Web3 basato su blockchain: una tecno-utopia che pecca d’ingenuità - Agenda Digitale

Bitcoin e criptovalute

Web3 basato su blockchain: una tecno-utopia che pecca d’ingenuità

Venture capitalist, startupper delle criptovalute, ingegneri e sognatori stanno sviluppando il Web3 su blockchain e criptovalute. Una nuova frontiera più democratica, decentralizzata, indipendente dal Big tech, ideale per la riappropriazione dei dati. Ma non mancano le critiche al Web 3.0

31 Dic 2021
Mirella Castigli

ScenariDigitali.info

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La fuga verso il Web3 è iniziata. Per ora sono solo investitori, venture capitalist, ingegneri e sognatori, i pionieri della nuova frontiera che i tecno-utopisti dipingono come un Web 3.0 più aperto e democratico, libero da censure, costruito su blockchain e protocolli decentralizzati.

Il Web3 promette infatti di essere più inclusivo, concorrenziale, più indipendente dalle Big tech e in grado di consentire a tutti di riappropriarsi dei dati e forse di monetizzare qualunque cosa su Internet.

Ma il Web 3.0, aperto e decentralizzato grazie all’utilizzo della blockchain, è un’utopia forse un po’ troppo naïf. Rischia di essere una scorciatoia: una maniera eccessivamente semplice per tentare di risolvere problemi molto complessi.

La terra promessa del Web3 e la fiducia nelle criptovalute

La delusione del Web 2.0 in certi ambiti è palpabile: da strumento per promuovere la libertà d’espressione si è trasformato nell’impero della tecno-sorveglianza esercitata dai monopolisti digitali attraverso i giardini recintati dei Gafa (i walled garden di Google, Apple, Facebook e Amazon). Da piattaforma collaborativa, è diventato il regno della cyber-censura nei Paesi che la esercitano. E nelle democrazie mature, si è rivelato a volte un pozzo avvelenato dalla disinformazione, da fake news e propaganda, odio, razzismo eccetera.

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Tornare a un Web più aperto e democratico è la molla che spinge molti tecno-utopisti a puntare sul Web3. Un cyberspazio che, dalle promettenti premesse degli anni ’90 si è via via trasformato in oligarchia, e adesso vuole riscoprire le sue “radici democratiche” per trasformarsi nel Web3 delle opportunità ai tempi delle crypto, attraverso l’adozione della blockchain, la tecnologia usata dalle criptovalute.

In alcuni strati sociali, le criptomonete rappresentano un simbolo di libertà. La comunità nera benestante, per esempio, ripone grande fiducia nei Bitcoin ed altre crypto, perché, memore delle confische immotivate di alcune epoche passate, vede in esse uno strumento per affrancarsi dalle ingiustizie, dal razzismo eccetera.

Cos’è il Web3 o Web 3.0

Oggi i tecno-utopisti definiscono il Web 3.0 o Web3 una crypto-internet fondata sulla blockchain. Il Web3 è una rete decentralizzata, grazie all’impiego della blockchain, la tecnologia su cui si fondano le criptovalute.

Inoltre, vuole essere un network in cui i contenuti e i servizi non risiedono più su server e piattaforme che appartengono a multinazionali e aziende, ma sono disseminati in maniera omogenea sulla rete. Grazie alla partecipazione democratica, gli utenti potrebbero finalmente monetizzare la condivisione dei dati. I contenuti prodotti dagli utenti resterebbero infatti nelle mani dei legittimi autori, e non finirebbero più sotto l’ombrello delle piattaforme, come Tik Tok, Instagram e YouTube.

Nel Web3, i dispositivi non si connetteranno più a server centrali, ma a registri distribuiti in rete sui cui si trovano tutte le informazioni desiderate, senza dover reperire dati sui server di alcuna azienda.

Così concepito, il Web 3.0 vuole contrastare la tendenza monopolista dei Gafa, che, anche grazie alla “potenza di fuoco” fornita dalla loro iper valutazione a Wall Street (Apple da sola vale più del Pil del Regno Unito), frenano innovazione e concorrenza, impedendo a una nuova Google di emergere e fare concorrenza al motore di ricerca di Mountain View come Google ha fatto a Yahoo!.

Per spezzare questo circolo vizioso, ci sono due strategie: i dati e l’architettura.

Le strategie dei fautori del Web3

La strada per il Web3 passa da due strategie:

  • riportare i dati personali nelle mani degli utenti;
  • introdurre un’architettura di Internet più aperta, decentralizzata e intercomunicabile: decentralizzazione, sulle orme del progetto Solid di Tim Berners-Lee, per sfuggire alla cyber censura dei governi e per rendere il network più resiliente e sicuro, mentre la riappropriazione dei dati promette di restituire ai cittadini il controllo dei dati personali.

Ma per decentralizzare la rete, secondo i tecno-utopisti, è indispensabile ricorrere alla blockchain, la tecnologia alla base dei bitcoin e criptovalute, in grado di distribuire a tutti i computer che fanno parte della catena: dati, memoria informatica, potere di calcolo eccetera.

Un mercato decentralizzato dei dati, di grande valore economico, che, grazie alla sua criptovaluta, permetterebbe transazioni immediate e prive di costi tra i proprietari dei dati (su spostamenti, gusti personali, letture, acquisti) e tutte le imprese interessate a comprarli. A regolare il mercato, in automatico, saranno gli smart contracts, contratti intelligenti che offrono automaticamente valore economico alle informazioni messe a disposizione, quando una società rispetta criteri e condizioni.

L’adozione della blockchain

La blockchain è un sistema che si basa su un registro distribuito:

  • il registro è una catena di blocchi che contengono le transazioni;
  • il consenso è distribuito su tutti i nodi della rete;
  • i nodi partecipano al processo di validazione delle transazioni da comprendere nel registro.

Il browser Brave

Esiste già un browser pensato per monetizzare i dati: è Brave, basato sul progetto Chromium, un browser open source, creato dal co-fondatore di Mozilla Brendan Eich, padre di JavaScript, focalizzato sulla privacy e che dispone di un wallet per criptovalute. Integrerà la blockchain Solana (con crypto Sol, fra le più capitalizzate sul mercato), e si propone come porta di accesso al Web3.

Web3, la corsa alle startup delle criptovalute

Ingeneri e manager delle Big tech stanno lasciando il lavoro in Silicon Valley, in aziende valutate oltre il trilione di dollari come Google, Meta o Amazon, attirati dalle sirene delle criptovalute e dalle opportunità delle startup legate alle crypto.

In California si respira lo stesso fermento, quel mix di eccitazione, adrenalina e incoscienza, degli anni ’90, agli albori del Web. In particolare sta riscuotendo successo l’iniziativa di Unstoppable Domains, legata alla vendita di indirizzi di siti che poggiano sulla blockchain.

Gli ingegneri che lasciano Google, Amazon, Apple per le startup delle criptovalute credono che bitcoin e prodotti come gli Nft (non-fungibile token), che hanno in comune la caratteristica di basarsi su blockchain, rappresentino la “next big thing” della Silicon Valley.

I bitcoin in effetti sono saliti del 60% quest’anno, mentre Ether, basata su Ethereum, è aumentata di cinque volte. Anche l’hype degli Nft si misura in cifre da capogiro: il mercato è passato da 40 milioni di dollari di valore a quota 338 milioni di dollari nel 2020, fino a generare transazioni per quasi 27 miliardi di dollari in criptovaluta.

Gli investitori hanno versato oltre 28 miliardi di dollari nelle startup globali di criptovalute e blockchain, di questi 3 miliardi solo nelle aziende che si occupano di Nft. Significa che, secondo PitchBook, hanno registrato un incremento pari a quattro volte rispetto al 2020.

Crypto e Web 3.0: fra bolle e opportunità

Sulle criptovalute, volatili da sempre, aleggia il rischio della bolla speculativa. Bolle come quella delle dotcom nel 2000, quella dei subprime fra il 2008-2009 e la follia dei tulipani nel XVII secolo in Olanda. Allora era lo smodato desiderio di diventare ricchi, ma oggi è diverso. I tecno-utopisti dichiarano che le criptomonete possono cambiare il mondo, creando una Internet più decentralizzata, più inclusiva e democratica. E ciò accentua ed accelera l’esodo dei talenti dalle Big tech al mondo delle startup delle crypto.

Il caso più clamoroso è l’uscita da Twitter dell’ex Ceo Jack Dorsey, sostituito ai vertici del micro-blogging da Parag Agrawal. Dorsey ha spiegato che passerà più tempo su criptovalute e Web3 dentro la sua azienda Square. Intanto, ha ribattezzato Square, Block, per farne un nodo della blockchain. Inoltre, Dorsey ha sostituito le immagini dei profili dei manager con avatar e ha messo a disposizione un tool per creare il proprio avatar.

Anche David Marcus, una carriera costellata di successi in Facebook, dove ha lavorato per sette anni, lascia Meta per lavorare sul suo progetto di criptovalute.

In questo clima da esodo biblico dalla Silicon Valley, Google corre ai ripari per trattenere i talenti: sta rafforzando le offerte di azioni ai dipendenti, affinché non cedano alle sirene tentatrici delle startup delle criptovalute. Il motore di ricerca di Mountain View ha già perso il vice presidente Surojit Chatterjee, diventato chief product officer di Coinbase, una delle maggiori piattaforme di scambio di criptovalute.

All’inizio, a incrementare l’investimento in criptovalute è stata la “paura di essere tagliati fuori” (Fomo, Fear of missing out). Così, agli esordi dei bitcoin, molti dipendenti, che temevano di rimanere disoccupati, hanno investito in Bitcoin per mettersi al sicuro nei tempi bui e ora si ritrovano un “tesoretto” da parte. Ma non è solo questo fenomeno a mettere il turbo alla cripto-mania.

Molti talenti erano entrati in Google o Facebook con autentico entusiasmo, per mettere a frutto la loro creatività. Invece hanno finito per imbattersi in troppa burocrazia. Hanno subito i contraccolpi di lavorare in un colosso, spesso incapace di cambiare o impossibilitato a voltare pagina, per non causare impatti negativi sul suo business model.

Proliferano allora le aziende focalizzate in tecnologia blockchain: Bitpanda, Gemini, CoinList; in ambito Nft, OpenSea e Rapper Labs; nelle infrastrutture, Definiti e Alchemy. Le startup delle criptovalute attirano talenti anche grazie ai pacchetti di compensazione per stare al passo con le Big Tech: gli impiegati possono convertire facilmente i token aziendali o la criptovaluta che sostiene le startup, che sono comunque ben capitalizzate.

Ma non sono neanche i soldi il vero motivo per cui molte persone abbandonano le Big tech per le startup, bensì l’etica del Web3, il suo potere di decentralizzare e la tecno-utopia di cambiare la storia.

I dipendenti sono infine stanchi di raccogliere dati dagli utenti per vendere loro pubblicità mirata. Si sentono ruote di un ingranaggio che ha perso gran parte dello smalto iniziale. Anche per questo motivo, l’esodo dalle Big Tech è destinato a continuare, mentre l’astro nascente del Web3 brilla più che mai.

Le critiche al Web3

La tecno-utopia di un Web3, aperto e decentralizzato grazie alla blockchain, forse è un po’ troppo semplicistica. “I propositi sono condivisibili“, commenta Juan Carlo De Martin (professore del Politecnico di Torino e co-fondatore del Centro Nexa su Internet e Società), “l’attuale enorme concentrazione di potere rappresentato dalle Big Tech, infatti, è un problema non solo di tipo economico ma anche di tipo democratico e sociale”.

“Mi sembra però che il ‘movimento’ Web 3.0, se così si può chiamare, sia ancora caratterizzato dai tipici limiti dei movimenti che nascono dal mondo tech, ovvero molta ingenuità politica, sociale e persino psicologica e una fede generalmente immotivata che la tecnologia, da sola, possa stravolgere le strutture di potere esistenti“, conclude De Martin.

Ma il Web3 potrebbe presentare anche altre criticità. I limiti intrinseci della blockchain (in termini di scalabilità, visto che al momento è in grado di reggere un numero esiguo di operazioni al secondo) e lo scetticismo che circonda le criptovalute (ancora poco sostenibili dal punto di vista ambientale e con una distribuzione che accentua le diseguaglianze invece di appianare le iniquità sociali) rappresentano il un altro ostacolo all’uso della tecnologia per realizzare il Web3.

Inoltre, è difficile immaginare un Web3 libero dai meccanismi dei profitti che affliggono Meta, e indipendente rispetto al network attuale, dal momento che a finanziare il Web 3.0 sono comunque investitori e ventur capitalist che, per missione e motivi professionali, intendono guadagnare dalle imprese in cui investono (come Nft e criptovalute).

Infine c’è l’incognita del Metaverso. Se Mark Zuckerberg costruirà una realtà virtuale in cui gli utenti rimarranno proprietari dei contenuti e saranno liberi di muoversi da un mondo all’altro, vuol dire che sfiderà il Web3 sul suo terreno. Con la differenza che il Web3 è ancora privo di killer application. A quel punto, a vincere sarà il Metaverso di Zuckerberg, in grado di imporsi su un fumoso e forse criptico Web3.

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