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Startup

Fondo Nazionale Innovazione nel limbo, perché è urgente sbloccarlo

Sono state attivate molte misure per PMI innovative e startup previste dalla Legge di bilancio 2019, tra cui venture capital e il voucher per il manager dell’innovazione, ma ancora latita il Fondo Nazionale Innovazione. Manca la firma del Ministro del Sud

15 Lug 2019

Gianpiero Ruggiero

Tecnologo del CNR – Dipartimento di Ingegneria, Telecomunicazioni e Tecnologie per l’Energia e i Trasporti


Il Fondo Nazionale Innovazione è ancora nel limbo. Infatti, se da una parte iniziano a concretizzarsi alcune delle misure introdotte dalla Legge di Bilancio 2019, il decreto interministeriale attuativo per il fondo, che ha già ottenuto il via libera dal Mise e dal Mef, attende la firma del Ministro per il Sud. Cresce l’attesa tra gli operatori del settore per una misura strategica in grado di far decollare un mercato ancora piccolo ma molto promettente.

Fondo Nazionale Innovazione, che cos’è

In un recente articolo[1] abbiamo parlato degli ecosistemi di startup hi-tech e delle strategie in ambito open innovation che venture capitalist, mentor, startupper, ricercatori, nonché imprese attive o interessate, possono attuare per contribuire alla crescita economica dei territori. È il fenomeno dell’open innovation, che prevede ci sia un’incorporazione di stimoli esterni all’interno dell’azienda ma anche il rilascio di flussi di conoscenza (es. brevetti) dall’interno dell’organizzazione al mercato esterno.

L’approccio aperto all’innovazione viene adottato con sempre maggior frequenza dalle aziende italiane, anche se in alcuni casi in modo ancora inconsapevole. Tra le iniziative di open innovation spiccano le collaborazioni con le startup, che possono portare diversi vantaggi (cultura lean, forte spinta innovativa, flessibilità) ma anche alcune problematiche (difficoltà nella comunicazione con le aziende, gestione della proprietà intellettuale, ecc.). Sempre più l’imprenditorialità richiede un corretto connubio tra creatività e scientificità negli approcci alla formulazione di una strategia innovativa e di un business model che garantisca sopravvivenza e successo. A tal fine molti studiosi stanno dibattendo del passaggio da open innovation a open integration[2] – ovvero la capacità di integrare sistemi esterni e interni di conoscenza, risorse e skills – e sulla necessità ineludibile di tale passaggio o cambio per una crescita economica che favorisca lo sviluppo dei territori. Si discute del ruolo dei centri di ricerca e delle tecnologie digitali abilitanti a supporto di tale passaggio, di come l’integrazione aperta può essere adottata.

La trasformazione digitale sta contribuendo a cambiare i paradigmi tradizionali delle imprese: nascono nuovi ruoli organizzativi, cresce il bisogno di una nuova cultura imprenditoriale e di modelli agili e aperti, cambia l’ecosistema di riferimento per l’innovazione, con nuovi attori (tra cui spiccano le startup). È importante conoscere gli strumenti che possono supportare chi all’interno dell’organizzazione si dedica allo sviluppo dell’innovazione, le principali azioni da compiere per avvicinarsi all’Open Innovation, come anche le criticità e i benefici, e la diffusione di uso a livello nazionale e internazionale.

Venture capital, mercato sulla rampa di decollo

Da gennaio a oggi, in Europa sono stati investiti 19 miliardi di euro in venture capital: nel 2018, nello stesso periodo, l’ammontare di investimenti si era attestato a un totale di 15 miliardi. Il secondo trimestre del 2019 ha fatto registrare un nuovo record di investimenti: 9,3 miliardi di euro (10,7 miliardi se conteggiato anche Israele). Il record precedente risaliva al primo trimestre del 2019, segno di una tendenza del fenomeno in promettente crescita. Secondo i dati analizzati da DealRoom, esposti in una ricerca condotta dalla dataroom specializzata[3], in testa alla classifica delle nazioni in grado di raccogliere più investimenti troviamo Gran Bretagna (3,2 miliardi), seguiti da Francia (1,4), Svezia e Germania (1,3). L’Italia rimane indietro e si classifica al dodicesimo posto.

I mega round – quelli da oltre 100 milioni di euro – la fanno da padrona e guidano la crescita: i primi dieci contano per il 43% del totale degli investimenti.

Nella distribuzione per numero di round, stravince il Regno Unito (234), seguito dalla Francia (131 round) e Germania (119). L’Italia è ottava, con 26. I settori che ricevono più flusso di denaro e vedono crescere gli investimenti sono il fintech, con 3,2 miliardi di euro; seguono gli applicativi aziendali (2,3 miliardi) e le startup attive nel settore energetico (1,4 miliardi).

Il decreto ancora in attesa di una firma

Diverse sono le leve che il Governo può manovrare per accelerare i progetti di crescita e competitività delle PMI. Alcune misure sono state adottate, altre sono in attesa di attuazione. Ma il settore, in 10 anni, ha raggiunto traguardi importanti. Quest’anno, infatti, il mercato azionario dedicato alle PMI ad alto potenziale di crescita compie 10 anni. Nato nel 2009 da un’analoga esperienza della Borsa londinese, AIM Italia/Mercato Alternativo del Capitale è un sistema multilaterale di negoziazione (Multilateral Trading Facility o MTF) dedicato alle piccole e medie imprese italiane ad alto potenziale di crescita, totalmente regolamentato e gestito da Borsa Italiana.

Un mercato che in questi anni ha avuto un trend di crescita importante con 158 nuove società ammesse, che in fase di quotazione hanno raccolto 3,7 miliardi di euro, di cui il 94% in aumento di capitale. Oggi AIM Italia conta 114 società quotate, rappresentative dei principali settori dell’economia italiana (industria, digitale, green, innovazione, energia), per una capitalizzazione complessiva pari a 7 miliardi di euro. In questi 10 anni il mercato si è sviluppato diventando il mercato di riferimento per le PMI, ma è anche un ambiente privilegiato per le startup innovative (sono 33 le aziende iscritte nel registro delle PMI Innovative che rappresentano circa il 30% delle aziende quotate sul mercato) ed un primo passo verso la quotazione per le società di più grandi desiderose di accedere al mercato dei capitali (sono 11 le società che da AIM Italia sono passate sul mercato principale).

Una crescita che potrebbe esplodere all’indomani dell’emanazione del decreto interministeriale attuativo del Fondo Nazionale Innovazione, con il quale vedrà la luce un soggetto (SGR) multifondo che opererà esclusivamente attraverso venture capital, ovvero investimenti diretti e indiretti in minoranze qualificate nel capitale di imprese innovative con Fondi generalisti, verticali o Fondi di Fondi, a supporto di startup, scaleup e PMI innovative. Era il 4 marzo 2019 quando il Ministro dello Sviluppo Economico Di Maio presentava il Fondo e annunciava l’istituzione di un soggetto unico – gestito da Cassa Depositi e Prestiti attraverso una cabina di regia – capace di riunire e moltiplicare risorse pubbliche e private dedicate al tema strategico dell’innovazione. Con una dotazione finanziaria di partenza di circa 1 miliardo di euro, doveva essere un motore di opportunità per start up e PMI innovative, supportando l’innovazione tecnologica e la filiera delle imprese innovative; doveva garantire al nostro Paese una crescita stabile e duratura, soprattutto, in un settore strategico come l’innovazione, creando un terreno fertile per lo sviluppo di idee di giovani talenti italiani e stranieri. Doveva stimolare investimenti per un valore di oltre 5 miliardi di euro in 5 anni, generando contemporaneamente lavoro qualificato.

A distanza di quattro mesi, del Fondo si sono perse le tracce. Ottenuta l’agognata “bollinatura” da parte della Ragioneria generale dello Stato e ottenuto, a fine giugno, l’ok definitivo da parte del Ministro dell’Economia e Finanze, il decreto attende adesso la firma del Ministro per il Sud, Barbara Lezzi, quale Autorità politica delegata per la coesione[4] che si auspica possa a breve sciogliere la riserva. La misura, infatti, è molto attesa ed è un tassello fondamentale nella strategia di crescita del Paese.

Le difficoltà di attuazione

Con la legge di Bilancio 2019, insieme al Fondo Innovazione, erano state previste altre norme ad hoc per startup (credito di imposta per le società che comprano startup innovative[5]; sgravi fiscali per i business angels che decidono di comprare quote di startup per almeno 40mila euro in 3 anni[6]; convergenza di risorse verso gli investimenti in startup in arrivo da altri strumenti o dalla chiusura di misure desuete[7]) che avevano suscitato interessanti spunti di interesse e una positiva ambizione.

Purtroppo l’intenzione di creare una massa critica mediante una “coagulazione” di interventi e delle risorse si sta rivelando di ardua applicazione e non è facile comprendere sia l’effettività del dimensionamento annunciato, sia quanto siano d’ostacolo a un’efficace attuazione la normativa secondaria e il compimento di determinati passi pubblici e privati diretti a incidere inevitabilmente su governance e rapporti in centri importanti di potere economico, e non solo.

Startup, incubatori e PMI: le misure già attuate

In attesa che il Fondo Nazionale Innovazione decolli, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 luglio, il decreto 7 maggio 2019 del Ministero dello Sviluppo Economico che prevede, per i periodi di imposta 2019 e 2020, un contributo a fondo perduto, nella forma di voucher, per l’acquisto di “prestazioni consulenziali di natura specialistica finalizzate a sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0″. Il contributo per le micro e piccole imprese è pari al 50% dei costi sostenuti nel corso del periodo di imposta, entro il limite di 40mila euro. Per le medie imprese il contributo scende al 30%, con tetto a 25mila euro. In caso di adesione a un contratto di rete, il contributo è del 50%, con limite a 80mila euro. In sostanza, sono previste tre diverse gradazioni dell’incentivo dedicato agli innovation manager.

Insomma, il profilo dell’innovation manager (il super consulente che aiuterà le PMI nella transizione verso il digitale) trova finalmente una definizione, ma diversi sono i paletti da superare e i vincoli da rispettare. Il contributo, infatti è subordinato alla sottoscrizione di un contratto di servizio tra l’impresa e la società di consulenza o il manager, che però devono essere iscritti «in un elenco istituito con apposito decreto del ministro dello Sviluppo economico». Ed è proprio la definizione di questo elenco uno degli aspetti più rilevanti del provvedimento faticosamente pubblicato in ritardo (era programmato per il primo aprile scorso). Viene poi confermato che anche i competence center e i centri di trasferimento tecnologico potranno fornire i manager dell’innovazione che le PMI possono introdurre in azienda. Le società che vogliono fornire i manager, dopo l’accredito all’elenco, potranno fornire non più di dieci nomi per l’elenco da cui le imprese potranno attingere. Ogni manager potrà stipulare, nel corso di ogni anno solare, un solo contratto.

Il decreto definisce anche i requisiti per potersi iscrivere all’elenco delle società e dei manager qualificati abilitati allo svolgimento degli incarichi. Insomma, l’epilogo finale ancora non c’è perché un successivo provvedimento del Mise dovrà definire «modalità e termini per la presentazione delle domande di iscrizione all’elenco dei manager qualificati e delle società di consulenza abilitati allo svolgimento degli incarichi manageriali oggetto del presente decreto». La misura è certamente positiva nelle intenzioni, tuttavia, sapendo che il voucher è un contributo a fondo perduto, controversa appare la previsione dell’albo e troppo ampia la platea dei beneficiari rispetto alle risorse. Una criticità sono proprio i fondi a disposizione, solo 25 milioni per ciascun anno. Calcolando che le imprese spendano tutti i 40mila a disposizione sarebbero solo 625 quelle che potranno accedere agli incentivi. Sapendo che soprattutto le grandi società di consulenza non offrono servizi a costi bassi è difficile immaginare spese di molto inferiori. In sostanza il rischio di inefficacia e dispersione a pioggia sembra davvero elevato.

Un’altra misura adottata, in attuazione del decreto legge 135/2018 (Decreto Semplificazioni), è la Circolare n. 3718/C del 10 aprile 2019[8], emanata dal Mise, che ha ridotto e semplificato gli adempimenti informativi previsti per le startup innovative, incubatori certificati e PMI innovative. Nell’ottica di orientare meglio l’effettiva pubblicità dell’impresa, secondo un modello di “vetrina” e visibilità competitiva, gli adempimenti informativi passano da tre a uno, pertanto, gli startupper, gli incubatori e le PMI innovative potranno aggiornare o confermare una sola volta all’anno le informazioni inserite nella piattaforma informatica startup.registroimprese.it

Come si legge nella Circolare, “è importante trasmettere agli startupper, agli incubatori ed alle PMI, iscritte presso codesti registri, che il nuovo adempimento, appare non solo una semplificazione amministrativa, si riduce sicuramente un adempimento semestrale e, ove non vi siano mutazioni, si chiede solo di confermare lo stato risultante dall’iscrizione delle notizie precedentemente comunicate, ma soprattutto consentono una pubblicità effettiva erga omnes che travalica l’efficacia della pubblicità legale tipica dell’iscrizione o degli annotamenti nei pubblici registri, consentendo a investitori, clienti, buyer, di conoscere la società nel vivo delle proprie capacità imprenditoriali ed innovative”.

L’introduzione del 5G

Una spinta importante allo sviluppo dei territori e all’open innovation arriverà anche dal 5G che aprirà la strada a una nuova generazione di servizi necessari allo sviluppo digitale del Paese, che miglioreranno la qualità della vita quotidiana di clienti, cittadini e imprese in diversi settori.

Il 5G porterà ad una trasformazione fino ad oggi inimmaginabile della rete fissa e mobile, con prestazioni 10 volte superiori a quelle attuali: maggiore velocità di download (almeno 10 volte superiore al 4G), minor latenza (10 volte inferiore al 4G), maggiore densità di dispositivi gestiti (fino a 10 volte), uso significativo dell’Internet of Things per connettere simultaneamente fino a 1 milione di device e sensori per Km2 con altissima qualità e affidabilità.

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Recentemente è stata TIM ad annunciare che entro quest’anno sarà acceso anche in altre 6 città – Milano, Bologna, Verona, Firenze, Matera e Bari – 30 destinazioni turistiche, 50 distretti industriali e 30 progetti specifici per le grandi imprese, con velocità fino a 2 Gigabit al secondo. Entro il 2021 saranno 120 le città coperte, 200 le destinazioni turistiche, 245 i distretti industriali e 200 i progetti specifici per le grandi imprese, con una velocità che aumenterà progressivamente fino a 10 Gbps con una copertura complessiva pari a circa il 22% della popolazione. Potranno beneficiare del 5G molti comuni avvalendosi anche di connessioni superveloci grazie alla soluzione FWA (Fixed Wireless Access).

Insomma le premesse per un cambio di passo ci sono tutte. Ciò che non deve accadere è che la burocrazia o le dinamiche interne del Governo rallentino o addirittura frenino il potenziale di crescita del nostro Paese.

Note

  1. https://www.agendadigitale.eu/industry-4-0/quanto-e-fragile-leconomia-italiana-il-governo-vari-una-strategia-per-linnovazione-e-la-ricerca/
  2. https://www.economyup.it/innovazione/aziende-e-innovazione-lopen-innovation-si-evolve-e-il-momento-dellopen-integration/
  3. https://blog.dealroom.co/wp-content/uploads/2019/07/Dealroom-Q2-2019-Report-Final.pdf
  4. L’articolo 1, comma 121, della Legge n. 145/2018 stabilisce che una parte delle somme che alimentano il Fondo siano assegnate al Mise che le utilizza ‹‹in quanto compatibili con le politiche economiche del Fondo per lo sviluppo e la coesione di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, di concerto con il Ministro per il Sud, Autorità politica delegata per la coesione, sentita la cabina di regia di cui all’articolo 1, comma 703, lettera c), della legge 23 dicembre 2014, n. 190, assicurando l’informativa al CIPE.››
  5. Si tratta della norma prevista dall’art. 1, comma 218, della Legge di Bilancio 2019 (L. 145/2018).
  6. Si tratta della norma prevista dall’art. 1, comma 217, della Legge di Bilancio 2019 (L. 145/2018).
  7. Il Fondo per l’Innovazione sarà alimentato da riserve del Mise, dai dividendi che arriveranno dalle società partecipate dal Governo, dai Piani individuali di risparmio (quantificabili entrambi in circa 400 milioni l’anno), dalla chiusura del “Fondo rotativo Start-up” (art. 14, Legge 99/09 e D.L. 102/11) disposta per un suo scarso utilizzo.
  8. https://www.mise.gov.it/images/stories/normativa/CIRCOLARE-17%20bis-2019.pdf

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