il dibattito

Fake news, definirle per gestirle: la differenza tra Europa e Usa

Non c’è una chiara definizione di cosa si intende per fake news. E di conseguenza, non c’è nemmeno un approccio definito al tema. Anzi, si stanno evidenziando due visioni diverse, americana ed europea: una più permissiva e l’altra più restrittiva

26 Gen 2018
Fabiana Di Porto

professore associato di Diritto dell’economia, Università del Salento

fake-news

Così famosa, così in realtà misteriosa. La parola più pronunciata nell’anno 2017, seppure non ha meritato gli altari di Parola dell’anno come “Post-verità”, è certamente “fake news”.

Nell’ultimo scorcio d’anno è stata la più ripetuta dal Presidente Trump con riguardo, tra le altre, all’uscita del controverso libro “Fire and Fury” di Michael Wolff, contenente le rivelazioni dell’ex consigliere Steve Bannon, e ad essa è stato (addirittura) dedicato un Premio: il “Fake News Awards”.

Eppure, come vedremo, molta è la confusione sotto il cielo. Non c’è una chiara definizione di cosa si intende per fake news. E di conseguenza, non c’è nemmeno un approccio definito al tema. Anzi, si stanno evidenziando due visioni diverse, americana ed europea: una più permissiva e l’altra più restrittiva. 

Questo dualismo è nel cuore del concetto stesso di fake news.

Notizie false, articoli fattualmente dubbi, “toxic narratives” o semplicemente bugie, nelle parole del vice-presidente del Parlamento europeo, Andrus Ansip, costituiscono un problema per le democrazie, ma al tempo stesso sono espressioni di libero pensiero e dunque da preservare.

Cosa sono le fake news?

Ritagliare un contenuto definitorio significativo per le fake news è tutt’altro che agevole, visto che in fondo sono sempre esistite: anche senza Internet pamphlet apologetici e falsi storici sono circolati diffusamente per l’Europa, ed anche al di fuori, diffondendo messaggi falsi. L’esempio più noto è forse quello dei Protocolli dei savi anziani di Sion, redatto da Sergei Nilus su commissione dello Zar e databile tra il 1903 e il 1905. Il libello fu tradotto in molte lingue dal russo e in origine dal francese e circola tuttora – lo si può acquistare scontato su ibs.it ad 8€ – e ciò, nonostante la sua non autenticità fosse stata già acclarata nel 1921.

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Anche rispetto alla diffusione, le fake news del passato si avvalevano delle tecniche proprie delle epoche storiche di riferimento. Ai tempi di Descartes, ad esempio, la diffusione di opere scientifiche si serviva anziché di banche dati come SSRN o Researchgate, delle sapienti mani di Padre Marsenne, noto per far circolare i lavori di matematici e scienziati presso la sua rete – diremmo oggi – internazionale di pari.

La via europea

Tornando al tema definitorio, oggi iniziano ad apparire sulla scena definizioni di fake news perché le istituzioni, specie europee, prendono atto dell’importanza del fenomeno e adottano iniziative volte a contenerlo. Così in una recente proposta di Comunicazione (del 9.11.2017), la Commissione europea distingue la “disinformazione” dalle fake news: nella prima, fatta di errori giornalistici ed omissioni, manca l’intenzione di ingannare, così come avviene nella satira. L’altro elemento distintivo sarebbe l’essere diffuse online, principalmente attraverso le piattaforme, che le “rimbalzano” fornendo ad esse una eco straordinaria: “the spread of disinformation on line has the potential to cause harm to citizens by hindering their possibilities to make informed choices and to harm society by disrupting democratic debate”.

Per il contenuto, la definizione diviene più sfumata: esso può essere illegale (ad esempio, incitare all’odio, alla violenza o essere diffamatorio) oppure no; esso può, ma non necessariamente, contenere link a siti di terze parti che fabbricano le fake news, il cui scopo è raccogliere entrate pubblicitarie attraverso i “click”. Il contenuto falso o manipolatorio può avere ad oggetto “questioni di importanza sociale per la vita dei cittadini” (come quella dei vaccini), oppure essere indirizzato a “minare il funzionamento delle istituzioni politiche o le decisioni democratiche”. Infine, in un crescendo di attenzione e preoccupazione, la Commissione conclude rammentando che le fake news possono consistere in “propaganda sponsorizzata da Stati, intesa ad influenzare elezioni o a ridurre la fiducia nei processi democratici”.

È chiaro il riferimento ai fatti, più o meno dimostrati, di interferenze nelle consultazioni elettorali del 2016, dalla Brexit alle presidenziali statunitensi (cd. Russiagate), e del 2017, nonché, come ribadito specialmente dal Guardian, alle questioni interne dell’Estonia, alla secessione della Crimea del 2014 e al referendum della Catalogna del 2017.

La narrativa russa – sempre stando a quanto riportato dal Guardian – è apparentemente incline a riconoscere siffatte interferenze, o almeno a teorizzarle come nel caso della “Philosophy of Information Warfare” (1998) dell’analista militare Sergei P. Rastorguev; oppure a definirle con titoli enfatici, come la (Valery) “Gerasimov doctrine”, dal nome del Capo dello staff militare russo nel 2016, secondo cui i moderni conflitti sarebbero un ibrido, ossia “un mix di disordini civili scatenati dalla diffusione [di fake news] sui social e digital media, seguiti dai carri armati”.

La via americana

Ben altra dinamica si registra invece al di là dell’Atlantico, dove la locuzione, come si diceva poc’anzi, ha sostanzialmente visto i natali. Mentre è ancora in corso il grande clamore suscitato dalle rivelazioni dell’inchiesta sul Russiagate relativa alle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, nonché dalla recente investigazione sui cc.dd. “Paradise paper” (da cui risulterebbero fondi trasmessi alle due piattaforme Facebook e Twitter da parte di società ricollegabili a Gazprom, con cointeressenze di famigliari dello stesso Presidente Trump), nelle ultime settimane si assiste ad un plateale révirement.

Sia il New Yorker sia il New York Times elargiscono grande enfasi ad alcune ricerche di economisti comportamentali e politologi – invero già apparse in versione draft oltre un anno fa – dando credito all’idea che in fondo le fake news avrebbero avuto un impatto assai limitato sulla competizione elettorale Trump vs Clinton.

Ad esempio, si ridimensiona il dato di Gottfried e Shearer (2016) secondo cui il 62% degli americani si informano sui social media: nel periodo elettorale solo il 14% di essi avrebbero utilizzato tale strumento come “principale” fonte di informazione (Allcott e Gentzkow, p. 212, 224, dato che salirebbe al 29% se si includono i siti web; mentre a farla da padrone sarebbe la TV con il 57%). Inoltre, i maggiori consumatori di fake news sarebbero i conservatori ma, al tempo stesso, solo nel 27,4% dei casi (65 milioni di votanti) questi avrebbero letto fake news nel periodo elettorale e, comunque, l’impatto dell’esposizione alle false notizie sarebbe assolutamente incomparabile a quella di una notizia passata in TV (Idd., p. 232).

A conclusioni analoghe giunge lo studio – finanziato col programma europeo Horizon 2020 – dei politologi Guess, Nyhan e Reifler del 2018. L’effetto “stanza dell’eco” esisterebbe, ma sarebbe confinato ad un pubblico limitato (“solo” il 10% degli americani); Facebook sarebbe il principale veicolo trasmissivo delle fake news, e i siti di “fact checking” servirebbero a poco o nulla (o perché usati da coloro che non leggono fake news, oppure perché le notizie che vi si leggono non sarebbero correlate alle principali fake news in circolazione).

In altri termini – chiosano gli economisti Allcott e Gentzkow – non vi sarebbe motivo di intervenire, giacchè se da un lato, accontentare la richiesta di “verità” dei consumatori aumenta il benessere sociale; dall’altro, identificare cosa è fake e cosa no genera costi insopportabili per il sistema. Il richiamo, nemmeno troppo velato, è al Ministero della verità. L’auto-educazione ed il ragionamento critico sarebbero il migliore viatico per risolvere il problema (p. 228).

Rebus sic stantibus. Ovverosia a tecnologia invariata all’anno delle rilevazioni (elezioni 2016).

Qualche riflessione.

Entrambi gli studi non osservano il consumo di fake news dai dispositivi mobili, né direttamente sulle piattaforme (Facebook e Twitter), dove evidentemente questo è più intenso. In un caso si escludono dal campione quelle ipotesi – non infrequenti – in cui il consumatore si limita a leggere il titolo accattivante e guardare l’immagine, salvo poi condividere la suggestiva panzana. Non si considerano le notizie false fatte circolare nei gruppi chiusi e segreti di Facebook o nei blog e forum, che pure costituiscono una “echo chamber” straordinaria; né si includono nelle rilevazioni quelle realtà singolari che sono i botnet e gli account fittizi (che invece fungono da cassa di risonanza delle fake news, perché le diffondono – retwittando o condividendo – in maniera automatica centinaia e talvolta migliaia di volte). Infine, non considerano una rilevante evoluzione tecnologica, rappresentata dall’intelligenza artificiale, capace di mimare un’interazione umana sui social più diffusi ed anche sui blog.

Due approcci giuspolitici (e culturali) dunque.

Mentre in Europa le iniziative istituzionali e normative sembrerebbero testimoniare un souci eccessivo nei confronti del fenomeno (con la Germania a fare da apripista), negli Stati Uniti si starebbe affermando un ridimensionamento del problema. Complice, almeno in apparenza, il diverso atteggiamento nei confronti della libertà di espressione e di stampa.

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