamente altri obiettivi, e a cui non conviene affatto promuovere il profitto del partito a scapito del bene comune?

L.D. In Cina il profitto è ovviamente politico, in termini di controllo – pensiamo all’uso ormai pervasivo del riconoscimento facciale. Mentre in occidente il profitto generato dal controllo/profilazione è soprattutto per imprese private. Ribadisco comunque la differenza per me sostanziale tra potersi attivare e essere attivati da altri/altro. Dal potersi attivare senza essere attivati da altri/altro discende la possibilità e la capacità – non la certezza, ma la consapevolezza di una possibilità e di una capacità – di poter essere autonomi o più autonomi di quanto non si sia. Di poter camminare insomma senza girello kantiano. Il dia-logo genera poi de-cisione consapevole. L’ascolto non è eteronomia, ma con l’ascolto e il confronto la decisione è più autonoma e più consapevole. In rete, dove non c’è più dialogo ma una sommatoria di monologhi, si resta invece nel girello della rete. Confermo inoltre di non essere mai stato sui social – macchine di populismo, di eteronomia, di conformismo/echo chambers, di idiozia/bullismo e di violenza collettiva: fenomeni che esistevano anche prima, certo, ma che oggi, grazie alla tecnica dei social, si potenziano n volte (ancora Eco, ricordato sopra). Diventando irrefrenabili. Anch’io, quindi, come scrivi per te, mi sento di dover essere responsabile e consapevole delle scelte da fare o fatte.

E non ho mai dato la colpa alla Silicon Valley o al capitalismo e meno che meno – ma quando mai! – a un complotto ebraico (gli ebrei mi sono sempre stati molto simpatici, molto meno questa Israele; così come mi sono simpatici i musulmani, i buddisti, i cristiani e gli atei e gli agnostici… se non diventano integralisti). Ma questo non mi deve impedire, in quanto studioso analista dei processi tecnici e capitalistici, di vedere gli effetti che questi processi producono: attraverso la pubblicità come propaganda e come organizzazione scientifica del lavoro di consumo; mediante l’effetto di imprinting/imprimatur capitalistico e tecnico (ancora) che generano, determinando infine anche il nostro lavoro di produzione di dati. Tutto sempre dentro la pianificazione neoliberale per far adattare la società e gli individui alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro. I miei riferimenti alla Silicon Valley servivano e servono solo a identificare per immagini – dovrebbe essere evidente – il luogo dove massimamente questi processi si generano.

M.F. Sostenere che la consapevolezza, oggi, decresce, è idealizzare il passato, o più esattamente, contrapporre gli umani quali sono con quelli che (secondo alcuni moralisti, e non si sa su cosa appoggino le loro pretese) dovrebbero essere. Dove sarebbero state le epoche altamente consapevoli che ci avrebbero preceduti e da cui saremmo decaduti? Vogliamo guardare alla realtà effettuale? Il fatto che ci si ribelli ai vaccini è segno di una crescente consapevolezza, anche se (ed è sempre importante ricordarselo) consapevolezza non significa intelligenza. Quanto poi al controllo facciale, sostieni che sarebbe prova di un controllo politico, ma visto che questo controllo ha luogo anche in occidente, dove non è politico, mi chiedo in che senso sia prova di un controllo politico. Per il resto, sei d’accordo con me sul fatto che non ha senso imputare la Silicon Valley dell’imbecillità umana e del non avere prove circa la tua autonomia. Sono lieto di averti convinto.

L.D. Mi dispiace contraddirti, ma mi fai dire – di nuovo – cose che non ho detto. Perché quando dico: “non ho mai dato la colpa alla Silicon Valley o al capitalismo e meno che meno – ma quando mai! – a un complotto ebraico”, lo intendo chiaramente nel senso del complotto a cui avevi portato la discussione tu stesso. Quindi dico e ribadisco e ripeto di nuovo: il capitalismo, di cui la Silicon Valley è parte strutturale e oggi predominante ha una sua logica del tutto irrazionale ma molto accattivante (il consumismo, le emozioni, le tecnologie) e molto deterministica. Non è un complotto – neppure il capitalismo, non uso concetti feticcio – come è evidente dalla mia analisi precedente: esiste invece un sistema tecno-capitalista teleologico/deterministico, oltre che teologico (non ci sono alternative, simile al non avrai altro Dio fuori di me). Che ha (di nuovo Anders) le sue forme e le sue norme tecniche e capitalistiche che tendono a diventare forme e norme sociali e politiche (nel senso dell’organizzazione anche della polis), a prescindere dalla decisione umana. E questo mi deve portare (e mi autocito, dalle ultime cose dette sopra) a “vedere gli effetti che questi processi producono: attraverso la pubblicità come propaganda e come organizzazione scientifica del lavoro di consumo; mediante l’effetto di imprinting/imprimatur capitalistico e tecnico che generano, determinando infine anche il nostro lavoro di produzione di dati. Tutto sempre dentro la pianificazione neoliberale per far adattare la società e gli individui alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro” – dal Washington Consensus alla new/net economy”. I miei riferimenti alla Silicon Valley servivano e servono solo a identificare per immagini – dovrebbe essere evidente – il luogo dove massimamente questi processi si generano”.

Ma procediamo oltre. Scrivi infatti: “La modernità liquida, i gilet jaunes come tutti gli altri indignati, e purtroppo come buona parte dei loro governanti, non hanno capito la trasformazione. Proviamo a farlo noi”. Direi che invece i governanti l’hanno capita benissimo, infatti l’hanno prodotta (Macron compreso) deliberatamente; questo voleva il neoliberalismo: l’adattamento degli uomini e delle società alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro (Lippmann). E se oggi la globalizzazione sembra in crisi, ecco che il sistema inventa i populismi e l’illusione di essere popolo: ma tutti i populismi sono neoliberali nella loro essenza e nella loro funzione di far adattare gli uomini alle esigenze del tecno-capitalismo. Dalla legge sul lavoro di Orbàn alla flat tax di Salvini è la continuazione del tecno-capitalismo con altri mezzi.

M.F. Ovviamente non pensavo che tu imputassi i mali del mondo al complotto ebraico. Questo lo fanno i complottisti di destra. I complottisti di sinistra imputano i mali del mondo al tecnocapitale, come fai tu quando sostieni che i governanti sono governati dal tecno-capitalismo che, di fronte alla crisi della globalizzazione, si inventa il populismo.

Non è la sola malefatta. Il Capitalismo genera anche un monoteismo esclusivo – questo in un mondo in cui ci sono almeno tre altri monoteismi in competizione, oltre a un bel po’ di politeisti, di atei, di animisti, di agnostici, oltre a un manipolo di dualisti (qualche zoroastriano) che a rigore sarebbero i più affini ai teorici critici, che al Capitale-Male oppongono un Bene che però è molto più indeterminato di quanto avvenga nei bei dualismi di una volta (si parla di creatività, riguardo per l’ambiente, cura per l’umano, tutte cose bellissime e sacrosante, ma pochi spiccioli rispetto al ben più robusto e onnipresente tecno-capitale).

Mi chiedo quando il male abbia avuto inizio. Tu solitamente ti riferisci agli ultimi cento anni, dal che devo assumere che la vita a Manchester ai primi dell’Ottocento fosse preferibile alla vita della Silicon Valley oggi. Il che mi sembra molto strano.

L.D. Mai detto questo. Ho detto e dico invece che da quella Manchester alla Silicon Valley c’è una continuità e un accrescimento continuo del sistema tecno-capitalista…

M.F. Se è così, è una frase che significa poco. Anche tra Cro Magnon e gli umani attuali c’è continuità e accrescimento, così come c’è continuità e accrtescimento tra l’uovo e la gallina. C’è poi un altro punto che mi rende perplesso. Se nemmeno Zuckerberg, all’inizio, aveva capito che il suo vero guadagno non erano le pubblicità, ma i dati degli utenti, cosa vuoi che abbiano capito (e per di più prodotto!) Macron, Orban, Salvini, che sono a capo di entità che ormai contano ben poco, e che soprattutto non riescono a condizionare in alcun modo il web? (vedi i continui fallimenti delle leggi di controllo proposte da Macron).

L.D. Ma usano benissimo il web per fare fast politics, cioè – come ho detto – sono funzionali al sistema e non hanno alcuna intenzione di modificarlo o limitare la profilazione dei cittadini o tassarla (perché dovrebbero farlo se proprio il web permette loro di arrivare al potere e di gestirlo autocraticamente?): fanno ciò che la tecnica permette loro di fare ma soprattutto ciò di cui necessita il tecno-capitalismo per funzionare al massimo della propria efficienza: disarticolare la società e la democrazia, creare un sistema basato (le nuove tre S) su semplificazione, standardizzazione e solipsismo (purché connesso in rete), modellizzare la società nella forma dell’impresa neoliberale (dove l’imprenditore è come il chirurgo in sala operatoria e la democrazia è quindi un intralcio – scriveva l’ordoliberale Wilhelm Röpke. Dimenticando – e noi dimenticando, avendo introiettato questa norma – che un’impresa non è una sala operatoria e i lavoratori non sono i pazienti da operare, ma soggetti umani. Ricordo poi, avendolo richiamato prima, che ho scritto appunto un saggio dal titolo: La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica.

M.F. Io non credo di aver mai confuso un’impresa con una sala operatoria, mi sembra una confusione bizzarra. Soprattutto, non ho mai confuso la politica con l’azione di Macron, Orban, Salvini, che sono semplicemente i terminali ubbidienti delle masse che li hanno eletti, e che devono fare a puntino tutto ciò che le masse chiedono loro: cacciare i migranti, litigare fra stati, dar contro all’Europa. Definire questi influenced (manco influencer) degli autocrati è fare un uno bizzarro del linguaggio. Autocrate era Giustiniano, non Salvini. E, a livelli diversi, tra i moderni autocrati sono stati Stalin, Roosevelt e Churchill, che hanno sconfitto Hitler proprio perché hanno potuto infischiarsene della opinione pubblica. Per esempio, di quella inglese che, nel luglio del 1940, sarebbe stata lieta di accettare le proposte di pace di Hitler – Orban, Salvini, Macron, Tzipras le avrebbero accettate, sottomettendosi alla dittatura del proletariato. Churchill non lo fece, per nostra fortuna. Anche qui, il declino della politica è colpa della tecnica? No, è colpa degli umani che sono ora capaci di presentare direttamente le loro idee mutevoli e confuse, disarticolate e ignare della basilikè techne, della tecnica regia che per Platone è necessaria in politica. Una tecnica che purtroppo manca anche a Macron, Orban e Salvini (ma non li metterei tutti sullo stesso piano, così come non metto sullo stesso piano Stalin, Roosevelt e Churchill).

L.D. Neppure io confondo una impresa con una sala operatoria, ma questo è il modello di impresa neoliberale oggi dominante, questo si insegna nei corsi di management. Impresa che è quindi tornata ad essere autocratica e non democratica, come invece aveva cercato di essere per un certo periodo del ‘900, quando la democrazia era fatta di società civile/corpi intermedi, di conflitto di idee e di sistemi di significati e di costruzione di immaginari per il futuro. Per essere democratica l’impresa dovrebbe accettare il sindacato o comunque delle forme di rappresentanza dei lavoratori, cioè un contropotere capace di bilanciare il proprio potere di impresa. Un’impresa senza sindacato era il sogno di Ford, di Taylor, della Toyota ed è il sogno della lean production e della Fabbrica-rete. Guarda caso – e torniamo al tema della tecnica – questo sogno si realizza proprio grazie alla tecnica, che permette di esplodere la vecchia organizzazione di fabbrica fordista rendendola leggera/lean ed esternalizzando/individualizzando/auto-imprenditorializzando-uberizzando quei lavoratori che prima dovevano essere incorporati e dipendenti dall’impresa; ovvero scioglie ogni possibilità di rappresentanza e aumenta la propria capacità di comando sui singoli lavoratori.

M.F. Tutto questo insistere sui sindacati suggerisce che siano loro i tuoi veri interlocutori. I miei sono i lavoratori, cioè i consumatori, ossia l’umanità. Fatta questa premessa, preciso di non averti mai accusato di confondere l’impresa con una sala operatoria. Eri tu che avevi accusato me di farlo. Una volta che sia chiaro che né io né tu confondiamo l’impresa con una sala operatoria, provo a immaginarmi dove, nel Novecento, ci sia stata l’industria più democratica dell’attuale di cui parli come un’evidenza. E non ne trovo esempi, tranne i soliti (l’Olivetti). Provo, più generalmente, a cercare un momento qualsiasi della storia umana che giustifichi il tuo tono nostalgico. E ti chiedo: in quale epoca storica precedente vorresti tornare? Dalla difficoltà che avresti a rispondermi emergerebbe, io credo, che l’umanità va verso il meglio, e che la nostra è la società più vicina al comunismo che la storia abbia conosciuto sinora.

L.D. Ancora l’accusa di nostalgia? Vado oltre. Non senza prima ricordare che non ho mai accusato te di confondere l’impresa con una sala operatoria, ho detto invece che questo è il senso comune neoliberale dominante… Quanto al sindacato – che non è il mio interlocutore privilegiato, anche se oggi mi sembra molto più intelligente degli imprenditori – non dimentichiamo che un principio basilare della democrazia moderna è quello del bilanciamento del potere. In una impresa, a bilanciare/controllare il potere dell’impresa vi è solo il sindacato o qualcosa di simile, cioè una organizzazione collettiva. Il singolo lavoratore è nulla davanti all’impresa (anche se il neoliberalismo e la tecnica lo convincono di essere finalmente libero di contrattare individualmente e da pari a pari il suo rapporto di lavoro con l’impresa – è una fake truth, ma molto persuasiva). Così come lo è il singolo cittadino davanti a Mark Zuckerberg o alla globalizzazione o il singolo consumatore davanti al dieselgate o alle filiere produttive. Limitare – e se possibile rimuovere – il bilanciamento dei poteri all’interno di una organizzazione, soprattutto se privata, è il sogno che appunto oggi si realizza grazie alla tecnica e alla esplosione/esternalizzazione della vecchia fabbrica in lavori uberizzati/on demand, disseminati nella Fabbrica-rete, finto autonomi, nel più classico dei divide et imperadivide i lavoratori, isolandoli; et impera, governandoli/comandandoli singolarmente. La democratizzazione dell’impresa si è compiuta con lo Statuto dei lavoratori del 1970, riconoscendo dopo lunghe battaglie collettive che la democrazia deve entrare anche dentro la fabbrica. Tutto questo è durato però dieci anni; poi, dagli anni ’80 cresce l’egemonia neoliberale e cresce la tecnica di rete, che producono un modello di impresa apparentemente de-gerarchizzato se non virtuale, in realtà ri-verticalizzato nell’autocrazia dell’imprenditore e dell’impresa, che per di più diventa il modello neoliberale per l’intera società. Impresa magari paternalistica (l’impresa come comunità di lavoro, dove tutti sono fratelli e collaborano con l’impresa, identificandosi con essa), magari piattaforma/Fabbrica-rete – ma sempre autocratica.

Tu poi scrivi: “Il lavoro si dissemina, e il problema centrale sta proprio nel riconoscere i caratteri di questa disseminazione”. In realtà da tempo si parla di lavoro in forma di folla, di moltitudini come nuovo general intellect (Negri e Hardt), o di organizzazione del lavoro e dell’innovazione in forma di sciame e appunto di gregge – o di quello che io ho definito fordismo individualizzato/esternalizzato nella fabbrica-rete, dove tutti sono messi al lavoro, consapevolmente o meno, oltre ad essere organizzati da piattaforme verticalizzanti che (come mezzi di connessione/produzione) non sono di proprietà di chi crede di utilizzarle orizzontalmente – e quindi: alienazione (nel senso di Marx).

M.F. Continui a parlare come se questi strascichi di lavoro novecentesco dovessero costituire il futuro, e chiaramente non è così: i tassi crescenti di disoccupazione lo dimostrano. A nessuno interessa costruire teorie, e filiere, ecc. E figurati poi cosa importa a Zuckerberg dei lavoratori. E pensa poi se la gente è così stupida da pensare di essere autonoma. Il punto non è adattare i vecchi parametri del lavoro, ma comprendere la nuova realtà, che probabilmente è nel suo insieme post-lavorativa. Ed è per questo che trovo inappropriato parlare di fabbrica rete o di fordismo: chiunque ti obietterebbe che il lavoro fordista era ripetitivo, obbligatorio, alienante e retribuito, e che la mobilitazione non è né ripetitiva, né obbligatoria, né alienante, né retribuita.

L.D. Per alcuni lavori sembra sì caduta la ripetitività e le tecniche di organizzazione del lavoro dicono che oggi il lavoro è creativo, non più gerarchico, si parla di autonomie funzionali (un ossimoro: se l’autonomia è funzionale all’organizzazione, non è più autonomia). Ma non è forse ripetitivo, obbligatorio, alienante anche il lavoro compulsivo di produzione di dati? Il nostro dover condividere? Cioè la mobilitazione? Non sembra obbligatorio e ripetitivo perché crediamo di essere liberi, ma la norma del lavoro anche di produzione di dati impone e prescrive determinati comportamenti (norme) di produzione e un accrescimento incessante della nostra produttività (più si è connessi, più dati si producono…e questa è la norma per eccellenza). Un dover produrre sempre di più che abbiamo introiettato in nome di una illusione di libertà (ancora: l’alienazione mascherata), offerta da un potere che sembra Nessuno (Fromm) o sembra essere Noi ma che, come scrive Byung-Chul Han a proposito di neoliberalismo, vive e si rafforza in nome della libertà che nega nello stesso momento in cui la promette. La più perfetta forma di mobilitazione/subordinazione/lavoro ma in nome della libertà individuale: questo è il neoliberalismo, questo è la tecnica.

M.F. Il Potere è il più gelido dei mostri, come diceva Nietzsche? Ma non è stato Foucault a dire che non c’è mai stato potere senza complicità e piacere? E il potere che invece di negare propone o spinge è ancora lo stesso potere? Non si trascurano così delle differenze metafisiche essenziali? Non si fa una notte in cui tutte le mucche sono grigie. Dal sapere fare le differenze dipende il nostro avvenire.

L.D. Foucault diceva anche che ogni potere produce un contropotere…che invece oggi non vedo.

M.F. A parte che la frase di Foucault l’avrebbe potuta dire anche mia nonna, mai come oggi un potere ha un contropotere. Pensa a casi come Me Too, o, di nuovo, come i processi per pedofilia che stanno scuotendo la chiesa cattolica, o le cause milionarie dei consumatori, le class action… Come fai a non vedere contropoteri? Ciò premesso, non essendo sui social (e nessuno mi ha costretto ad andarci) non conosco la realtà che descrivi, e che mi sembra tutt’altro che inevitabile o imposta. Ora, c’è un fatto paradossale: durante il fascismo era obbligatorio indossare la camicia nera in certe occasioni, eppure, e non a torto, abbiamo sempre un po’ di disprezzo per chi le indossava. Oggi non c’è alcun obbligo di andare su Fb o su Instagram, ma descrivi questo come una coazione, e ritieni che i presunti coatti siano da compatire come delle vittime. Con questo, non indaghi l’unica cosa interessante, e cioè che il girare, liberamente e in modo ludico, sul web, produce valore, che dunque va riconosciuto come lavoro e va retribuito attraverso una azione politica che poggi su argomenti non vittimari ma razionali. Che è quello che sto facendo io. A chi invece ripete la ben nota melodia vittimaria del “siamo sfruttati su Facebook e crediamo di essere liberi”, e basta, senza un passo in più nell’analisi, risponderei: e chi vi obbliga? Leggete un libro, fate una passeggiata, andate a giocare a calcio. A chi poi mi obiettasse che anche il libro, la passeggiata e il calcio sono programmati da Silicon Valley (perché no? Non è meno assurdo che dire che Silicon Valley ci ha insegnato a essere scostumati), non mi resterebbe che rispondere come Fontenelle: “Se il signor X vuol credere in un oracolo, ebbene, nessuno glielo può negare”.

L.D. Mi limito a richiamare quando detto sopra. Aggiungendo, con Foucault condividendone la tesi, che la modernità ha inventato la libertà ma anche le discipline. Cioè l’organizzazione. Cioè la società amministrata. Perché la modernità ha paura della libertà. Quanto a Facebook e dintorni: è ovvio che posso uscirne (come detto, non ne sono mai entrato – supra), ma dimentichi quella cosa che si chiama conformismo oggi digitale, echo-chambers, imitazione, ma anche imprinting eccetera. Puoi anche pensare che sia vittimario dirsi sfruttati da Facebook: non ti posso negare di crederlo.

M.F. Dire che la modernità ha paura della libertà è una frase che mi riesce difficile da capire. Io non ho paura della libertà, e mi sembra (se non altro per ragioni cronologiche) di essere moderno. Sono convinto che neanche tu hai paura della libertà. In generale, la maggioranza delle persone che conosco (e che, per forza di cose, sono tutte persone moderne) non hanno paura della libertà. E non conosco un solo partito che non metta nei suoi programmi la libertà. Davvero la paura della libertà non la vedo, mentre vedo la paura della perdita del lavoro, del partner, della salute. Perché usare il termine “paura” in un senso così irreale e, alla fine, insignificante?

Si rischia di trasformare tutto in un gioco poco serio. Foucault ha sottolineato qualcosa che sembri sottovalutare, e cioè che l’invenzione delle discipline va di pari passo con l’invenzione della libertà. È ciò che suggerivo prima: l’uomo nasce in catene e proprio per questo può (anche se non necessariamente deve) diventare libero. Perché sono le catene, ossia le tecniche, le regole, le resistenze e gli attriti del reale, che ci rendono umani e per questo capaci di concepire la libertà. In fondo, è l’immagine suggerita da Kant: parrebbe che la colomba, simbolo del bene morale, volerebbe meglio in assenza della resistenza dell’aria, ma in realtà senza quella resistenza non volerebbe affatto.

Aggiungo che mi sembra strano arruolare nelle file dei critici del tecnocapitale un pensatore, come Foucault, che non lo ha conosciuto, che quando parlava di governamentalità si riferiva agli stati, e che soprattutto riconosceva gli elementi positivi della governamentalità, sottolineando che si trattava di inventare una governamentalità adatta al socialismo. “se esiste una governamentalità effettivamente socialista, non è nascosta all’interno del socialismo e dei suoi testi. Bisogna inventarla» (M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-79, p. 91). Mentre mi sembra che sia proprio nei testi che tu la cerchi, senza fortuna, come tu stesso ammetti.

L.D. Foucault non ha conosciuto quello che io definisco tecno-capitalismo, ma aveva compreso benissimo il funzionamento biopolitico del neoliberalismo, che ne è parte strutturale/sovrastrutturale (come spiego nel mio La religione tecno-capitalista e ne La grande alienazione), il suo farsi potere/sapere, il come ha costruito la propria egemonia. Proprio in Nascita della biopolitica trovi una analisi dettagliatissima della biopolitica neoliberale (neoliberista e ordoliberale). Se Foucault pensava soprattutto allo stato neoliberale, è nella mia libertà (come di altri autori) usare le sue categorie interpretative anche per altri processi – come ho fatto per la tecnica come sistema, applicando anche ad essa il concetto foucaultiano di potere pastorale e di religione. Che poi la modernità crei la libertà ma anche le discipline è nella evidenza dei fatti. E utilissimo, a questo riguardo è un altro Corso di Foucault, quello su Sicurezza, territorio, popolazione – oltre al fondamentale Sorvegliare e punire.

La libertà è anche oggi disciplinata, può esprimersi solo dentro il pensiero neoliberale e tecnico come dentro il sistema del consumismo (e per questo i contropoteri che citavi prima, per quanto benvenuti, non sono per me alternativi, non immaginano diversamente il mondo e il sistema). Ogni pensiero davvero dissidente è sempre escluso e precluso, come avvenuto con il maccartismo, a Genova 2001, con gli Occupy Wall Street e come sta avvenendo con i giovani pro-clima. Oppure, il potere incorpora in sé e usa per il proprio profitto le tesi degli avversari, come il capitalismo ha fatto trasformando appunto la filosofia del Sessantotto ma portando l’immaginazione al potere per sé e per il proprio accrescimento e per sostenere la propria dynamis e la propria volontà di potenza. L’illuminismo si fondava sulla libertà; il capitalismo si basa invece sull’organizzazione e sul controllo. La libertà/autonomia – come detto sopra – è in conflitto con l’organizzazione. L’organizzazione capitalistica della società ha negato la libertà illuministica, pur sostenendo di essere la sua massima espressione. Ha ragione Foucault, la modernità vive di questa contraddizione, è immersa in questa schizofrenia tra libertà e discipline, tra autonomia ed eteronomia. È abilissima nel promettere (la libertà) ciò che in realtà teme, perché il suo fine è l’organizzazione/amministrazione della vita e la trasformazione dell’individuo in sua parte funzionale, sempre più integrata/identificata nell’organizzazione/sistema tecnico e capitalistico. Un processo che si moltiplica oggi in rete: l’apparente massima libertà individuale (la prima parte del doppio movimento che lo regola) per la reale massima integrazione di tutti (secondo movimento) nella società amministrata di oggi, dove anche la libertà (come nella società amministrata secondo i francofortesi), deve essere amministrata cioè disciplinata, cioè controllata dal sistema. Ma anch’io, ovviamente, in quanto libertario per natura però attento anche ai diritti sociali e non solo a quelli individuali, amo e non ho paura della libertà.

E quindi vengo di nuovo al lavoro di produzione di dati, dove massimamente si esprime questa contraddizione/schizofrenia tra libertà e disciplina, tra gamification/ludicizzazione e lavoro, tra autonomia ed eteronomia. Scrivi: “In primo luogo, assistiamo alla scomparsa della fatica”. Ma più sopra avevi scritto che oggi le persone lavorano senza essere consapevoli di lavorare; e più sopra ancora: che è scomparsa la distinzione tra tempo di lavoro e di vita e tutto è lavoro. Se fosse davvero scomparsa la fatica, fisica e soprattutto mentale generata da una mobilitazione totale, non avremmo tutte le sindromi da stress da lavoro che esistono, non si userebbero tutti gli psicofarmaci che si usano per sostenere i ritmi e la fatica. E anche il WCM – della Fiat e non solo – proprio per la sua metrica del lavoro più che tayloristica, mi sembra tutto meno che la scomparsa della fatica. Per non parlare ancora dei riders di Foodora – che, dici, presto scompariranno; forse, ma certo non scomparirà il lavoro organizzato da piattaforme perché queste permettono al capitalismo di accrescere: 1) i profitti, 2) disarticolare il sindacato e la rappresentanza e la tutela dei diritti e 3) ridurre i costi del lavoro mettendo in concorrenza tra loro – ancora il neoliberalismo – i lavoratori/imprenditori di sé stessi. Un processo che mi ricorda gli anni ‘80/’90 – ancora il Novecento – quando migliaia di piccole imprese apparentemente autonome e indipendenti (allora le retoriche massmediatiche giocavano sul mettersi in proprio e sul piccolo è bello; oggi sull’auto-imprenditorialità via rete e sull’essere start-up di se stessi) lavoravano conto-terzi in just in time per uno o pochi committenti che dettavano loro modi e tempi di lavoro e prezzo delle merci lavorate, ovvero erano imprese subordinate e dipendenti, come oggi lo sono i lavoratori/imprenditori uberizzati). E la fatica non è inoltre scomparsa proprio per l’accelerazione del tempo e dei ritmi di lavoro, accelerazione permessa dalla tecnica; o il passaggio appunto al lavoro h24. Dire che la fatica è scomparsa – quando è invece aumentata, anche nello smart work, nel co-working, nel lavoro on demand che concerne anche le competenze alte del mercato del lavoro e non solo i rider e i magazzinieri di Amazon, eccetera – mi fa tornare di nuovo agli anni ’90 quando tutti dicevano che grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato meno, fatto meno fatica, svolto un lavoro immateriale e non più materiale, avuto più tempo libero… mentre si è realizzato esattamente il contrario. Forse dovremmo chiederci e dovresti chiederti il perché. Il fatto poi che si estingua la distinzione tra tempo di vita e di lavoro, non fa saltare il concetto di lavoro, come tu scrivi, ma estende il lavoro alla vita intera e la trasforma appunto in lavoro/mobilitazione. Come dici anche tu. Ma questo è semmai peggio del lavoro novecentesco – per il quale non ho alcuna nostalgia – e piuttosto dimostra come il tecno-capitalismo avesse bisogno, dopo il lavoro di produzione e il lavoro di consumo, di mettere al lavoro – di nuovo: grazie alla tecnica di rete che lo permette e allo sfruttamento per fini di profitto privato della relazionalità/socialità innata delle persone – la vita intera dell’uomo: che appunto diventa mobilitata totalmente al lavoro, ma per un apparato che l’uomo non controlla, che non è suo e che è il nuovo mezzo di connessione/produzione/mobilitazione (che non è suo): se questa, di nuovo, non è alienazione – da sé stessi, dai propri dati e dalla propria vita, dalla propria socialità; e se non è la nuova forma della rivoluzione industriale (dopo la produzione di valore, ecco l’estrazione di valore/profitto dalla vita dell’uomo) – non saprei davvero come definirla altrimenti.

M.F. Mi spieghi perché cinquant’anni fa non vedevi nessuno che corresse per smaltire calorie? Che poi tutto questo sia peggio del lavoro novecentesco, io credo che nessuno sarebbe disposto a ritornare a una catena di montaggio del 1960, e che avrebbe ragione. Sostenere che il lavoro h24 è davvero lavoro è proposizione che si espone a venir facilmente ridicolizzata. Mentre dormo do informazioni sulla mia salute tramite l’apple watch. Sto lavorando? È difficile da credersi. Sto producendo valore? Certo che sì. Ma allora non ci si può più appellare al concetto di lavoro, bisogna appunto trasvalutarlo, altrimenti ci si fa semplicemente ridere dietro.

L.D. È difficile da credersi, ma stai lavorando/pluslavorando anche quando dormi, che è appunto il massimo di mobilitazione al lavoro o di lavoratori mobilitati. Produci dati. E valore/plusvalore per imprese private (ancora l’alienazione). Sei tu che non vedi nelle nuove forme di lavoro e di attivazione eteronoma al lavoro la riproposizione delle vecchie forme del lavoro novecentesco, a loro volta evoluzione di quelle ottocentesche/settecentesche (la catena di montaggio non nasce con Ford ma già a metà ottocento, anche se non era ancora quella di Ford e poi del novecento). Forme di lavoro che sembrano mutate nella forma grazie alla nuova tecnologia e al neoliberalismo che fa credere di poter essere lavoratori autonomi/imprenditori di sé stessi, ma non nell’essenza. E come avevo detto, nessuno rimpiange quel lavoro novecentesco. Così come sembrano mutate le tecniche del marketing, dimenticando che anche l’e-marketing di oggi (commerciale, politico, tecnico) vive di semplificazione e di ripetizione. Come nel Novecento.

M.F. Sì, è difficile da credersi, e fa anche un po’ ridere. Se dormendo, mangiando, fornicando sto lavorando, allora non si capisce che cosa significhi lavorare. Mi sembra che per questa via non si vada da nessuna parte, tranne forse in un cabaret che farebbe la delizia di Salvini e la rabbia di quelli che (come tu ricordi) raccolgono pomodori sotto il sole cocente mentre tu e io dormiamo, mangiamo e fornichiamo, eppure devono rassegnarsi al fatto che loro non lavorano più di noi, anzi, che i veri sfruttati siamo noi e non loro. Per evitare il cabaret ci vuole una analisi filosofica, che distinguesse due concetti di lavoro.

Il primo è il lavoro come fatica e alienazione, che sta scomparendo a causa della automatizzazione e che tendenzialmente ci lascerà tutti senza lavoro (questa è la cattiva notizia) ma anche tutti senza fatica e alienazione (questa è la buona notizia). Scomparso questo lavoro esplicito (e scomparse dunque le cose che giustamente abbiamo stigmatizzato come inumane: lavoro in miniera, caporalato, catena di montaggio, guerra di sterminio come guerra industriale di materiali, e via via sino ai raider e agli impacchettatori di Amazon, che son brutti lavori ma è infinitamente meglio che stare in miniera o in trincea), di lavori espliciti ne rimarranno pochi, e di altissimo livello: ricercatori, artisti, leader politici, innovatori industriali. E tutti gli altri, ossia la stragrande maggioranza dell’umanità, che cosa faranno? È ovvio, e mi sto impegnando in prima persona in questa direzione, per esempio con l’istituzione a Torino di Scienza Nuova, un istituto di studi avanzati che formi dottorandi del politecnico e dell’università integrando conoscenze tecnologiche e umanistiche, che si dovrà cercare di promuovere la creatività umana non attraverso un generico appello al “siate creativi”, ma attraverso la ricerca, l’esercizio, la conoscenza. Ma è anche ovvio che iniziative di questo genere riguarderanno pochi, anche se i benefici si potranno diffondere su molti proprio attraverso la concezione di nuove forme di comprensione della realtà, del lavoro e della società.

Per tutti gli altri (e per ognuno di noi, in generale, in gran parte della sua vita, che non è affatto creativa) si tratterà di concettualizzare, d’accordo con Marx, il lavoro come produzione di valore, cioè appunto come mobilitazione che produce documenti sul web e come consumo che esaurisce la produzione industriale e la motiva. Pagare un salario di mobilitazione, che riconosca come lavoro la mobilitazione sul web, e non si riduca all’assistenzialismo del reddito di cittadinanza, che oltretutto usa i soldi dello stato invece che quelle delle industrie, permetterebbe di rilanciare i consumi, e vedere nel consumo qualcosa di nobile e religioso (perché lo è, anche se Horkheimer diceva di no, tranne che si comprava le Cadillac) sarebbe un modo di produrre una felicità sociale superiore diversa dalla rabbia che vediamo. E se poi mi obietterai che questa felicità è una strategia del capitale, di nuovo, ti risponderò che ognuno può, nel suo foro interiore, intrattenere credenze come l’immacolata concezione o il dogma trinitario.

L.D. È difficile da credersi, ma è così. Fa un po’ ridere il crederlo? A me invece intristisce moltissimo questa realtà. Perché (supra) è appunto la totale sussunzione (termine orribile, ma efficace) della vita al lavoro e nel tecno-capitalismi. Ma è appunto effetto della caduta dis-umanizzante della distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro. È alienazione totale.

Anch’io ho scritto di tecno-capitalismo come religione – l’ho ricordato anche più sopra. Ma l’ho fatto in senso critico. Perché da laico voglio tenere separate religione e società/stato, altrimenti si realizza davvero lo stato integralista/etico del mercato sognato dai neoliberali; o lo stato/rete senza stato sognato dagli anarco-capitalisti. Come diceva l’economista Claudio Napoleoni, per garantire la libertà e la democrazia occorre mantenere la separazione e accrescere semmai la distanza tra società e capitalismo e io aggiungo tra tecnica e società – distanza che invece tecnica e neoliberalismo vogliono ridurre a zero perseguendo la loro completa sovrapposizione. Se oggi l’ordine disordinante del mercato (era questo l’obiettivo degli ordoliberali tedeschi) e della tecnica si è integrato e sovrapposto agli altri ordini della società e dello stato, allora siamo fuori dalla democrazia e arriviamo appunto nella post-democrazia, o al totalitarismo del sistema tecnico e capitalista – e qui riprendo la Scuola di Francoforte (la Cadillac di Horkheimer, ammesso sia vero, non ne inficia l’analisi). Un collega svizzero mi ha definito come nuovo Marcuse: esagera ovviamente, ma il confronto non mi dispiace…

M.F. Io non ho scritto di tecno-capitalismo come religione. Quello, come ricordi tu stesso, lo hai fatto tu. Io ho parlato del consumo come religione – una religione che precede di millenni il tecno-capitalismo (pensa a quella enorme festa del consumo che è il potlach di cui parla Malinowski). Quanto a Marcuse, fai bene a compiacerti del paragone, è una figura che ha colto alcuni caratteri cruciali della sua epoca, che però non è la nostra. Marcuse partiva da presupposti che personalmente credo discutibilissimi (quelli alla Rousseau di un uomo perfetto allo stato di natura e corrotto dalla società), e si riferiva a una realtà del secolo scorso, quando non dell’Ottocento. L’uomo a una dimensione è un confronto tra la Germania guglielmina in cui era nato e cresciuto e l’America di metà del secolo scorso in cui ha passato buona parte della sua vita.

L.D. Ma L’uomo a una dimensione è utilissimo anche per confrontare la seconda metà del Novecento di Marcuse con la sua fine del ‘900 e l’inizio del nuovo secolo. Rileggilo e lo vedrai. Anche perché tu confermi di fatto ciò che ho scritto e che sostengo nel mio libro come in quelli precedenti: la nuova fabbrica (che unifica ciò che prima è stato diviso/individualizzato) è la rete/piattaforma; che però, di nuovo, non è di chi la usa, ma proprietà di un capitalista, quindi l’alienazione resta, anche se nascosta sotto il velo di un falso lavoro autonomo o relazionale/orizzontale. Ovvero, anche nelle piattaforme si replica la legge della tecnica e del capitalismo: suddivisione del lavoro e poi unificazione (Foucault la chiamava appunto: totalizzazione) delle parti suddivise in qualcosa di maggiore della semplice somma aritmetica delle parti – e questo è scritto, come obiettivo da perseguire per ogni organizzazione/impresa in ogni manuale di management, per avere la massimizzazione del profitto per l’impresa, oggi piattaforma. Questa unificazione è permessa/prodotta appunto dalle piattaforme, che sono mezzi di connessione, cioè di unificazione, cioè di produzione. Ed era stato appunto Walter Benjamin, già nel 1921, a dire che il capitalismo è una religione, anche o soprattutto per ciò che riguarda i consumi – e Benjamin di consumi e di come si producono i consumatori se ne intendeva: rimando ai suoi Passages

M.F. Mi auguro che nel dire che il capitalismo era una religione Benjamin fosse consapevole di citare Weber sull’etica protestante, che è del 1904. E mi chiedo come questi richiami alla religione non ti suggeriscano che il capitalismo è molto più che un errore o un ghiribizzo che con un po’ di sociologia del lavoro si cura e si risolve. Quanto al fatto che ci siano fabbriche, Chiamale fabbriche, chiamale come vuoi. Però è ambiguo e infatti nel tuo libro confondi i processi di digitalizzazione presenti nelle poche fabbriche che ancora ci sono, con la trasformazione complessiva per cui la mobilitazione prende il posto del lavoro e le fabbriche (ma anche i cinema e le piazze) sono sostituite dal web. Questo è il futuro. L’altro è un passato in via di sparizione. E non bisogna confonderli: nei primi tempi delle armi da fuoco c’erano ancora gli alabardieri, ma presto sono scomparsi.

L.D. Dissento. Non confondo i processi di digitalizzazione delle poche fabbriche con la trasformazione per cui la mobilitazione prenderebbe il posto del lavoro. La mobilitazione è organizzazione, è produzione/estrazione di valore/plusvalore. Connota da sempre il lavoro industriale, perché per accrescere il profitto bisogna accrescere la produttività/pluslavoro e questo è possibile solo mobilitando tutti e ciascuno, come avviene dall’inizio della rivoluzione industriale fino a oggi – ecco ancora la continuità tra Manchester e la Silicon Valley che richiamavo prima. Dove tutti siamo operai o proletari del sistema (Anders). O ci crediamo imprenditori.

Quanto a Benjamin, conosceva ovviamente il pensiero di Weber, ma direi che va oltre Weber, ovvero: per Benjamin il capitalismo come religione è diverso dal capitalismo che discenderebbe in vario modo dall’etica calvinista. Ed è, scrive, una religione cultuale, forse la più estrema che si sia mai data, per di più a durata permanente del culto. Secondo me tuttavia sbagliava quando aggiungeva che il capitalismo è una religione senza dogmi e senza teologia: il determinismo tecno-capitalista è infatti una forma di dogmatica con uno specifico catechismo (non ci sono alternative) e una sua specifica teologia (tecnica), ben espressa dal principio di convergenza di Anders, e che produce la integrazione di ogni parte (macchine e uomini, come oggi l’ibridazione uomo-tecnica) in un Tutto/Uno che tutto e tutti contenga, connetta, legittimi, giustifichi, mobiliti, producendo verità (sistemi di veridizione).

M.F. Se uno, oggi o negli anni novanta, si crede imprenditore di sé stesso (è un esempio che fai sempre, e il sospetto è che non ce ne siano molti altri), è semplicemente uno stupido, o, a voler essere generosi, un ingenuo. A me e a te, come studiosi, non sta il compito di retroguardia, sgradevole e sostanzialmente inutile, di informarlo che è uno stupido, ma quello, più impegnativo e necessario, di riconcettualizzare la mobilitazione come lavoro e di definire i termini del plusvalore documediale. È un compito necessario, ambizioso, che va fatto in prima persona, senza appoggiarsi a esperienze del secolo scorso che, data l’importanza dei cambiamenti, appaiono archeologiche, e che possono servire, sì, ma solo per contrasto, per capire quello che non siamo e quello che non vogliamo.

Una volta che, come Anders, definisci il consumo come lavoro a domicilio, hai due vie. La prima, che è quella battuta da Anders, consiste nel deprecare il capitale che ci fa lavorare a domicilio. Mi sembra una via poco originale e poco utile perché consumare si deve comunque, e consumare mugugnando non è né più bello né più intelligente del consumare in letizia e santa pace (non riesco a trovare alcuna nobiltà nella canna al vento pascaliana che, piegata dal vento, sa di essere piegata: mi sembra una sofferenza inutile, che oltretutto non porta alcun cambiamento).

La seconda via è quella che propongo io, e consiste nel concettualizzare il consumo come lavoro, o meglio come mobilitazione (visto che si potrebbe a giusto opporre che il consumo non comporta né fatica né alienazione, dunque non è un lavoro in senso classico). In quanto mobilitazione, il consumo produce valore per almeno due vie. La prima, che è tipica dell’età documediale, è la crescita della conoscenza analitica del mondo sociale; la seconda, propria del fenomeno generale del consumo in quanto fatto propriamente umano (tornerò più avanti su questo punto) è una produzione di valore propriamente trascendentale.

L’uomo è ciò che mangia, spero almeno mi si concederà questo caposaldo del materialismo. Dunque, l’uomo è ciò che consuma. La sua struttura è lì. Poi verranno sofisticatissime sovrastrutture (o non verranno affatto) ma il punto di partenza è quello. In quanto organismo che va alimentato, l’umano costituisce, per questa via, l’entelechia dell’intero sistema, e dico proprio entelechia, cioè finalità interna, dal momento che è il fine di tutto il sistema capitalistico, fatto per rispondere ai consumi e se possibile per promuoverne dei nuovi. Data la centralità del consumo, che è il punto di incontro fra gli umani e la tecnica (e non mi riferisco solo al consumo alimentare, c’è anche il consumo culturale, religioso, militare…), l’intero sistema trova il suo punto archimedeo nel consumo. Dunque, se c’è una cosa da cui il capitalismo deve guardarsi è proprio sottovalutare il consumo e minimizzare la mobilitazione che ne deriva. Nelle epoche precapitaliste che chissà perché ogni tanto qualcuno rimpiange, le bambine venivano annegate perché non erano braccia per i campi, mentre ora sono tra le massime protagoniste del consumo e della mobilitazione (le influencer sono prevalentemente donne). Il fine di tutto il sistema va verso il consumo, ed è per questo che il capitalismo elabora strategie di reddito di cittadinanza per sostenere il consumo.

È meglio che niente, ma noi, come studiosi, possiamo cercare di fare uno sforzo in più. Perché limitarci, come il capitale, a sostenere il consumo, invece che riconcettualizzare il nesso consumo-mobilitazione concependolo come una nuova forma di lavoro, che è insieme epistemologico (in quanto produce conoscenze, sebbene non siano immediatamente accessibili ai produttori, ma su questo torno più avanti parlando del plusvalore documediale) e teleologico, in quanto fornisce lo scopo ultimo senza i quali software, algoritmi, cellulari e droni giacerebbero in disparte, proprio come le alabarde dopo l’invenzione degli archibugi? Perché non fare questo miglio in più, questo lavoro del concetto che è così importante per rimettere a posto un mondo fuori di sesto? Perché, invece, limitarsi a maledire le stelle (nelle fattispecie, quelle del Capitale) come un eroe di Metastasio? Concettualizzare il consumo come mobilitazione e la mobilitazione come lavoro in quanto produzione di valore mi sembra il grande compito che attende una filosofia e una critica sociale che voglia essere all’altezza dell’epoca, o, almeno, è il compito che mi sono proposto io come compimento della mia carriera filosofica, perché mi sembra l’obiettivo più difficile e più necessario tra quelli con cui mi sono confrontato in quarant’anni di riflessione. Ovviamente, per farlo non posso appoggiarmi su nomi propri e citazioni, appunto perché riguarda l’avvenire. Spero di farcela e di essere fortunato, ma anche se non mi riuscisse la pars construens sono certo della pars destruens, ossia della inoperatività delle categorie otto-novecentesche per leggere il presente.

L.D. Rimando alle cose dette sopra. Aggiungo solo che se il sistema del consumo e della produzione-consumo è stato ed è uno dei fattori determinanti del cambiamento climatico (non puoi negarlo, pensa solo a quanti rifiuti dobbiamo produrre per stimolare il consumo di cose nuove), allora occorre sì ri-concettualizzare il consumo, ma in modo tutto diverso da quello che mi sembra immagini tu. Che non ne modifica la forma e la norma insostenibile. Se consumare è cosa umana, ebbene questo consumare di oggi è diventato dis-umano perché disruptivo della biosfera.

Quindi è da cambiare se vogliamo restare umani e soprattutto viventi – non da sostenere in altro modo, per come è oggi. E poi non mi sembra che il capitalismo “debba guardarsi dal sottovalutare il consumo e minimizzare la mobilitazione che ne deriva”. Direi semmai che è sempre al centro della sua attenzione, perché senza consumismo il capitalismo non vive; quindi, incessantemente cerca di massimizzare la mobilitazione che ne deriva (ma che produce), appunto attraverso oggi il lavoro di produzione di dati e con il low cost. Se la minimizzasse morirebbe (e ad evitarlo servono appunto marketing e pubblicità – oppure retribuire lavoro di produzione di dati).

M.F. La devastazione dell’ambiente è una caratteristica dell’umano, non del Capitale: l’Europa era coperta di boschi, e dal neolitico in avanti gli umani si sono impegnati a disboscarla. Ed è difficile immaginare una catastrofe ambientale peggiore di quella occorsa all’Isola di Pasqua: per trasportare i Mohai hanno abbattuto tutti gli alberi, al punto da non poter neppure abbandonare (per mancanza di imbarcazioni) un’isola che avevano reso pressoché inabitabile. Pensa invece a quante norme per la tutela dell’ambiente e della salute esistono oggi e non c’erano un tempo. Quando eravamo bambini Londra era piena di smog e il Tamigi era inquinatissimo. Ora non più. E persino Pechino, dieci anni fa descritta come una città iper-inquinata, ora lo è molto meno, come avranno potuto notare gli ottomila filosofi che nello scorso agosto ci si sono trovati per il congresso mondiale di filosofia. Quando eravamo bambini fumare era un segno di virilità e di intellettualità e i palazzi erano pieni di amianto (e anche quando si è scoperto che era nocivo, si è tirato avanti per un pezzo). Ora fuma solo chi non riesce a smettere, e tutti sono scoraggiati dal farlo, e si bonificano i palazzi dall’amianto.

È cresciuta la coscienza civile, grazie a quell’enorme processo di capitalizzazione del sapere che è la scienza. E se si sono presi dei provvedimenti non è stato per un urlo anticapitalistico, ma per il costo sociale delle malattie. E se le norme sono state osservate, di nuovo, non è stato per motivi estranei all’economia capitalistica: semplicemente, i costi delle cause per danni alla salute e all’esistenza, e per i danni ambientali, hanno obbligato le imprese a fare i conti in modo sistematico con le normative ecologiche (ciò che negli stati che all’epoca non erano capitalisti, come l’Unione Sovietica, non avveniva: vedi Chernobyl, e la mancata informazione seguita all’incidente).

Insomma, quando si accusa il capitalismo di essere incurante della vita delle persone, bisogna non dimenticare che Federico il Grande che incitava i suoi soldati al grido di “cani, volevate vivere in eterno?” non era un capitalista. Né bisogna sottovalutare gli effetti benefici della pressione economica non solo sulle istituzioni temporali, ma anche su quelle spirituali. Se ora la chiesa cattolica affronta con diversa serietà la questione della pedofilia, dipende in primo luogo dalle cause milionarie che hanno fatto fallire delle diocesi intere, e dalle possibilità di denuncia rese possibili da strumenti che tu definisci tecnocapitalisti. Tutte cose che non avvenivano nelle società presuntamente felici che sembri rimpiangere. Il punto è estremamente serio. Se ci affidiamo alla bontà, ai valori e alle buone intenzioni, è ben difficile che qualcosa di buono si attui. Piuttosto che vedere nel Capitale Satana, credo sarebbe meglio non procedere a demonizzazioni di entità complesse di cui noi stessi siamo parte e, d’altra parte, riconoscere che è Satana il signore di questo mondo e che a lui, molto più che al buon Dio (che si è limitato a scacciarci, e senza attrezzi, dal Paradiso) dobbiamo tutto quello che abbiamo di buono: tecnica, società, e ovviamente il sapere, sia esso la mela di Adamo o quella di Newton.

L.D. Ma è un problema di dimensioni… L’isola di Pasqua è un piccolo ambiente. Oggi siamo invece in scala globale e globale è il nostro impatto tecnico e capitalistico e la tecno-sfera confligge appunto – come detto – con la bio-sfera. Non puoi negare poi che la crescita demografica è avvenuta in contemporanea con la prima rivoluzione industriale. Non nego invece che oggi ci siamo normative ambientali che hanno migliorato le condizioni dell’ambiente. Ma questo non basta più.

Il problema vero è invece uscire dai due determinismi egemoni, quello tecnico e quello neoliberale/capitalistico, che si fondano su due logiche di accrescimento reciprocamente funzionali: accrescimento appunto dell’apparato tecnico, la tecnica, secondo un principio di convergenza degli apparati in apparati integrati sempre più grandi (Anders, ancora), ma anche sempre più integranti; e del profitto privato, il sistema neoliberale e capitalistico. Se non ripensiamo al concetto di limite non riusciremo mai a esercitare responsabilità verso la biosfera e le future generazioni. E continueremo ad alienarci dalla realtà e dalla responsabilità. Tu hai accusato me di usare categorie novecentesche per analizzare un lavoro che sarebbe invece tutto nuovo, ma poi, come hai fatto qui sopra, resti tu stesso dentro categorie novecentesche.

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