Quanto incide la creatività digitale sul mercato del lavoro? Dati ed esperienze - Agenda Digitale

L'analisi

Quanto incide la creatività digitale sul mercato del lavoro? Dati ed esperienze

Dall’offerta formativa nazionale ed internazionale agli sbocchi nell’industria culturale e 4.0, viaggio nella galassia della Creatività Digitale: per capire in anticipo l’evoluzione del mercato del lavoro

11 Feb 2021
Giulio Lughi

Consulente in media digitali, già professore nell'Università di Torino

Il 60% delle persone che nascono oggi farà un lavoro che ancora non esiste. Il digitale sarà sempre più l’infrastruttura portante, l’ecosistema delle attività produttive, ma il cambio di paradigma (economico, sociale e anche mentale) innescato richiede una capacità di visione e di invenzione, oltre gli scenari abituali. In una parola: creatività.

In che modo la Creatività Digitale può incidere concretamente nel mondo del lavoro? Rappresenta effettivamente una chiave per intervenire sullo scenario economico-sociale, tanto più in situazioni di evoluzione critica come quella attuale? Come suggerisce Eliza Easton, dello staff di ricerca di Nesta, guardare le cose dal punto di vista della creatività ci consente oggi forse di capire in anticipo quale sarà l’evoluzione del mercato del lavoro.

Creatività digitale: l’offerta formativa nazionale e internazionale

Se ci sono scuole e università che insegnano la Creatività Digitale, esiste un mercato del lavoro in grado di assorbire diplomati e laureati.

INFOGRAFICA
Orientati tra le opportunità del Piano Nazionale Transizione 4.0
Big Data
IoT

Nel contesto accademico italiano, i percorsi si snodano per lo più all’interno dei campi tradizionali, per cui occorre muoversi trasversalmente fra Informatica, Scienze della comunicazione e corsi DAMS. Più specifica l’offerta di alcuni Master, come il Master in Visual Arts for Digital Age dello IED, o Master Digital Exibit dello IUAV di Venezia, entrambi orientati soprattutto a figure professionali editoriali, espositive e artistiche come architetti, designer, scenografi.

In ambito internazionale, invece, la tendenza è ad ampliare il raggio d’azione al di fuori dell’ambito artistico e culturale: la University of the Arts London, pur chiaramente orientata all’arte, presenta una serie di corsi specifici a forte orientamento tecnologico e professionale: Creative Computing, Animation, Interaction Design, Data Visualization, Virtual Reality e altri. Sempre nel Regno Unito, riscontriamo lo stesso orientamento verso il mondo della produzione alla Salford School of Arts, Media and Creative Technology e all’Institute of Creative Technologies dell’università De Montfort di Leicester.

In Svizzera la University of Applied Sciences and Arts of Southern Switzerland offre un Master of Advanced Studies in Interaction Design, disciplina che rappresenta oggi lo snodo per unificare profili diversi nella progettazione integrata di oggetti, ambienti, reti e servizi avanzati.

E ancora, negli Stati Uniti, l’Institute for Creative Technologies della University of Southern California offre ai suoi laureati la possibilità di applicare le tecniche videoludiche e immersive ad un ampio spettro di settori civili e militari, oltre che nel campo della salute, della formazione, dei servizi al cittadino.

Senza contare naturalmente i corsi di formazione professionale organizzati direttamente dalle grandi software companies, come ad esempio quello sulla Digital Creativity da Adobe Education, dedicato in modo specifico alle professioni dell’immagine.

Sono solo alcuni esempi, scelti tra i più significativi, di un’offerta formativa che si propone sempre più di dare una formazione professionale a 360 gradi ai lavoratori di domani, chiamati a portare un contributo di creatività allo sviluppo della società digitale.

Creatività digitale: quale sbocco nelle industrie ed economie culturali?

Le industrie creative e culturali rappresentano ovviamente il principale sbocco lavorativo per le attività di Creatività Digitale. Si tratta di un settore molto ampio, in cui il digitale acquista sempre maggiore importanza, e che comprende i beni culturali, lo spettacolo dal vivo, la produzione d’arte contemporanea, la fotografia, il cinema, l’industria multimediale, la moda, il design, l’arredo degli gli spazi pubblici urbani, lo sport, e altri.

L’individuazione di questo settore come strategico rappresenta un tema relativamente recente, la sua “nascita” si può far risalire agli anni Novanta, ma ben radicato nella riflessione strategica internazionale: dal “Libro Verde. Le industrie culturali e creative, un potenziale da sfruttare” pubblicato dalla Commissione Europea nel 2010 fino ai report annuali della Fondazione Symbola ,“Io sono Cultura”, che esplorano in modo sistematico il complesso rapporto fra digitalizzazione, cultura, creatività e attività produttive. I dati degli ultimi anni evidenziano come il comparto rappresenti un settore molto importante per tutta l’economia: la filiera culturale e creativa nel suo complesso produce oltre 250 miliardi di euro, che rappresentano il 16% del valore nazionale, attivando una forte integrazione con tutto il settore dell’indotto e soprattutto con il turismo, in prima istanza con quello “di nicchia”, ma anche, e in misura quantitativamente maggiore, con quello di massa. Nello specifico, la produzione creativa e culturale si colloca oltre i 90 miliardi di euro, che rappresentano il 6% del PIL, occupando 1,5 milioni di addetti (il 6% del totale) con una crescita costante – per lo meno fino alla pandemia – sia di valore (+3%), sia di occupati (+1,5%).

Il riconoscimento dell’importanza di cultura e creatività per la crescita economica è ormai un dato acquisito, che impronta di sé le politiche territoriali e di sviluppo a tutti i livelli. Parallelamente, va segnalata la sempre maggiore rilevanza che le strategie creative e culturali acquistano nei progetti di finanziamento europei: il nuovo programma Europa Creativa 2021–2027 prevede infatti un sostanzioso aumento dei fondi disponibili che dovrebbero raddoppiare da 1.4 a 2,8 miliardi di euro rispetto al settennio precedente.

In questo scenario, è fondamentale il ruolo della trasformazione digitale, che ha inciso profondamente su tutto il comparto creativo e culturale: le tecnologie digitali hanno infatti modificato completamente il modo in cui gran parte dei lavori creativi sono ideati, prodotti e utilizzati: hanno reso i prodotti culturali più accessibili, hanno messo in crisi i modelli tradizionali di business e il sistema del copyright, hanno modificato alla radice i rapporti fra produttori e consumatori (Tulse, 2013).

In questo senso, sono opportune iniziative ad ampio raggio, saldamente interconnesse con la ricerca accademica da una parte e con le attività produttive dall’altra: in Italia, ad esempio, il Creative Industries Lab del Politecnico di Milano; o, sul piano internazionale, i Digital Creativity Labs di York, struttura operativa e di ricerca con più di un centinaio di partner, che favorisce la sperimentazione e l’applicazione di tecnologie digitali per offrire all’utente nuove dimensioni esperienziali, interagire in maniera innovativa con i fruitori, aprire nuovi mercati, sviluppare strategie di marketing impiegando tecniche ricavate da Intelligenza Artificiale, Data Analytics, User Experience Design, Psicologia, Sociologia e altre competenze fra scienza, arte e discipline umanistiche.

Dalla creative confidence al design thinking: le applicazioni nell’industria 4.0

Se le industrie creative e culturali rappresentano lo sbocco più ovvio e immediato per le professioni della Creatività Digitale, bisogna anche considerare che la sfida della competitività richiede ormai a tutte le imprese un approccio 4.0 (Magone, Mazali, 2018): un approccio contemporaneamente più “umanistico”, in quanto centrato sulla creatività delle persone, e più “tecnologico”, in quanto centrato sul digitale. E questo su diversi piani.

Innanzitutto sul piano interno all’azienda, dove vengono attivate strategie per aumentare la “creative confidence”, la disponibilità cioè del personale ad avere maggiore apertura mentale e a superare le resistenze al cambiamento, soprattutto verso la trasformazione digitale. Ad esempio Elica Corporation, azienda leader nella purificazione dell’aria, è stata tra le prime in Italia a puntare sulla creatività come stimolo al cambiamento, sperimentando progetti di formazione che mettono a contatto artisti e dipendenti per la realizzazione di progetti specifici.

Un altro ambito in cui le aziende puntano sulla creatività è quello degli ambienti fisici di lavoro, a cui viene riservata sempre maggiore attenzione: l’azienda informatica SIAV offre una soluzione di riorganizzazione digitale che mira alla riduzione degli spazi fisici costosi, per un aumento del tempo dedicato alla creatività delle persone, nonché alla velocizzazione e sostenibilità dei processi. Sulla stessa linea, Steelcase and Microsoft collaborano per esplorare in che modo lo spazio fisico di lavoro possa influenzare positivamente le performance creative, rilevando che l’aumento di creatività produttiva dipenda strettamente dall’interrelazione fra comportamenti, atteggiamento mentale, spazi di lavoro e tecnologie. E in particolare è l’utilizzo delle applicazioni mobili in ambito aziendale a modificare completamente i rapporti fra produzione creativa e condizioni materiali di lavoro (Chung e altri, 2015).

La Creatività Digitale entra poi a pieno titolo sul piano dell’offerta di mercato, in quanto rivolta ad un pubblico sempre più attento ai valori simbolici del prodotto e quindi sensibile, in un’ottica appunto creativa, alle strategie di riformulazione e riposizionamento dei prodotti/servizi tradizionali.

Un esempio classico è MSC Crociere, che nel 2017 ha sviluppato un’esperienza digitale totale sulla nave Meraviglia, definita “la prima smart ship”: utilizzando 16.000 punti di connettività, 700 punti di accesso digitali, 358 schermi informativi e interattivi e 2.244 cabine dotate di tecnologia RFID/NFC, i viaggiatori sono in grado di visualizzare e scegliere i servizi offerti, ricevere informazioni mirate, sperimentare in Realtà Virtuale le escursioni programmate, elaborare un calendario di attività, condividere il proprio diario di viaggio e altro ancora, customizzando così la propria esperienza di viaggio.

L’influsso della Creatività Digitale si manifesta quindi in modalità diverse ma convergenti nel riqualificare le attività produttive nell’industria 4.0: oggi una delle metodologie più sviluppate per procedere in questo senso è il Design Thinking (Bevilacqua, 2020), modello progettuale elaborato inizialmente intorno agli anni 2000 nelle università californiane, che si basa sull’adozione di una visione e di una procedura creative per risolvere problemi complessi.

Senza contare che già viene avanzata l’ipotesi di una fase 5.0 (Ruffinoni, 2020), in cui l’accento si sposterà ancora di più sulla centralità delle persone coinvolte nel processo creativo digitale, tanto più in un’Italia (e in un’Europa) in cui le ricchezze naturali, artistiche e culturali rappresentano un vero e proprio asset da sviluppare sulla base di una progettualità integrata.

Come la Creatività Digitale contribuisce alle Smart Cities and Communities

La tematica delle Smart Cities and Communities rappresenta un campo di applicazione particolarmente stimolante per la Creatività Digitale: nel momento in cui l’innovazione tecnologica ha ormai raggiunto un alto livello di maturazione, è possibile affrontare la sfida creativa per ripensare le città e i suoi rapporti con la cittadinanza, l’ambiente, le persone, un tema su cui si sono concentrati anche i finanziamenti europei. Si tratta di una polarità interconnessa fra cities e communities, fra globale e locale:

Smart Cities a monte, con strutture ben organizzate sul piano sistemico per la progettazione e realizzazione di strutture, servizi, impianti che colgano le opportunità offerte dal digitale per inventare i nuovi format comunicativi con cui la città si presenta al cittadino: dalla sistemazione urbanistica all’arredo urbano, alla progettazione user friendly degli sportelli virtuali, all’utilizzo di modalità creative art based o storytelling based per le procedure informative e di trasmissione della conoscenza;

Smart Communities a valle, nel senso di singoli o gruppi di cittadini liberi di trovare nelle realtà locali la soddisfazione ai propri bisogni e interessi, facendo emegere quelle forme di creatività digitale sommersa che altrimenti restano relegate a livello privato: un patrimonio culturale “tacito” che da tempo viene considerato come risorsa da intercettare per la elaborazione dei processi decisionali pubblici.

La formula ribadisce comunque la centralità dell’infrastruttura digitale, il sistema intelligente (smart) in grado di gestire sia l’ottimizzazione dei servizi dal punto di vista urbanistico-ingegneristico, quindi mobilità, energia, sostenibilità, amministrazione (cities); sia la rete delle comunità sociali che utilizzano i servizi e attivano forme di partecipazione (communities) attente alla qualità della vita.

Non solo: il digitale agisce anche a livello “profondo”, al di sotto delle forme “pubbliche” di utilizzo, in quanto gestisce la raccolta sistematica dei big data e la loro gestione mediante gli algoritmi di Intelligenza Artificiale. L’ambiente urbano si configura quindi come struttura complessa, articolata su diversi livelli codificati ed interagenti fra loro: la digitalizzazione dei dati è ormai la condizione tecnico-scientifica indispensabile su cui si basa tanto la pianificazione urbanistica quanto la gestione dei servizi della pubblica amministrazione, in una prospettiva che richiede necessariamente nuove soluzioni creative per affrontare le problematiche della gestione urbana: come propone ad esempio il Senseable City Lab, diretto da Carlo Ratti presso il MIT, all’avanguardia nella progettazione di modelli di vivibilità urbana in cui sono coinvolti designer, pianificatori, ingegneri, fisici, biologi, ecologi e scienziati sociali. Così come allo stesso Ratti si deve il progetto per una Ciudad Creativa Digital, promosso dal governo messicano a Guadalajara, la riqualificazione di un antico quartiere storico in una prospettiva integrata di tecnologia digitale e creatività ideativa.

Il creativo, da bohémien a umanista-tecnologo imprenditore di se stesso

A quanto risulta dalle statistiche, nel 2019 in Canada il numero degli occupati nella Creatività Digitale è aumentato del 10%. Dal libro bianco “Al lavoro nelle professioni creative: i dati IED” risulta che il tasso di impiego dei diplomati tocca dopo un anno l’86%, e non soltanto nei settori artistici e culturali ma anche nella farmaceutica e nell’ICT; infatti, come emerge nelle conclusioni del report, oggi grazie al digitale la creatività si estende e contamina tutti i settori aziendali, insieme alla sua metodologia dall’applicazione quanto mai trasversale: il Design Thinking.

Dalla ricerca “Creatività e sviluppo locale. Una ricerca empirica sui professionisti della creatività digitale”, per la quale sono stati intervistati oltre 500 professionisti, emergono tre elementi profondamente innovativi rispetto al passato: innanzitutto la centralità della rete, in quanto insieme di relazioni che promuove l’autorganizzazione e l’indipendenza produttiva; in secondo luogo una grande flessibilità, associata all’idea positiva di variazione/cambiamento/esplorazione; infine una accentuata dimensione strategica, la capacità cioè di focalizzare i propri obiettivi in modo non passivo ma “proattivo”.

La figura stessa del “creativo” viene quindi profondamente modificata dal digitale. Durante l’età industriale, la creatività è stata da una parte iperprofessionalizzata, ad esempio nella produzione in serie del design, dall’altra ghettizzata nella figura dell’artista sbandato e bohémien: l’avvento del digitale fa nascere una nuova figura a tutto tondo, un centauro umanista-tecnologo con un nuovo atteggiamento mentale ma anche operativo; con capacità immaginativa ma anche progettuale; con una disposizione emozionale ma anche tecnologica.

Si pensi ai maker, nuovi artigiani a cavallo fra originalità e tecnologia; o al fenomeno dello “user generated content”, che incide sui modi di progettazione e produzione, sui processi di trasmissione culturale, sulle forme più o meno articolate di istituzionalizzazione, sulla visione complessiva del mercato dei media e sui suoi riflessi sociali: una proliferazione di creatività diffusa, interscambiata dal basso sui social ma accettata e promossa anche in ambito aziendale e istituzionale.

Senza voler mitizzare la formula della Creatività Digitale, è indubbio che la galassia di mestieri, comportamenti, iniziative che ad essa si riferisce rappresenta oggi un ambito di estremo interesse proprio per il suo collocarsi in equilibrio instabile, ma fecondo, fra humanities e tecnologia, fra immaginazione e proceduralità, fra arte e scienza.

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Bibliografia

Bevilacqua Elisabetta, “Design Thinking, una modalità per fare innovazione”, in “Zerouno”, gennaio 2020.

Chung Sunghun, Lee Kyung Young, Choi Jinho, “Exploring digital creativity in the workplace: The role of enterprise mobile applications on perceived job performance and creativity“, in “Computers in Human Behavior”, Vol. 49, August 2015.

Lughi Giulio, Suppini Alessandra, “Creatività digitale. Liberare il potenziale delle nuove tecnologie”, Franco Angeli, 2015.

Magone Annalisa, Mazali Tatiana, “Il lavoro che serve. Persone nell’industria 4.0, Guerini, 2018.

Ruffinoni Walter, “Italia 5.0”, Mondadori Libri Electa Trade, 2020.

Towse Ruth, “Handbook on the Digital Creative Economy”, Elgar Publishing, 2013.

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