La guida

Piattaforma digitale nazionale dati, come funziona e perché è importante per il PNRR

La pubblica amministrazione vara l’interoperabilità di database e sistemi informativi, lanciando la Piattaforma digitale nazionale dati: un sistema previsto dalla progettualità del PNRR e che permette di concretizzare il principio europeo del “once-only”. Vediamo di cosa si tratta

21 Ott 2022
Giuditta Mosca

Giornalista

Piattaforma digitale nazionale dati

La Piattaforma digitale nazionale dati (Pdnd) è attiva da oggi ed è uno dei progetti previsti dal PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sviluppato dal dipartimento per la Trasformazione digitale della presidenza del Consiglio dei ministri e da PagoPA, è un sistema che abilita e alimenta lo scambio di informazioni tra le emanazioni della Pubblica amministrazione, favorendone lo scambio di dati e l’interoperabilità dei sistemi informativi, la cui diffusione non è omogenea creando quindi barriere di incompatibilità.

Si tratta di un passo verso il principio “once-only” con il quale l’Europa intende mettere in condizione gli enti pubblici di condividere tra loro i dati dei cittadini in modo che, chi deve interagire con una qualsiasi delle emanazioni della Pubblica amministrazione, debba inserire i propri dati una sola volta. Principio che Bruxelles intende applicare entro la fine del 2023 e che, la Piattaforma digitale nazionale dati, intende perseguire. Per capire più in profondità i vantaggi e le criticità della piattaforma abbiamo chiesto il supporto dell’avvocata Patrizia Saggini, esperta di innovazione tecnologica e amministrazione digitale.

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Piattaforma digitale nazionale dati, i vantaggi

“Genericamente, la Piattaforma digitale nazionale dati è lo strumento mancante che dovrà permettere a tutte le Pubbliche amministrazioni di rendere interoperabili i dati, eliminando così i passaggi amministrativi di controllo. Per esempio, posso avere un Durc in tempo reale e interfacciarlo con i miei gestionali in un secondo mentre oggi sono operazioni che richiedono giorni. Questo vale per il Durc, per l’Inps e per tutte le grandi banche dati nazionali”, spiega Saggini.

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Cosa succede in pratica

Per capire nel dettaglio cosa cambia per il cittadino e quali sono le applicazioni pratiche della Piattaforma digitale nazionale dati, abbiamo chiesto il parere dell’avvocato e docente di Informatica giuridica Eugenio Prosperetti: “Non abbiamo ancora visto questa infrastruttura all’opera quindi possiamo solo ipotizzare come funzioni sulla base delle Linee Guida di Agid e della documentazione pubblicata da PagoPA. Anzitutto, vorrei chiarire che non si tratta di un’infrastruttura direttamente utilizzabile dal cittadino. È uno strumento a disposizione delle Amministrazioni per facilitare e standardizzare gli scambi e il riuso dei dati tra loro”.

Il cittadino ne gode da spettatore terzo poiché sono le Pa a fare circolare i dati che, almeno in origine, egli stesso ha fornito o contribuito a produrre, come vedremo. “Non è previsto alcun automatismo – continua Prosperetti – il Codice dell’Amministrazione Digitale non obbliga le Amministrazioni a utilizzare la piattaforma per erogare servizi ai cittadini ma, solamente, a condividere e rendere accessibili i dati tramite la piattaforma. In sostanza, se ci saranno o meno servizi e se questi saranno ben realizzati, dipende dall’iniziativa e dall’abilità delle singole Amministrazioni nel costruirli utilizzando i dati che le altre Amministrazioni renderanno disponibili attraverso la piattaforma nazionale”.

Tuttavia, si possono immaginare alcuni ambiti in cui la Piattaforma digitale nazionale dati può lasciare traccia evidente di sé: “Prendiamo l’iscrizione a scuola, possiamo ipotizzare che ci sarà l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente che dovrà mettere sulla piattaforma i dati anagrafici, il ministero dell’Istruzione che metterà sulla piattaforma i dati di quali sono le scuole e quali corsi hanno ed i curricula degli studenti, le ASL che potrebbero mettere a disposizione i dati sanitari degli alunni rilevanti per l’iscrizione scolastica. Una volta che tutti questi dati saranno a disposizione, il ministero dell’Istruzione “potrebbe” (ma, ripeto, non “dovrebbe”) costruire un servizio di iscrizione a scuola in cui il cittadino deve solo accedere e trova già tutti i dati e deve solo indicare la scuola desiderata e dal quale può, senza nuovi documenti, richiedere l’insegnante di sostegno se lo studente ne ha diritto e necessità perché ci sono anche i dati sanitari occorrenti”, spiega Prosperetti.

Sempre rimanendo nell’ipotetico, ci sono altri servizi che possono sfruttare la piattaforma: “Una cosa simile potrebbe avvenire per servizi dell’edilizia, in cui, se il catasto metterà a disposizione le piante e i dati catastali, gli enti locali metteranno a disposizione i dati relativi all’abitabilità e ai piani regolatori e alle pratiche effettuate negli anni passati e così via. Una domanda per una licenza edilizia o per una ristrutturazione potrebbe essere fatta inserendo solamente la nuova documentazione, senza dover riproporre all’Amministrazione ciò che già conosce”.

Le difficoltà

La Piattaforma digitale nazionale dati è un passo avanti ma non una panacea, come spiega l’avvocato Prosperetti: “Ancora una volta, mentre rispondo, immagino però la difficoltà di mettere a disposizione alcuni dati e la difficoltà di costruire i servizi interoperabili. Penso, ad esempio, alla situazione dell’Ufficio Condoni di molti comuni con arretrati imponenti e pratiche cartacee”.

E se qualche dato fosse sbagliato, il cittadino dovrebbe agire alla fonte dei dati stessi: “Quanto alla possibilità di rettificare i dati, in realtà, la piattaforma non va a centralizzare i dati ma costruisce solo degli strumenti software per scambiarli in formato standard. I dati rimangono dove sono e continuano ad essere gestiti dalle singole Amministrazioni. Dunque, se sono sbagliati, il cittadino se la deve vedere con l’Amministrazione di riferimento (e le “trafile” possono essere le più varie)”, conclude Prosperetti.

I fronti critici

La Piattaforma digitale nazionale non è un database nel quale si concentrano tutti i dati raccolti dagli enti che la alimentano ma una piattaforma di scambio e di interfacciamento. Non sarà quindi una roccaforte assediata da cybercriminali. Non è tanto il tema della sicurezza a catalizzare dubbi, quanto quello della privacy. Saggini sottolinea: “È un tema che potrebbe bloccare la piattaforma ma parto dall’assunto che quello che si faceva ieri si farà anche domani”. In altre parole, il fatto che i dati possano essere scambiati tra enti, non significa che tutti gli enti avranno accesso indiscriminato a ogni informazione.

Le aspettative

I fondi attuali, 110 milioni di euro, sono a disposizione di quei Comuni interessati a condividere con altri enti i dati di cui dispongono, questo per avviare il processo di condivisione e interoperabilità. Idee più precise si potranno avere quando sarà noto il catalogo dati della piattaforma che è stata annunciato in modo repentino e inatteso, tanto da sorprendere anche gli addetti ai lavori.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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