DESI 2020

Competenze digitali in Italia, anche dal DESI una spinta al cambiamento

Dal DESI 2020, in cui l’Italia è all’ultima posizione per l’area Capitale Umano, la spinta a un approccio globale al tema delle competenze digitali, da considerare centrali per la società digitale. E qualcosa si muove

23 Giu 2020
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione


Se va individuato un punto del rapporto DESI 2020 che meglio rappresenta i mali dell’Italia, da un punto di vista socio-economico; la nostra peggiore ferita che ci trattiene a terra sul cammino dell’innovazione; certo, tutto questo è il dato sulle competenze digitali relativo al 2019.

I dati sulle competenze digitali in Italia

Sì, perché il 2019 non solo non ha visto progressi sul fronte dell’utilizzo di Internet, ma la rilevazione sul livello di competenze digitali (che in Italia non veniva effettuata dal 2016) segnala un dato molto negativo, che da solo obbliga a parlare di “priorità competenze digitali”: il 58% degli Italiani (popolazione tra 16 e 74 anni) non possiede un livello di competenze digitali almeno di base. Quello, per intenderci, che consente di esercitare in pieno i diritti di cittadinanza ai tempi di Internet. Più della maggioranza, circa 26 milioni di cittadini italiani. Nei Paesi europei di dimensioni simili (e che per l’Italia sono i Paesi di riferimento per la comparazione) va meglio, ma non abbastanza: in Francia la percentuale di chi ha basse o nulle competenze digitali è del 43%, come in Spagna, mentre in Germania si riduce al 30% e nel Regno Unito al 26%.

E naturalmente questa percentuale influenza l’accesso a Internet e l’utilizzo dei servizi digitali.

In particolare, se è ancora altissima la percentuale di coloro che dichiarano di non aver mai utilizzato Internet (17%, contro una media europea del 9%, ma soprattutto a raffronto di percentuali inferiori alla media europea da parte di Francia, Spagna, Germania), in realtà coloro che possono essere definiti realmente utenti di Internet (perché lo utilizzano almeno una volta a settimana) sono in Italia il 74%, con una situazione molto lontana ad esempio dalla Spagna (88%). Più di 11 milioni di Italiani da 16 a 74 anni non è, di fatto, in rete e, ancora di più, i numeri dicono anche che 15 milioni sono utenti di Internet avendo competenze basse o nulle.

Scarse competenze e basso utilizzo dei servizi digitali

Poiché quindi solo il 57% degli utenti Internet ha competenze almeno di base, ecco che è evidentemente questo il livello massimo che può essere raggiunto per servizi digitali di una certa complessità, come l’acquisto on line (49%) e l’home banking (48%), mentre soltanto con le videochiamate (65%) e la musica e i videogiochi (79%) questa soglia viene superata. In ogni caso con distanze molto significative dalla media europea e dai Paesi di riferimento.

Stessa situazione, naturalmente, nell’utilizzo dei servizi digitali pubblici, dove l’Italia arretra al 32% fra gli utenti Internet (ultimo posto in Europa, distanziata del 17% dalla Germania, solo terzultima).

E stessa situazione nell’ambito delle competenze digitali avanzate (superiori a quelle di base e quelle specifiche sul software) con una caratteristica comune: le percentuali italiane sono, in tutte le fasce d’età, in tutte i livelli di istruzione, in tutte le tipologie di attività (anche nella fascia degli studenti, quindi) sempre inferiori alla media europea e ai Paesi di riferimento.

Questo succede anche nell’ambito delle competenze specialistiche ICT, per numero di specialisti Ict e in particolare di sesso femminile, per numero di laureati in materie ICT (qui l’Italia è ultima con l’1% contro il 3,6% della media europea, con il dato 2017).

Le scarse competenze digitali sono anche uno dei fattori che frenano la diffusione della banda larga veloce, tanto che a una copertura abbastanza in linea con la media europea e con i Paesi europei di riferimento, si associa una diffusione largamente inferiore, sia nella connettività fissa che in quella mobile.

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E la scarsa diffusione delle competenze digitali si riflette anche nelle prestazioni delle imprese, dove rimane emblematico lo stallo sostanziale sulla capacità delle PMI di utilizzare il digitale per il business, a partire dalle vendite online, dove anche nel 2019 non si supera la percentuale del 18% delle PMI europee e quelle italiane rimangono ferme al 10%.

Abbandonare l’approccio settoriale

Si tratta, quindi, in una situazione europea che nei dati 2019 (nel 2020 qualche progresso, non quantificabile al momento, è certamente indotto dalla situazione creata dall’emergenza sanitaria) comunque evidenzia difficoltà a utilizzare appieno l’opportunità del digitale, una conferma della presenza in Italia di un problema strutturale legato all’approccio fin qui seguito alle competenze necessarie per lo sviluppo sociale ed economico.

E questo prescindendo dalle classifiche complessive del DESI, indice che conferma i propri limiti di struttura e di evoluzione come indice composito e come supporto a una misurazione e a un confronto orientati al miglioramento.

Un problema strutturale, quello dell’Italia, che richiede di abbandonare definitivamente l’approccio settoriale (che purtroppo abbiamo ritrovato ancora nel Rapporto del Comitato di esperti presieduto da Colao  e trapela anche nei 9 pilastri per il piano Rilancio presentati agli Stati Generali di Villa Pamphili) per intraprendere un nuovo percorso, trasversale e organico.

Un percorso che attraversa con evidenza e forza i tre “assi di rafforzamento” indicati dal Rapporto Colao (Rivoluzione verde, Digitalizzazione e innovazione, Parità di genere e inclusione) e che costruisce una delle principali infrastrutture delle riforme previste nel programma NextGenerationEU .

Perché, in una visione di reale cambiamento, la costruzione del futuro passa dallo sviluppo di competenze che siano in grado di abilitare i cittadini alla partecipazione piena della vita sociale ed economica, dove la consapevolezza digitale diventa condizione essenziale così come la consapevolezza ambientale e quella civica e sociale, e dove le soluzioni sono costruibili solo a partire da una loro strettissima interrelazione.

Digital skills are the backbone of the digital society

Nel rapporto, la commissione europea ha evidenziato la nota positiva dell’avvio dell’iniziativa Repubblica Digitale, che si propone di agire su tutti gli assi strategici per le competenze digitali, come riportato “i) potenziare le competenze digitali di base; ii) promuovere il miglioramento delle competenze e la riqualificazione della forza lavoro; iii) sviluppare le competenze in materia di TIC e tecnologie emergenti”.

I dati portano la commissione europea a sottolineare come “L’Italia sta avviando iniziative volte a rafforzare le competenze digitali e affrontare il tema dell’inclusione digitale” e al contempo che “Intensificare e concentrare gli sforzi contribuirebbe a ridurre il divario digitale tra la popolazione e a garantire che la maggioranza disponga almeno di competenze digitali di base. Un altro passo importante in questo ambito sarebbe un approccio globale al miglioramento delle competenze e alla riqualificazione della forza lavoro, che comprenda un rafforzamento delle competenze digitali avanzate”.

L’elaborazione della strategia nazionale per le competenze digitali attualmente in corso  nell’ambito di Repubblica Digitale vuole essere la prima risposta a questa indicazione. L’auspicio è che il tema delle competenze come tema globale e non di settore sia uno dei perni del piano di rilancio nazionale e, che allo stesso tempo, la politica europea individui questa come centralità anche nella prossima programmazione, oltre che sottolinearla nei passi successivi del piano NextGenerationEU. Perché, come riporta il rapporto DESI 2020 “Le competenze digitali sono il backbone (la colonna portante) della società digitale”.

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