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Il paradosso

Il dramma delle telecomunicazioni: il mercato riparte, ma mancano le skill

Dai politecnici spariscono i corsi di laurea sulle telecomunicazioni, sempre meno studenti approcciano questo settore, il quale tuttavia è in ripartenza. Il gap di skill che ci vede in difficoltà rispetto ad altri Paesi può essere colmato puntando sulla formazione e adeguate misure politiche 4.0

04 Mar 2019

Nicola Ruggiero

Anitec-Confindustria


Un paradosso sociale, nell’epoca dell’Impresa 4.0, che riguarda il settore delle telecomunicazioni. Da una parte non sembra essere interessante per università e studenti, dall’altra il mercato in ripresa richiede persone formate in questo ambito. Le quali però mancano.

Il fenomeno che alimenta un circolo vizioso che rischia di frenare un ambito che in Italia potrebbe essere d’eccellenza. La soluzione per far fronte a questa problematica è rappresentata dall’innovazione, dal reinventare il settore e dal sostegno adeguato di una politica che non deve trascurare gli incentivi.

Excursus: le radici del problema

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un fenomeno che deve far riflettere molto rispetto alle politiche industriali in Italia, soprattutto nel settore dell’informatica e, appunto, delle telecomunicazioni. Infatti, i vari Governi che si sono succeduti negli ultimi due decenni hanno prima ridotto gli incentivi e gli investimenti nel settore, poi è subentrata una profonda crisi che a partire dal 2007 ha visto il mercato contrarsi in termini di fatturato e marginalità, ciò anche facendo rallentare lo sviluppo.

Tutto ciò ha portato le aziende a investire sempre meno in risorse umane, in ricerca e sviluppo e in collaborazioni scientifiche con i principali istituti di ricerca. L’offerta sia in termini qualitativi che quantitativi per i neolaureati è diventata tale da non far scegliere più le telecomunicazioni come un settore su cui specializzarsi e costruire una carriera di lungo periodo.

Viceversa, negli ultimi tre anni sono nati i piani di incentivazione Industry 4.0 e investimenti importanti nella rete in fibra ottica e, recentemente, nelle reti 5G, richiamando così l’attenzione sugli skill necessari per supportare lo sviluppo strategico del Paese. Nel frattempo, dopo quasi un decennio di attesa, il messaggio passato sul mercato del lavoro è stato che le telecomunicazioni non rappresentano più un mercato appetibile che paghi degnamente i nuovi laureati o diplomati che si avviano alla propria carriera.

Di conseguenza i corsi di laurea in ingegneria delle telecomunicazioni si sono progressivamente spopolati e già da qualche anno il corso di laurea in ingegneria delle telecomunicazioni è scomparso dai principali politecnici per essere inglobato in altri corsi di laurea e relegato a un indirizzo di specializzazione. Se questo è sufficiente a mantenere viva una tradizione ed una conoscenza non è sufficiente a generare un vero interesse nel lungo periodo verso la disciplina.

Il mercato riparte, ma mancano tecnici e ingegneri

Infatti, in molti casi gli studenti italiani non studiano più le telecomunicazioni. E non le studiano proprio nel paese in cui le telecomunicazioni sono nate e si sono sviluppate, dove il know-how era tra i più alti a livello mondiale e dove i nostri centri di ricerca erano il riferimento per ingegneri, tecnici e aziende provenienti da ogni parte del globo. Paradossalmente proprio oggi che il mercato riparte non ci sono tecnici ed ingegneri italiani pronti e preparati in numero sufficiente a soddisfare la domanda.

Chi invece viene a studiare e specializzarsi in Italia sono studenti stranieri, provenienti dalle aree a maggior sviluppo nel medio oriente, dall’Africa e dall’estremo oriente. Cioè da quei luoghi dove la tradizione e la conoscenza nel settore non è così radicata come da noi. I nuovi laureati, quindi, sono rappresentati soprattutto da studenti stranieri che apprendono il know-how e dopo la laurea spesso rientrano nei propri Paesi di origine. Alcuni restano in Italia e trovano, anche velocemente, impiego con retribuzioni superiori alla media dei colleghi laureati in simili discipline. Questi dati stridono fortemente con i continui piani di ristrutturazione (leggi licenziamenti) e trasformazione che le primarie aziende del settore TLC stanno implementando, anche in più ondate, da alcuni anni.

Telecomunicazioni, le skill che servono ma non ci sono

Quali sono quindi gli skill necessari al settore? Siamo di fronte ad un fenomeno di forte trasformazione del settore che è alla ricerca di nuovi modelli di business e fonte di marginalità in cui gli skill necessari a realizzare le trasformazioni digitali mancano e, soprattutto, non li abbiamo preparati per tempo. Da una parte servono ingegneri capaci di progettare, realizzare e gestire le reti del futuro, dall’altra ingegneri capaci di disegnare servizi – use cases – e metterli in pratica.

È proprio questo il punto chiave che rende lenta e difficile una rapida trasformazione dell’industry di riferimento ma anche del Paese Italia. Abbiamo perso oltre un decennio ed ora che dovremmo accelerare, semplicemente, non siamo pronti. Cosa possiamo allora fare per recuperare il gap, per recuperare il tempo perso? Agire su più aspetti in parallelo.

Le soluzioni: puntare su Innovation Manager e università

Innanzitutto, bisogna approfittare di alcune novità, come ad esempio l’Innovation Manager per la trasformazione digitale, per introdurre nelle nostre aziende un nuovo pensiero e generare una domanda. Poi possiamo ipotizzare ambienti e laboratori composti da università e aziende del settore dove si possa sperimentare le nuove tecnologie, soprattutto del 5G, dando accesso alle piccole e medie imprese che possono portare novità e soluzioni ma, anche, avvicinare giovani alla materia e aiutare il sistema universitario e industriale a ripopolarsi delle competenze mancanti.

Avere la forza di far ripartire nei principali atenei i corsi di laurea in ingegneria delle telecomunicazioni puntando agli aspetti innovativi degli stessi, anche se intrinsecamente collegati allo sviluppo dell’informatica, dei sistemi cloud e dei sistemi di intelligenza artificiale. Soprattutto va fermata la corsa al ribasso dei prezzi sul mercato dovuta all’aspra concorrenza tra gli operatori telefonici e tra i principali fornitori tecnologici: questo spinge la catena dei fornitori, soprattutto fornitori di servizi, a lavorare a prezzi decrescenti anche quando il sottostante di costo è rappresentato – sostanzialmente – da risorse umane altamente qualificate. Bisogna lasciare spazio economico e finanziario alle piccole e medie aziende che, a traino delle grandi, assicurano un mercato di sbocco per i nostri laureati. Insomma, va lasciato del margine in Italia per permettere al sistema di riprendere gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Oggi la trasformazione digitale impone a tutte le aziende, indipendentemente dal settore industriale in cui operano, a evolvere ed avere all’interno esperti di sistemi e anche di telecomunicazioni se si pensa al mercato dell’IoT e dell’Industry 4.0. Ognuna di esse infatti dovrà avere tra i propri asset una rete di comunicazione. Insomma, bisogna capire che le telecomunicazioni di oggi sono la spina dorsale del Paese, delle aziende, della nostra vita. Le diamo per scontate, ma scontate non sono.

Lo scenario dei prossimi anni

L’emergere in parallelo dell’insieme di tecnologie (cloud, big data, cyber security, IoT, nuove frontiere per l’Industry 4.0) crea un gap di skill nei prossimi 3-5 anni di diverse decine di migliaia di nuove competenze digitali. Sebbene i corsi di laurea in informatica (e le sue specializzazioni) siano più affollati rispetto ai corsi in telecomunicazioni, si ha bisogno di tempo per generare laureati a sufficienza per il sistema.

Ecco che non può essere solo il sistema universitario a garantire le competenze che mancano, deve essere tutta l’industria di settore ad essere incentivata a creare tali competenze. Oggi stiamo costruendo i nuovi assett su cui il paese crescerà e si svilupperà domani e la qualità di questi assett rappresenterà la competitività e la redditività del domani. Soprattutto in un Paese che con oltre 42 anni di età media è tra i più vecchi al al mondo contro i Paesi emergenti (soprattutto l’Africa) che ne conta 18.

I governi dovrebbero rendersi conto di tutto questo e mantenere gli incentivi alle imprese in questo settore poiché sono una opportunità di sviluppo ma non sufficienti per l’obiettivo: è la rapidità di azione e la certezza delle politiche industriali che spinge tutti ad innovare e ripartire. Questo è quello che una politica attenta allo sviluppo dovrebbe fare.

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