intelligenza artificiale

L’AI nel piano nazionale innovazione digitale: novità positive e ostacoli

Già avere presentato una vision sulla digitalizzazione del Paese è un punto di rottura importante rispetto al passato. Per fare bene e, soprattutto, riuscire a rispettare la scadenza al 2025 occorre affrontare nella maniera giusta e il più presto possibile una serie di punti. Vediamo quali sono

09 Gen 2020
Guglielmo Iozzia

Associate Director - Business Tech Analysis, IT and Analytics presso MSD


C’è anche l’intelligenza artificiale nel documento, presentato a fine anno da Paola Pisano, Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, “2025, una strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese”.

Alla luce delle diverse analisi già pubblicate sul piano, vorrei focalizzarmi proprio su quest’area in cui sono pienamente coinvolto professionalmente, evidenziando quelle che secondo me sono novità positive, potenziali problemi o punti deboli e suggerimenti per una strategia vincente.

Una rottura rispetto al passato

Parto innanzitutto da quella che secondo me è veramente una rottura rispetto al passato (non solo recente, in generale guardando indietro alla storia politica del Paese). Per la prima volta un Ministero competente presenta una vision sulla digitalizzazione del Paese. Il Ministro e il suo entourage sono consapevoli della rivoluzione tecnologica è in atto e delle opportunità senza precedenti che essa presenta anche per la PA. Essi sono altresì consci che per l’Italia si è arrivati a un punto di non ritorno e non è più possibile rimandare ulteriormente.

Altra novità riguarda la richiesta di collaborazione e coordinamento delle attività impattate (quasi tutte) in carico agli altri ministeri. Questo secondo me rappresenta uno dei punti chiave per questa rivoluzione digitale, perché è fondamentale che gli altri ministeri ne siano parte proattiva, avendo sicuramente la conoscenza per presentare casi d’uso di potenziale applicazione al loro particolare dominio di competenze, sfide e problemi che ovviamente non possono provenire solamente dal Ministero dell’Innovazione. Questa è, secondo la mia opinione, una strategia positiva, che però presenta delle dipendenze che esulano dal controllo del MID stesso. Nello scenario politico italiano attuale, mentre noto con piacere una certa maturità in questa direzione fra i componenti dei partiti dell’attuale maggioranza, non noto lo stesso tra i partiti di opposizione.

La storia politica italiana ci insegna che ad ogni cambio di governo i nuovi insediati hanno tendenzialmente la brutta abitudine di fermare o annullare decisioni prese dal governo precedente, non seguendo una linea logica e pensando solo alla propria visibilità. E visto che ultimamente in Italia il Governo cambia mediamente ogni 6 mesi, questo modus operandi rischia di impattare anche su questa strategia per il 2025. Questo rischio naturalmente si manifesterà anche sotto forma di erogazione e fruizione dei fondi già pianificati per questa iniziativa.

E prima di entrare nello specifico dell’IA, una ultima considerazione circa la data finale, 2025. È questo un lasso di tempo sufficiente per poter perseguire le prime 20 (+1) azioni descritte nel Piano? O è una previsione poco realistica? Guardando alla data finale di questo piano, mi viene in mente solo un classico sketch di Nino Frassica, in cui egli suole domandare l’anno di nascita al malcapitato di turno, chiedendogli poi:”1988? È troppo, facciamo 1972.” E successivamente, guardando la faccia allibita dell’intervistato, chiedere:” Di più o di meno?”. Ritengo sinceramente che impegnarsi con una data, qualunque essa sia, ha senso fino a un certo punto se una strategia non tiene conto sin dall’inizio delle dipendenze in ciascuno dei 20+1 punti che sono totalmente o per la maggior parte fuori dal controllo del Ministero. Tornerò su questo specifico punto della data alla fine dell’articolo, in quanto ulteriori considerazioni meritano di essere fatte solo dopo avere descritto i prossimi punti.

Gli obiettivi sull’intelligenza artificiale: un’analisi

E veniamo finalmente allo specifico di questo articolo e cioè le miei impressioni sui punti 8 e 17, ma anche 14, relativi all’intelligenza artificiale.

L’IA in mano a incapaci non può che essere inutile

L’obbiettivo numero 8 di questa strategia per il 2025 stabilisce che l’IA, e ovviamente anche i dati necessari al training, la validazione e il test dei modelli, debbano essere in grado di “guidare i decisori pubblici verso scelte sempre più consapevoli, gestendo in maniera efficiente una serie di procedimenti amministrativi, specie se ripetitivi e a bassa discrezionalità”. Quello che mi chiedo, in base alle mie (o della mia famiglia o dei miei amici e conoscenti) disavventure con la PA italiana nel corso della mia vita, è questo: c’è realmente bisogno della IA per stabilire quanto un possessore di partita IVA debba pagare allo stato o come ottenere e quando aspettarsi i rimborsi, o quant’è l’IMU da pagare per la prima o seconda casa, o tenere aggiornati i vari siti istituzionali che dovrebbero fornire una lista esaustiva di documenti e procedure per fare richiesta di un determinato servizio o capire qual è lo stato di una richiesta di cittadinanza per una persona che ne ha ampiamente diritto e che giace in chissà quale file o cassetto da anni? Forse una migliore efficienza e una maggiore responsabilità a fare bene il proprio lavoro da parte di tutte le persone coinvolte in questi ed altri casi avrebbe contribuito nel lungo termine a, non dico risolvere, ma quanto meno ridurre drasticamente tutti quei casi di cattivo servizio ai cittadini.

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Qui vedo il rischio che alla fine, l’IA verrà utilizzata come capro espiatorio, posta in mano alle stesse persone che fino ad oggi sono riuscite (quali che siano le motivazioni) a rendere la PA sempre meno efficiente e lontana dai cittadini. Ricordiamoci che l’IA è una serie di strumenti volti a rendere più facili tutta una serie di attività complicate se eseguite solo da essere umani e a definire nuovi casi d’uso impensabili altrimenti, ma alla fine le persone sono al centro dei processi. In mano ad incapaci, l’IA può solo rendere i processi perfettamente inefficienti.

IA: rispetto dei principi etici e giuridici

L’obbiettivo numero 8 introduce anche il problema del rispetto dei principi etici e giuridici dell’introduzione della IA nella PA. Argomento che è coperto dall’obbiettivo numero 17, il quale stabilisce che “La strategia per la promozione, sviluppo e adozione di soluzioni di intelligenza artificiale sostenibili prevede la creazione di una Alleanza per l’intelligenza artificiale sostenibile: un comitato al quale saranno invitati a aderire soggetti pubblici e privati”. Talvolta sono stato invitato a partecipare ad alcuni dei tanti di gruppi (ne ho contati più di 40 in giro per il mondo e continuano ad aumentare) che attualmente discutono di problemi etici e definizione di regole e principi etici per la IA e in essi ho sempre riscontrato i seguenti rischi:

  • Questi gruppi non comunicano tra loro e raggiungono conclusioni o parlano di rischi che riguardano solo il loro specifico campo di interesse (che cambiano a seconda che il gruppo in questione sia, per esempio, una iniziativa Ue o un gruppo di corporate americane o il governo cinese). Quindi principi etici ad hoc.
  • Sono spesso composti da membri provenienti da diversi settori della Università e della società, ma nessuno o quasi avente chiaro nella propria mente cosa sia l’IA e quale sia lo stato dell’arte in questo settore.

Stessi rischi che prevedo anche nel caso del piano 2025. In più, vorrei che la stessa attenzione in Italia si ponesse anche a problemi etici in ambito non IA. Non è ammissibile continuare a discriminare in base a criteri basati su età anagrafica, preferenze sessuali, colore della pelle e negare l’accesso al mondo del lavoro a persone qualificate ed aventi diritto. O giustificare fenomeni di corruzione nella PA, a tutti i livelli, che danneggiano direttamente o indirettamente i cittadini e che sono una delle principali cause di mancati investimenti da parte di aziende ed imprenditori esteri in Italia.

Quindi esistono problemi etici in Italia in tutti i settori e sarebbe assurdo focalizzarsi solo sull’IA e ignorare tutto il resto. Mi auguro inoltre che la definizione di regole etiche per la IA non blocchi il processo di identificazione e implementazione dei primi casi d’uso: non ritengo sia necessario aspettare per le prime applicazioni pratiche. Personalmente vengo da esperienze innovative IA in ambito healthcare legate al mercato nordamericano, dove ci sono problematiche etiche e di privacy su cui non si discute. Questo però non ha impedito la implementazione di servizi basati su IA che allo stesso tempo non violano le suddette regole e producono benefici per i pazienti.

Creare anche in Italia ambienti ad alto potenziale tecnologico e innovativo

Il punto 14, che secondo me parla di una delle dolenti note del nostro Paese, stabilisce che “L’innovazione produce innovazione, la tecnologia genera tecnologia. Sono contagiose e virali, contaminano. Il contesto in cui si opera è importante nei processi di trasformazione. Risorse economiche e ecosistema normativo a parte, ci sarà pure una ragione se la Silicon Valley è la Silicon Valley, e se tra il quartier generale di Google e quello di Facebook ci sono appena trenta minuti di bicicletta. È necessario creare anche in Italia ambienti ad alto potenziale tecnologico e innovativo.” D’accordo su tutti i fronti, ma recentemente ho avuto discussioni su questo tema anche con persone vicine al Ministero (e non solo) che sostenevano il contrario. Guardando indietro alla mia esperienza professionale degli ultimi 6 anni e mezzo in Irlanda posso confermare che è vero: per un’azienda immersa in un contesto che produce costantemente innovazione, gli stimoli a fare di più e meglio degli altri generano un meccanismo di concorrenza che produce ancora più innovazione e progresso tecnologico. Non è solo una questione di soldi e tasse più basse: ho visto con i miei occhi lo stesso anche in altri hub europei quali Monaco di Baviera, Amsterdam, Berlino, Londra, Parigi, Barcellona, etc. In Italia purtroppo attualmente si assiste allo scenario opposto: quindi questa iniziativa deve assumere il ruolo da apripista che dovrebbe far nascere lo stesso tipo di ambiente stimolate anche per iniziative private.

Tornando al discorso sulla data proposta per la realizzazione di questa strategia, per non ricadere nel nonsense di Frassichiana memoria, bisogna ovviamente che:

  • alcuni dei 20 obbiettivi prefissati marcino in parallelo e che gli sforzi per ognuno siano sincronizzati con quelli degli altri con cui esistono mutue dipendenze.
  • Il debito tecnico riguardante l’IA (che riguarda principalmente la data governance e le infrastrutture) sia identificato e mitigato il più presto possibile, cosa di cui dubito fortemente visto lo stato dell’arte in Italia in generale e nella PA nello specifico.
  • Per accelerare il processo di maturazione in alcuni settori strategici quali AI, Blockchain, 5G, Robotics, cyber security, per le quali mancano le competenze in Italia, dopo anni in cui si è fatto assolutamente nulla per sfruttare l’enorme mole di talenti che il nostro Paese produce e che attualmente stanno facendo la fortuna di altri paesi e aziende europee e non, non è consigliabile cercare di formare da zero le persone che sono in Italia. Il problema delle competenze, non solo nella IA, ma anche nelle altre tecnologie sopra elencate, riguarda anche la mancanza di esperienza sul campo. Italiani all’estero nello specifico, non solo hanno gli skill necessari, ma anche l’esperienza e l’apertura mentale maturata su casi concreti, in ambienti altamente stimolanti, che non potranno essere raggiunti da qui al 2025 formando persone sul territorio utilizzando istruttori che a loro volta vengono solo dall’accademia o con un range di esperienza insignificante rispetto a chi da anni è già nel settore.

Concludendo, vedo di buon occhio questa strategia da parte del MID, ma è importante che i punti di cui ho discusso sopra siano affrontati nella maniera giusta il più presto possibile (già da oggi) altrimenti essa sarà destinata ad un fallimento preannunciato. E si potrà in tempi brevi già capire (seriamente) se 2025 è troppo o poco.

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