come cambia la rete

Da internet a “splinternet”: narrazioni della rete ai tempi del coronavirus

È finita la narrazione del web come terra di nessuno e di tutti ed è iniziata quella di splinternet, un incoerente sistema di reti sorvegliate, se non chiuse al proprio interno. Nuovi assetti internazionali e nuovi equilibri politici ne influenzano lo sviluppo. Una sintesi del cambiamento in atto

09 Ott 2020
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione


È quasi un ricordo lontano la narrazione di internet come spazio di libertà: ci ha accompagnato negli anni ’90 e nel primo decennio del nuovo secolo. In Italia, e anche altrove, c’è ancora chi vuole la rete di proprietà pubblica, pensando che su di essa si possa sviluppare la “democrazia diretta”, anche se la rete è ormai una infrastruttura molto complessa, fortemente innovativa, per il cui sviluppo solo in un mercato concorrenziale può trovare le risorse necessarie.

Siamo dominati dalle narrazioni, ci insegna Robert Shiller, insignito nel 2013 del premio per Nobel l’economia: anche l’homo economicus che dovrebbe agire in perfetta razionalità puntando al proprio utile, è preda delle narrazioni prevalenti, che ne condizionano le scelte.

Mai come oggi le narrazioni su internet sono state tanto contrastanti.

Alcuni temono che la rete sia dominata dall’effetto negativo dei social network, che con i loro algoritmi, radicalizzano le convinzioni più settarie chiudendo al confronto critico e aperto delle diverse posizioni.

Altri paventano lo sviluppo del capitalismo della sorveglianza, o del Grande Fratello orwelliano nei paesi autoritari, uno sviluppo che si basa sui dati acquisiti in rete, prevalentemente dai social network, e memorizzati dalle grandi aziende del web, ma anche dai governi e dalle loro agenzie.

Altri ancora credono che la rete sia uno spazio aperto, libero, dove trionfa la democrazia diretta, dove i diritti d’autore non valgono: una rete di nessuno e di tutti.

È difficilissimo svincolarsi dalle diverse narrazioni e cercare di cogliere la trasformazione in atto, con le nuove criticità e le nuove opportunità che essa offre.

Questo articolo considera alcune di queste narrazioni, le esamina, le discute e individua alcune linee del cambiamento in atto.

L’idea di fondo è che internet stia diventando una infrastruttura più complessa, più articolata, più frammentata, più conflittuale e assai più pericolosa di quella che abbiamo conosciuto fino a ieri, a partire dalle lungimiranti aperture alla ricerca e al business di ARPANET da parte della Difesa degli Stati Uniti nei primi anni ’80.

L’algoritmo, una minaccia per la democrazia?

Andiamo ora a scavare alla radice della prima narrazione, quella che vede il pericolo nascosto negli algoritmi dei social network.

Ecochamber, ossia la stanza dell’eco, definisce l’effetto di riverbero delle idee e delle posizioni all’interno di un gruppo chiuso. Cass Sunstein ha individuato questa polarizzazione come uno degli effetti della diffusione dei social network, poiché l’algoritmo delle segnalazioni e il meccanismo dei like e dei follower seleziona i temi che rispondono alle preferenze dei partecipanti, escludendo i temi estranei. In questo modo i punti di vista diversi vengono estromessi e lo spazio del confronto si chiude. Lo studioso americano, insieme a molti altri, sostiene che i social network rafforzano le posizioni estreme, anche quando si tratta di fake news, promuovendo aggregazioni che rifiutano il dialogo.

Per Sunstein, la polarizzazione mette in discussione l’essenza della democrazia deliberativa, basata sulla discussione delle idee e su un confronto libero e capace di valutare le diverse opzioni. Questo spazio è indispensabile per accreditare le voci più competenti e più informate, che invece nei social network, vengono annichilite. La chiusura di questo spazio porta al rifiuto della competenza e all’abbandono del metodo del confronto razionale, che sta alla base della discussione scientifica e del progredire della conoscenza.

Dall’Illuminismo in poi, almeno fino al momento della nascita di internet, l’ignoranza era ritenuta la causa principale dell’avversione alle teorie scientifiche. Justin Kruger e David Dunning (1999) dimostrarono che le persone dotate di minore conoscenza tendevano a sopravvalutare sistematicamente le proprie capacità, per la mancanza degli strumenti cognitivi in grado di misurarla. Poiché ciascuno ambisce a una percezione positiva della propria posizione sociale, chi vive ai margini della società difende la percezione che ha di sé attribuendosi elevate intelligenza e capacità e rifiutando idee che mettano in discussione questa percezione. Quindi non solo la democrazia è impoverita dalle distorsioni indotte dagli algoritmi dei social network, come teme Sunstein, ma la rete stessa vive la sua più profonda trasformazione: la guerra è sempre accompagnata dalla diffusione di notizie false, sia per sostenere il morale delle truppe, sia per animare la resilienza della nazione, sia per nascondere le responsabilità dei capi, sia per demoralizzare il nemico.

Tutte queste forme di comunicazione “finalizzate” sono già a nostra disposizione sulla rete: essa è già piena di bollettini di guerra.

Se le fake news sono sempre esistite, cambia solo la forma della loro diffusione, cambia la potenza dei mezzi di comunicazione attraverso cui si propagano, ma non cambia l’esigenza di una comunicazione che tende ad avvolgere la realtà, il mero dato di realtà, in una veste narrativa, vera o falsa che essa possa apparire. “Prestazioni false, storie false e falsi eroi sono ubiqui. La produzione di falsi è così creativa che non possiamo considerarla determinata da forze economiche fondamentali. Piuttosto, è vero il contrario: la falsificazione, nella forma della narrativa falsa, influenza l’andamento economico” (Shiller).

La visione pessimistica, di cui Sunstein è autorevole esponente, porta a considerare i social network come la causa prima della crescente resistenza nei confronti dell’argomentazione scientifica registratasi nelle campagne contro i vaccini e del diffondersi dei negazionismi della Shoah o della pandemia. I social network appaiono, allora, come strumenti diabolici che limitano le possibilità di discussione tra posizioni diverse (Bennett).

Tale caratteristica del social network è, a ben vedere, alla base del suo utilizzo per diffondere visioni alternative non solo rispetto alla scienza, ma anche rispetto alle autorità, in particolare a quelle dei paesi privi di garanzie democratiche: può essere usata per “radicalizzare” le posizioni politiche da parte di organizzazioni terroristiche, governi stranieri, gruppi di pressione o di interesse connessi direttamente o indirettamente a gruppi o stati ostili (Thompson).

Questa stessa caratteristica può quindi giocare un ruolo rilevante nel creare spazi di libertà nella rete, purché questa resti aperta, non controllata, in una parola accessibile e non imbrigliata dalla censura o controllata dal “Grande Fratello” (Flynn).

Nell’interpretazione meno pessimistica del ruolo dei social media, queste argomentazioni intorno agli effetti perversi delle ecochamber sono bilanciati da coloro che dimostrano come esista, anche in rete, una “saggezza della folla radicale”.

È paradossale, ma reale: i social network sono oggetto di sospetti, di regolazioni, di controlli e di sanzioni in Europa e negli Stati Uniti. Essi sono ad un tempo veicoli di emancipazione e portatori di opportunità di libertà per i cittadini dei paesi soggetti a regimi illiberali e autoritari.

I molti cantieri aperti del Grande Fratello

L’obiettivo di non recintare la rete, mantenendola aperta e permeabile, dovrebbe essere l’impegno strategico dei paesi democratici, per contrastare le nuove cortine di ferro create dai regimi autoritari, da Erdogan, all’Arabia, dalla Russia di Putin, alla Cina di Xi, dalla Cuba castrista al Venezuela di Maduro. Veniamo ora alla narrazione di internet come strumento di controllo e sorveglianza. Il campione, anzi la campionessa di questa narrazione, per la ricchezza di aneddoti e informazioni contenute nel suo recente volume e per l’insistenza con cui riconduce tutti i fatti alla sua narrazione, è Shoshana Zuboff.

Ma non è sola. In un recente rapporto sul Venezuela (CSIS), vengono schematizzate le strategie di attacco alla libertà della rete:

  • Attacco ai produttori di informazione “nell’aprile 2019, diversi media sono stati chiusi dopo che il leader dell’opposizione Juan Guaidó ha utilizzato Twitter per annunciare un piano dell’opposizione per incoraggiare i militari a lasciare Maduro. Internet è stato ripristinato 20 minuti prima di un discorso in diretta streaming tenuto da Maduro in cui denunciava l’opposizione”.
  • Blocco della libertà di scelta dei consumatori: “Il governo ha bloccato l’accesso al Google Play Store, impedendo ai cittadini di scaricare app che avrebbero potuto consentire loro di comunicare e accedere alle informazioni all’insaputa del governo”.
  • Blocco dell’infrastruttura, che impedisce l’accesso alla rete da parte della gran parte della popolazione: il rame viene rubato e venduto al mercato nero, mentre l’infrastruttura è nelle mani del monopolista di stato delle telecomunicazioni CANTV, accusato di spionaggio nei confronti dei consumatori.
  • Persecuzione degli oppositori e dei giornalisti non allineati: “nel marzo 2019, il giornalista e attivista per i diritti umani Luis Carlos Diaz è stato rapito dal regime per oltre 24 ore per aver presumibilmente svolto un ruolo nei blackout a livello nazionale. Dal suo rilascio, a Diaz è stato proibito di parlare. Inoltre, tra le altre violazioni delle sue libertà civili, non gli è consentito viaggiare fuori dal paese e partecipare a manifestazioni pubbliche. Come il caso di Diaz, il regime ha sistematicamente utilizzato il quadro giuridico per intimidire gli attivisti e prevenire le critiche al regime”.

Covid-19: infodemia

Gli attacchi alla libertà di pensiero e di comunicazione non vengono quindi soltanto da parte cinese. Oltre al Venezuela, un numero crescente di paesi si sta attrezzando per rinchiudere i cittadini in recinti illiberali.

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Questa tendenza è rafforzata dalla pandemia Covid-19, che alimenta visioni “autarchiche” e antiglobali, che minano l’integrità della rete e spingono in direzione della balcanizzazione di internet.

La pandemia ha visto la diffusione di fake news, spesso interessate, ossia motivate dalla volontà di governi e gruppi di interesse di nascondere la realtà della pandemia, per celare i propri errori ed enfatizzare o inventare responsabilità di qualche nemico.

Ecco una lista delle più comuni (Nguyen, Catalan-Matamoros):

  • Il virus è un tentativo segreto dell’élite globale di ridurre la sovrappopolazione;
  • Il virus è un’arma biologica dello stato cinese per controllare il mondo;
  • Il virus si diffonde perché le difese immunitarie vengono indebolite dalla diffusione del 5G;
  • Il virus è un piano delle avide aziende “big pharma” per fare soldi con i vaccini;
  • Mangiare aglio, bere acqua calda, evitare gelati o indossare maschere ricoperte di sale manterrà il virus a bada;
  • Bere candeggina, biossido di cloro, argento colloidale o la propria urina può aiutare a uccidere il virus.

Anche la World Health Organisation ha parlato di rischio “infodemico”, associato alla diffusione del coronavirus, lo stesso coronavirus è stato definito come “the first true social media infodemic” (Hao & Basu).

Twitter, YouTube, Facebook e WhatsApp hanno deciso di intervenire per rimuovere le notizie false collaborando con le autorità sanitarie. Ma molto rimane. E molti, al di là della diffusione dei social network, credono a teorie antiscientifiche come la terra piatta, a prescindere dal fatto che vengano riproposte sui social network: il problema è assai più antico della diffusione delle nuove tecnologie. I media digitali sono un catalizzatore di questa propensione ad “uscire dal seminato”, della regione e della scienza. Il problema è che molti politici “post truth”, ne approfittano per negare legittimità e credibilità agli avversari, anche con i mezzi più palesemente falsi.

La Pizza Connection, che danneggiò la campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016, era farcita di fake news che pretendevano l’esistenza di una setta di politici liberal che conduceva riti satanici nello scantinato di una pizzeria di Washington. Anche se lo scantinato non esisteva e men che meno la setta e i bambini, nonostante lo smascheramento da parte delle autorità e della stampa, nonostante la condanna di una persona che armata fino ai denti voleva andare a vendicare i bambini attaccando la pizzeria, nonostante le minacce al proprietario e ai dipendenti e l’attacco incendiario alla pizzeria stessa, nonostante la dimostrazione che le immagini che mettevano in cattiva luce proprietario e pizzeria fossero del tutto false e manipolate, nonostante questa enorme evidenza contraria, ancora nel 2020, a quattro anni dalla prima ondata di fake news, una nuova ondata di disinformazione risorge.

QAnon, il gruppo che sviluppa e diffonde la teoria cospirativa che ritiene il presidente Trump vittima di uno “stato nascosto” e che diffonde il discredito sull’uso delle mascherine e delle norme anti-contagio, ha ripreso il tema della Pizza connection.

“I seguaci di QAnon credono che Hillary Clinton e George Soros bevano il sangue di bambini innocenti…e vorrebbero i capi democratici a Guantanamo o presi in una retata passati per le armi” dice di loro il New York Times. QAnon è l’ “hub delle comunità che coltivano le teorie della cospirazione e della salute alternativa…Nel mondo di QAnon chi cerca di imporre la regola delle mascherine è percepito come parte del movimento satanico dei sacrifici dei bambini” (Collins).

Per quanto queste convinzioni siano palesemente false, siamo stati avvertiti da Shiller che la loro comunicazione e condivisione dipendono da meccanismi cognitivi e psicologici che non si basano sui dati di fatto e sull’analisi critica, ma su processi di “contagio” del tutto simili a quelli dell’epidemia in corso. Trump ha un occhio di riguardo per questo pubblico nella campagna elettorale in corso: anche per questo la sua politica sul web è incoerente e senza respiro.

Chinanet: la guerra per il primato tecnologico

Siamo entrati nella narrazione della rete come strumento per imporre la sorveglianza di massa. Siamo in quello che Soshana Zuboff ha chiamato il capitalismo della sorveglianza, anche se parleremo più della Cina, paese comunista, che degli Stati Uniti, paese capitalista.

In Cina la sorveglianza del cittadino si traduce in sanzioni dello Stato, limitazioni della libertà, perdita di diritti. In Occidente lo Stato insegue la capacità di raccolta e analisi dei dati personali realizzate dalle grandi aziende del web. L’uso di quei dati rientra nei poteri giudiziari e non è direttamente disponibile per il governo (Zuboff, p. 394).

Confrontando la maggior efficacia della “gestione asiatica” della pandemia, sicuramente riconducibile al diverso contesto politico sociale, prima ancora che tecnologico, osserva il filosofo Byung Chul Han: “I Big Data sono in tutta evidenza più efficaci nella lotta al virus rispetto alla chiusura delle frontiere, ma in Europa, per via della protezione dei dati personali, un’analoga lotta al virus non è praticabile. I provider cinesi di servizi internet e mobili condividono i dati sensibili dei clienti con le autorità sanitarie e di pubblica sicurezza. Lo stato sa quindi dove mi trovo, chi incontro, cosa faccio e dove mi dirigo. In futuro anche la temperatura corporea, il peso, i valori glicemici ecc. saranno probabilmente controllati dallo stato. Una biopolitica digitale che va di pari passo con una psicopolitica digitale, influenzando emozioni e pensieri.” (Byung Chul Han).

La Cina ha accolto l’esplosione della pandemia come un’occasione imperdibile per accelerare e rafforzare i suoi programmi di controllo della rete, nella rete e con la rete: punta all’affermazione di quella che Jing Zhao (Michel Anti) ha chiamato Chinanet.

Splinternet, la rete non è più quella di una volta

Eric Schmidt nel 2018, allora CEO di Google, pensava che “lo scenario più probabile non è un internet in frantumi, ma una biforcazione tra un internet guidato dalla Cina e un internet non-cinese guidato dall’America…la dimensione delle aziende, i servizi, la ricchezza prodotta sono fenomenali” (Holmes).

Abbiamo analizzato precedentemente in questa rivista il senso e le prospettive degli attacchi alle app cinesi da parte dell’amministrazione americana, WeChat e Tik Tok, ma anche il bando indirizzato a Huawei: sono segni che la confusa gestione da parte di Trump del conflitto con la Cina sta contribuendo alla balcanizzazione di internet.

Ma il problema esiste.

La terra di nessuno è stata eliminata: i nemici si sono riconosciuti, i giovani ribelli sono diventati coscritti: “Lo spazio cyber era inteso come extraterrestre, ribelle dal punto di vista politico e al contempo antipolitico, dove potevi non avere alcuna identità e dove ogni identità veniva rispettata: l’ultimo progetto dei grandiosi anni ‘60”.

A Davos, nel 1999 uno dei più accesi fautori del web come spazio di libertà individuale e di anarchia istituzionale, lanciò ai potenti del mondo la sfida Voi, governi dei paesi industrializzati, annoiati giganti di carne e di acciaio, io vengo dallo spazio cyber, la nuova sede della Mente. In nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci soli. Non siete benvenuti tra noi. Non avete sovranità dove noi ci uniamo”. La fine della guerra fredda era rappresentata dalla narrativa della caduta del muro, il trionfo della globalizzazione, senza più muri e limiti, dalla nuova narrazione del World Wide Web.

Le cose sono cambiate: gli USA non sono più i custodi del web, la Russia attacca sul web gli Stati con cui è in conflitto o in competizione; la Cina, su quella infrastruttura un tempo aperta, ha avviato il controllo sistematico dei suoi cittadini. Vent’anni dopo aver lanciato la sua sfida a Davos, Barlow ha confessato: “Io potevo vedere che non c’era mai stato un sistema intrinsecamente migliore di internet in grado sviluppare la sorveglianza. L’ho sempre saputo. Non ero stupido. Io cercavo di rappresentare un futuro diverso” (Malcomson).

È finita, direbbe Shiller, la narrazione del web come terra di nessuno ma di tutti ed è iniziata quella di splinternet, un incoerente sistema di reti sorvegliate, se non chiuse al proprio interno.

I titani del web non riescono a mantenere la rotta che li aveva guidati fino ad oggi: far funzionare internet come il veicolo principale della globalizzazione. Essi si stanno adattando alla frammentazione: immaginano e praticano autolimitazioni dei loro servizi alle barriere, ai firewall, alle circonvenzioni imposte dai governi.

Internet assomiglia sempre più ad una infrastruttura mondiale come gli aeroporti, dotata di standard riconosciuti, vie aeree concordate, procedure internazionali condivise, ma soggetta comunque alla legislazione locale.

Questo significa che il loro pascolo è destinato a restringersi: sorgono steccati, aree off-limits, riserve di caccia.

Il ruolo della Cina crescerà, quello degli USA diminuirà se non troverà la strada di una alleanza strategica con l’Europa.

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Bibliografia

W. L. Bennett. The Personalization of Politics: Political Identity, Social Media, and Changing Patterns of Participation, Annals of the American Academy of Political and Social Science, 2012, 644(1), 20-39.

Byung Chul Han, La società del virus tra Stato di polizia e isteria della sopravvivenza,

Avvenire, 7 aprile 2020.

Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Internet: Venezuela’s Lifeline

December 4, 2019.

Ben Collins, How QAnon rode the pandemic to new heights – and fueled the viral antimask phenomenon, NBC NEWS, August 14, 2020.

M. J. Flynn, Cyber Rebellions: The Online Struggle for Openness,” Journal of

International Affairs, 2018, 71 (1.5), 107-114.

Hao, K., & Basu, T. (2020, February 12). The corronavirus is the first true social-media infodemic. MIT Technology Review.

Aaron Holmes, Tech leaders have long predicted a ‘splinternet’future where the web is divided between the US and China. Trump might make it a reality,business Insider, August 6, 2020.

Jing Zhao (Michael Anti), Behind the Great Firewall of China, TEDGlobal 2012, https://www.ted.com/talks/michael_anti_behind_the_great_firewall_of_china/transcript?language=en#t-141416

J. Kruger and D. Dunning, Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments, Journal of Personality and Social Psychology 77, 1121 (1999).

Scott Malcomson, Splinternet. How geopolitics and commerce are fragmenting the world wide web, O/R Books, 2016, Introduction.

An Nguyen, Daniel Catalan-Matamoros, Digital Mis/Disinformation and Public Engagment with Health and Science Controversies: Fresh Perspectives from Covid-19, Media and Communication (ISSN: 2183–2439) 2020, Volume 8, Issue 2.

Robert J. Shiller, Narrative Economics. How Stories Go Viral & Drive Major Economic Events, Princeton University Press. La citazione è tratta da: Chapter 7, The Ubiquity of Fake News.

Cass Sunstein, #republic. Divided Democracy in the Age of Social Media, Princepton University Press, 2017.

R. Thompson, Radicalization and the Use of Social Media. Journal of Strategic Security, 2011, 4(4), 167-190.

Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism. The fight for a Human Future at the New Frontier of Power, BBS 2019.

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