Big tech, con gli Stati è una partita a scacchi: un decalogo per decifrare le mosse | Agenda Digitale

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Big tech, con gli Stati è una partita a scacchi: un decalogo per decifrare le mosse

Ispirata dalla lettura del libro di Massimo Russo “Statosauri. Guida alla democrazia nell’era delle piattaforme”, una lista di coordinate interpretative per orientarsi nel susseguirsi di mosse e contromosse tra big tech e Stati che rischia di disorientare chi osserva da fuori un mondo così complesso e sempre più frenetico

04 Giu 2021
Rocco Panetta

avvocato, managing partner di Panetta & Associati, esperto di Internet e Privacy, Country Leader per l’Italia di IAPP International Association of Privacy Professionals

Di big tech sulla graticola si parla ormai ogni giorno. Tra prese di posizione di istituzioni e organizzazioni di tutto il mondo, notizie dai quartieri generali della Silicon Valley e nuove sanzioni (l’ultima in ordine di tempo è quella dell’AGCM a Google), accordi e annunci vari, modifiche unilaterali delle condizioni di servizio e delle privacy policies, muri invalicabili fatti di cookies, stiamo assistendo a una partita a scacchi dai ritmi serratissimi e dai risvolti imprevedibili.

A fronteggiarsi sono, da un lato, le grandi piattaforme tecnologie e, dall’altro, gli Stati, sia singolarmente che nelle rispettive sedi sovranazionali, nel mezzo, manco a dirlo, tutti noi.

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La questione è sicuramente interessante da seguire, soprattutto per quanti, come chi scrive, si trovano a confrontarsi quotidianamente con il mondo della data economy. Tuttavia, il costante susseguirsi di mosse e contromosse rischia a volte di disorientare chi osserva dall’esterno un mondo così complesso e sempre più frenetico e a tratti cala anche un po’ di noia da iperbulimia digitale.

Stimolato dalla lettura dell’accurato ultimo libro di Massimo Russo “Statosauri. Guida alla democrazia nell’era delle piattaforme” (Quinto Quarto Edizioni), ecco qualche appunto da tenere sempre a mente quando ci si imbatte in una nuova notizia in tema di big tech. Ne è uscito, anche grazie al dialogo con Gabriele Franco e con Alessandro Longo, che ringrazio, un piccolo decalogo senza pretese di esaustività o autorevolezza, una lista di coordinate interpretative che vorrei qui brevemente presentare.

Non trascurare le origini delle big tech

Anche in questo campo vale la regola del conoscere il passato per cogliere il presente (e magari prevedere il futuro). Comprendere la storia delle piattaforme tecnologiche che oggi dominano la nostra quotidianità significa iniziare a dominare a nostra volta certi aspetti che ne caratterizzano le dinamiche di sviluppo.

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«Che apparteniate al club dei detrattori – di quanti vedono nelle piattaforme l’ultima Incarnazione-del-Grande-Satana, responsabili di quasi tutte le nefandezze che affliggono il genere umano –, a quello degli agiografi, o a quanti ancora, come noi qui, sono curiosi prima di tutto di capire come tutto questo sia potuto accadere, vi chiediamo ora di fare un passo indietro. Di sospendere il vostro (pre)giudizio».

Così Massimo Russo nel suo libro, dove vengono anche definiti alcuni dei caratteri dell’innovazione del nostro tempo ed elencati quei fattori abilitanti in assenza dei quali le big tech non sarebbero potute esistere.

Non dimenticare la storia degli Stati

Il principio è lo stesso del punto precedente, cambia però l’attore. È necessario tenere sempre a mente i processi storici, culturali e giuridici che hanno condotto alla nascita degli Stati, che oggi vediamo impegnati in una difficile dialettica con le grandi piattaforme di internet, e delle organizzazioni sovranazionali – come l’Unione Europea, nata dal sangue e dalla tragedia delle tante guerre che hanno afflitto il nostro continente nei secoli, culminata con lo stermino di massa di ebrei, omosessuali, disabili e la negazione dell’uomo, della sua dignità e della sua sostanziale uguaglianza.

Russo, al riguardo, parla di obsolescenza della tecnologia Stato nazionale, individuando anche una serie di aree di conflitto naturale tra piattaforme e ordinamenti.

«Gli elementi costitutivi dello Stato sono popolo, sovranità e territorio. Abbiamo visto come quest’ultimo, nel confronto con le piattaforme e nell’era della Rete, perda significato geografico, vista la sollecitazione a cui è sottoposta l’idea stessa di confine. Parallelamente l’idea di popolo tende a trasformarsi in populismo, il concetto di sovranità perduta in sovranismo. Da fattispecie identitarie diventano -ismi, scatole vuote che non difendono altro che sé stesse, quasi che ciò le potesse preservare dallo scontro con la contemporaneità. Lo stesso suffisso -ismo spesso sottintende labilità, inconsistenza, artificiosità».

La partita non è solo tecnologica

Quando pensiamo a un conflitto siamo naturalmente portati a identificare un casus belli. La storia tuttavia insegna che molte volte sono diverse e più complesse le ragioni che portano centri di potere al confronto. Guardando alla vicenda che coinvolge governi e big tech, occorre sempre ricordare che per il mondo di oggi e per quello di domani l’egemonia tecnologica è al tempo stesso fine e mezzo per ulteriori fini. Essere i principali depositari di un determinato sapere tecnologico, o delle risorse su cui esso si fonda (dati compresi), permette di acquisire un potere declinabile in innumerevoli altri campi. Basti pensare all’economica o al settore militare.

Tra gli Stati Uniti e la Cina c’è l’Unione Europea

Si è troppo spesso abituati a contrapporre alle grandi società di internet le prese di posizione degli Stati Uniti o della Cina. Negli ultimi anni è stata invece sempre l’Unione Europea a dimostrare di poter avere un’importante voce in capitolo, attraverso la sua capacità regolatoria, ordinatoria, e la sua logica di bilanciamento di interessi in apparenza contrapposti. Lo ha fatto proponendo degli standard normativi di assoluto rilievo (GDPR, il Data Governance Act, il Digital Services Act e il Digital Markets Act, e da ultimo la Commissione UE ha presentato anche la bozza di Artificial Intelligence Act).

Le big tech ci prendono diritti e futuro: urgono nuove forme di governance

Non sottovalutare la variabile pandemica e l’equilibrio ambientale

L’emergenza sanitaria che con grande fatica stiamo provando a lasciarci alle spalle è indubbiamente un fattore che andrà a condizionare le prossime stagioni politiche ed economiche. La sua incidenza non deve dunque essere trascurata, innanzitutto per quanto riguarda la posizione delle piattaforme, che certamente hanno beneficiato dalla digitalizzazione forzata portata dal Covid-19. Anche gli Stati, tuttavia, potrebbero aver messo in campo i giusti strumenti per risorgere nel modo migliore dalle ceneri della pandemia. Il riferimento è chiaramente alle grandi aspettative che tutti ripongono nel Next Generation EU.

Ma ciò non deve farci dimenticare l’altra grande emergenza planetaria, quella ambientale, a cui la tecnologia servente la data economy deve essere d’utilità massima, senza alimentare, a causa dell’incremento di fabbisogno energetico, ulteriori scompensi e generare altre fonti di inquinamento.

Tutto passa attraverso i dati

In principio ho accennato a una sorta di partita a scacchi tra big tech e Stati. La scacchiera su cui poggia tale scontro non può che riguardare anche il trattamento di dati personali. Elemento imprescindibile per la quasi totalità delle attività delle grandi imprese tecnologiche e al tempo stesso elemento su cui incide un diritto fondamentale di rango costituzionale. Non è un caso che numerose sanzioni comminate nei confronti di queste società portino la firma delle autorità privacy europee. Altrettanto evidente è inoltre come una diversa concezione della tutela del dato personale, e quindi del relativo diritto, possa avere un ruolo fondamentale nel comprendere le strategie e le diverse linee di intervento degli Stati nell’affrontare il “nodo” delle big tech.

Il faro sono i diritti fondamentali

La bussola deve essere sempre il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali. Di quello alla protezione dei dati personali, della libera manifestazione del pensiero, del diritto all’autodeterminazione. Quando si parla di grandi piattaforme tecnologiche, ogni scelta, e di conseguenza ogni giudizio, dovrebbe passare innanzitutto attraverso questo filtro. Ciò contraddistingue e definisce la nostra tradizione costituzionale, italiana ed europea. E ancora una volta rende evidente, e quindi comprensibile, quanto accade in sistemi giuridici diversi da quello occidentale.

 … e l’etica

L’etica non è un concetto astratto, essa deve invece prosperare nel concreto. Valgono le medesime considerazioni svolte per i diritti e le libertà fondamentali, con l’importante precisazione che non può esservi l’una senza gli altri. Etico è ciò che rispetta l’essere umano, l’ambiente in cui vive, il nostro pianeta, gli ecosistemi, il mondo animale, fino a raggiungere i confini del nostro sistema solare. Etico è quel comportamento costruito intorno al principio costitutivo del diritto romano del neminem laedere, diventato altresì colonna del pensiero cristiano universale.

Siamo tutti protagonisti

In “Statosauri” Massimo Russo inquadra alla perfezione l’importanza di questo punto:

«La partita è aperta. L’unica certezza è che la Net age chiede prima di tutto a ogni nodo, dunque a ognuno di noi – persone libere e critiche – di essere all’altezza della sfida, di portare il nostro con- tributo, in termini di coscienza e conoscenza, all’intelligenza collettiva. Il soggetto di questa sfida, lungi dall’essere un tetragono moloch collettivo, una moltitudine massificata, è rappresentato da individualità e differenze che, per interesse personale e convinzione collettiva, si riconoscono, si riuniscono in hub e crescono nel loro ecosistema naturale vivendolo e facendolo evolvere».

Le risposte possono attendere, le domande no

L’ultimo punto di questo inusuale decalogo è il comune denominatore di tutti i precedenti. Non possiamo ancora sapere quale piega prenderà la regolamentazione, in senso lato, del fenomeno delle grandi piattaforme della Rete. Quello che tutti possono fare, anzi dovrebbero fare, è porsi costantemente nuove domande, vivere il dubbio come condizione ideale, rifuggendo ogni pre-concetto e ogni pre-giudizio, magari leggendo Massimo Russo, ma anche e soprattutto Stefano Rodotà.

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