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Direttore responsabile Alessandro Longo

Agenda 2013

Le idee per risolvere l’analfabetismo digitale

di Giuseppe Iacono, Stati Generali dell'Innovazione

17 Gen 2013

17 gennaio 2013

Senza le competenze digitali, l’Agenda è irrealizzabile. E l’Italia è al primo posto per analfabetismo funzionale nel rapporto World Literacy Foundation. Ecco quattro vie per un programma: i mass media, il territorio, la contaminazione sociale, il percorso didattico.

Adesso che il decreto “Crescita 2.0” , con i suoi articoli sull’Agenda Digitale (o almeno su una sua parte), è diventato legge, si pone con urgenza la necessità di affrontare il tema, mancante, dello sviluppo delle “competenze digitali” della popolazione italiana.

Infatti, tra le critiche di molti osservatori e addetti ai lavori, non solo nel decreto originario mancava un programma organico di alfabetizzazione digitale, ma anche i tentativi di introdurre per emendamento degli interventi di ampio respiro non sono andati a buon fine. Per cui, urgente e ingombrante, ci ritroviamo il tema irrisolto di come far sì che gli Italiani possano acquisire (e mantenere) le competenze digitali necessarie per il percorso di innovazione che anche il nostro Paese sta intraprendendo.

Non si tratta di “alfabetizzazione informatica”, di apprendere l’uso del computer, ma, appunto, di sviluppo di competenze digitali, tali da consentire a ciascuno di noi di riuscire ad interagire con l’amministrazione pubblica in via telematica, come previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale a partire da gennaio 2013, di partecipare alle consultazioni online che i diversi ministeri stanno lanciando in rete, di usufruire delle iniziative di collaborazione società-istituzioni che si stanno avviando (come OpenCoesione). Di partecipare al processo, avviato anche con la nuova legge sull’Agenda Digitale, di costruzione delle “comunità intelligenti”, che richiederà competenze tali da consentire il pieno utilizzo delle opportunità della “rivoluzione digitale”. Ancor di più necessarie per i lavoratori, che dovranno utilizzarle per migliorare e innovare le proprie attività lavorative.

Si rende urgente, così, un “programma nazionale di alfabetizzazione digitale”, cioè un programma con una strategia organica nazionale, ma che possa svilupparsi e declinarsi su base territoriale e con le gambe delle mille iniziative che già attraversano il nostro Paese, e che si sviluppano oggi senza un raccordo, senza un obiettivo complessivo, senza una misurazione dei risultati conseguiti.

Un programma che sia quindi la cornice entro cui connettere le risorse e gli strumenti di un profondo cambiamento culturale. Non solo basato sul digitale.

Il cambiamento necessario, infatti, è molto più vasto e impatta anche con il superamento della “cultura televisiva” imperante, di cui la tv è l’emblema ma non l’unico contesto in cui si attua, per cui la partecipazione e la proattività, l’approfondimento e il pensiero critico, sono stati via via ostacolati e rimossi come valori fondanti dell’essere sociale.

L’intervento contro l’analfabetismo funzionale è, pertanto, il punto di partenza. Non tanto quello digitale, che in qualche modo ne deriva ed è il gradino necessario da salire secondo il rapporto del World Literacy Foundation 2012. Sempre secondo il rapporto, che stila anche una classifica delle nazioni con maggior tasso di analfabetismo, l’Italia risulta “prima” con il 47% della popolazione analfabeta funzionale (la seconda in questa classifica capovolta, è l’Irlanda, con il 22,6%).

Gli altri indicatori sul livello culturale del Paese e sulla qualità del sistema educativo (ad esempio le recenti classifiche OCSE/PISA o lo studio “The Learning Curve” dell’Economist Intelligence Unit) ci collocano in posizioni di retroguardia nelle graduatorie internazionali, e non sono altro che la testimonianza di quanto sia diventato strutturale questo stato di cose.

Un programma di alfabetizzazione unico, organico, ma non uno strumento unico. Il tema è troppo complesso e pervasivo (attraversa le generazioni, le classi sociali, le etnie) per essere affrontato con un unico strumento. Occorrono mille strumenti e percorsi diversi, organicamente correlati. Occorre una visione strategica del Paese nel medio termine, perché questi non sono processi i cui benefici si misurano nel breve termine. E se contribuiscono alla crescita del benessere del Paese (non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale), i risultati non vengono subito. E non vengono per sempre. Occorre così una strategia di sviluppo e miglioramento continuo, basata sulla convinzione che si tratta di investire nel sistema educativo del Paese perché questo sistema crea valore per la società.

Nel concreto, si possono delineare alcune “vie” in cui articolare il programma:

a)   la via mass-mediatica. Poiché ancora oggi sono i telegiornali i luoghi in cui si formano le opinioni di gran parte della popolazione, il ruolo della tv diventa fondamentale. Non si tratta di pensare soltanto a trasmissioni divulgative (negli anni passati fu ottima “Mediamente” così come oggi lo è  “Superquark”), ma di riconcettualizzare e precisare la missione del servizio pubblico RAI, e di definire una programmazione complessiva che si rivolga ai diversi tipi di spettatori immaginando programmi televisivi  specifici in cui “Mediamente” e “Superquark” sono senz’altro riferimenti da valorizzare;

b)   la via della strada. Se l’alfabetizzazione è una necessità sociale, allora il territorio, i quartieri, devono accogliere servizi di assistenza per chi ha bisogno di supporto per godere dei propri diritti (servizi, informazioni, partecipazione). Si tratta dei punti di accesso pubblici assistiti, già istituzionalizzati in alcune regioni (Toscana) e che è necessario siano disseminati sul territorio, utilizzando gli spazi pubblici attrezzati già presenti (come biblioteche, centri anziani, uffici comunali) e realizzandone di nuovi (come le piazze telematiche);

c)   la via della contaminazione. I percorsi più ricchi sono sempre quelli che consentono di contaminare e favorire scambi non preordinati, tra generazioni, gruppi sociali, gruppi etnici e i luoghi dove ciò può avvenire con maggiore facilità sono le piazze e le scuole. Piazze, però, telematiche, luoghi cioè dove l’utilizzo della rete diventa anche momento di condivisione e confronto, per cittadini e imprese, favorendo il coworking e riportando la creazione di valore nel quartiere. E scuole “aperte” (un tempo si dicevano “scuole del futuro” quando sembrava che la visione della scuola dell’autonomia avesse davanti uno sviluppo “sociale”) concepite come luoghi multifunzionali di apprendimento e di creatività plurigenerazionali;

d)   la via del percorso “didattico”. Riportare la “scuola al centro” significa acquisire consapevolezza che i risultati negativi sono frutto di un modello di sistema sbagliato. L’intervento non può essere soltanto di tipo tecnologico (utile, ma non sufficiente), ma soprattutto metodologico e di sistema (e quindi a livello dei percorsi didattici, del ruolo e delle competenze dei docenti, dell’organizzazione “semplificata” e ridotta delle istituzioni scolastiche). Allo stesso tempo, bisogna prevedere interventi strutturati anche per le imprese (soprattutto le piccole e le micro) e per favorire le iniziative imprenditoriali con modalità di coaching, che orienti subito verso le abilità che sono anche definite di “Digital Transformation”, dove cioè innovatività e creatività sono messe al servizio della creazione di nuove iniziative. Il tutto strettamente intergenerazionale: le iniziative imprenditoriali degli “over 60” sono tra le più importanti per garantire alla società di godere della ricchezza di esperienze ed energie di una fascia di persone a rischio di emarginazione.

Poiché però l’obiettivo non è solo l’acquisizione ma anche il mantenimento, ecco che diventa importante realizzare un circolo virtuoso che, a partire dalla creazione delle condizioni di alfabetizzazione di base, punti a favorire lo sviluppo di attività sociali e professionali che utilizzano le tecnologie digitali (anche associative e imprenditoriali) e a valorizzare socialmente e politicamente le competenze acquisite dalla collettività, procedendo nello sviluppo di pratiche di Open Government (con definizione di luoghi e metodi di partecipazione inclusiva, consultazione preventiva sulle decisioni) e di qui tornando a stimolare l’acquisizione di nuove competenze.

Certo, è un’iniziativa ambiziosa e complessa, ma necessaria, per una realtà in cui oggi, ad esempio (dati ISTAT – dicembre 2011), il 39% della popolazione non ha mai navigato su Internet (24% è la media UE27) e quindi non è in grado di esercitare, se non attraverso mediatori, molti propri diritti.

E se così, può non essere parte fondamentale del programma di chi si candida al governo del Paese?

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  • LLFF

    Ottimo intervento, cui contribuisco con una testimonianza.

    Per il mio phd ho condotto una ricerca sulla competenza digitale e ho anni di esperienza nella formazione. Ma al di fuori dell’università non ho potuto raccogliere che briciole, in termini di spendibilità sul mercato del lavoro di questo mio profilo.
    Mesi fa ho ottenuto un colloquio con profili istituzionali molto elevati in ambito digitalizzazione PA, e nessuno di questi conosceva la differenza tra abilità informatiche e competenza digitale.

  • LLFF

    Ottimo intervento, cui contribuisco con una testimonianza.

    Per il mio phd ho condotto una ricerca sulla competenza digitale, e ho anni di esperienza nella formazione. Da mesi sono alla ricerca di opportunità lavorative, ma da quando ho lasciato l’università sto raccogliendo solo briciole, sul mercato del lavoro.
    Sarà la ‘crisi’?

    Non credo; recentemente ho ottenuto un colloquio con profili istituzionali molto elevati in ambito digitalizzazione PA, e nessuno di questi conosceva la differenza tra abilità informatiche e competenza digitale. Nessuna sorpresa che io debba ‘raccattare’ briciole su ambiti e temi formativi differenti.

  • Anonimo

    non cestinare

  • Ivanxp

    A mio parere il ritardo accumulato finora, dovuto ad una cultura novecentesca, ancora molto diffusa, rischia di non essere colmato almeno in questa generazione. Il freno all’economia e’ dovuto proprio da questo. Per effettuare un passaggio del genere prima e necessario cancellare un intera classe di management, che a causa del loro analfabetismo digitale, non riescono a supportare le nuove sfide, ma questo non avverrà mai, inoltre i costi di formazione vanno in qualche maniera ammortizzati, e per far questo diventa necessario licenziare, affinché si possa poi trarre guadagno dagli investimenti formativi.
    Formare l’intera popolazione in ambito digitale, partendo da adesso e’ un utopia, e questo mi rendo conto nella vita di tutti i giorni, andando in posta, in banca, negli uffici pubblici, nessuno e’ veramente consapevole delle trasformazioni in atto, e perciò solo pochi hanno sensibilità su questi argomenti rivolti alla crescita digitale, perciò mi si spieghi gentilmente come pensate di insegnare alla gente che lavora, e che non ha nessuna apertura mentale verso il mondo digitale. In realtà chiedereste degli sforzi sovrumani alla popolazione, non avendo nessuna garanzia di risultati validi, e soprattutto il mantenimento del livello di conoscenze acquisite, necessità aggiornamento costante, ossia la formazione non può più essere slegata dal lavoro, come pensate di convincere gli italiani su questo? I miei entusiasmi sull’agenda digitale si stanno spegnendo sempre di + perché mi rendo conto che solo i nativi digitali, possono essere pronti a questa impresa, perciò una parte della popolazione sarà sempre più’ scollata dal tessuto economico, e quindi improduttiva, senza aver possibilità di esserne reintegrata, e sarà condannata ad essere inoccupata perché sono ben lontani da aver le competenze digitali sufficienti.
    Senza pensare alla crescita della robotica, che a breve cambierà radicalmente il mondo di lavorare, cancellando il periodo della post industrializzazione, ed interagire con le macchine robot, richiederà nuovi skill professionali ed anche nuove normative. Penso che fino ad oggi si è perso tempo prezioso e mi piacerebbe che la smettiate di illudere la gente con l’agenzia digitale, visto che si attueranno grandi cambiamenti, ma non con le persone e la classe dirigenziale che adesso è al potere.

  • jjj

    Perdonate se sono un po’ banale, ma per attuare un buon piano di crescita digitale ci vogliono investimenti e ce ne vogliono tanti e non mi risulta che i Ministeri interessati (MIUR e MISE in primis) ci stiano mettendo su la testa e soprattutto il portafoglio. Si chiede che a contribuire siano le Regioni e gli altri EELL e lo Stato sta a guardare.
    In questo modo continueremo a vedere iniziative certamente lodevoli, ma limitate per territorio e ampiezza (pochi soldi = piccoli target) e non continuative nel tempo.
    L’attuazione dell’Agenda Digitale a costo 0 è impossibile

  • Carmelo Augello

    Io sono già operativo autonomamente da tempo a livello di contaminazione sociale e il percorso didattico l’ho già sperimentato GRATIS senza rilascio di titoli ma producendo risultati eccellenti con tutte le persone che m hanno seguito in questi ultimi 3 anni. Adesso molte più persone comunicano con la PA tramite PEC, partecipano alle consultazioni pubbliche e si preparano a produrre e mettere on-line info prodotti con licenza creative commons.
    Anche se nessuno lo sa, perché per quelli come me non è facile avere visibilità.
    Quelli come me non aspettano che eminenti supertitolati (per quanto ovviamente meritino stima e rispetto) decidano cosa fare, come fare e soprattutto come codificare una materia che è incodificabile.
    Le persone più svantaggiate, vittime prima dell’esclusione sociale ed ora di conseguenza anche dell’esclusione digitale, vanno cercate bussando alle loro porte e spesso hanno PC ed internet ma di questi strumenti non ne vedono i reali vantaggi finché qualcuno non gli apre gli occhi.
    Aprire questi occhi ha dei costi insostenibili per il singolo cittadino quale sono io, ma se si applicasse il principio di sussidiarietà orizzontale, allora sarebbe tutto fattibile su più ampia scala.
    Io sono qui, per chiunque nella PA desideri essere contaminato dal basso!
    Comunque vi seguo con piacere nei webinar dai quali traggo linfa vitale per portare ai miei discenti le novità più fresche le proposte più significative orientate alla diffusione della CULTURA DIGITALE.
    Se mi giudicate troppo aggressivo o esaltato, vuol dire che le vostre valutazioni sono ancorate ancora ai vecchi paradigmi.
    Un colpo di coraggio, contattatemi, portatemi ad uno dei vostri workshop e sentite cosa ho da dire 😉
    Buon lavoro a tutti

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