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l'analisi

Quanto è fragile l’economia italiana: il Governo vari una strategia per l’innovazione e la ricerca

I recenti rapporti Istat e Desi segnalano le vulnerabilità profonde del nostro sistema economico. E’ il momento che la politica affronti i problemi strutturali con un approccio maturo all’innovazione. Una governance. Vediamo dove puntare, dalla costituzione dell’Agenzia Nazionale della Ricerca ai Poli Strategici Nazionali

24 Giu 2019

Gianpiero Ruggiero

Tecnologo del CNR – Dipartimento di Ingegneria, Telecomunicazioni e Tecnologie per l’Energia e i Trasporti


Mentre si rinnovano gli appelli per superare le difficoltà che stanno interessando interi comparti produttivi del nostro Paese, tutti guardano al digitale, alle telecomunicazioni, alle innovazioni tecnologiche prodotte dalla ricerca, alla connettività delle reti. Quali possibili strumenti per favorire lo sviluppo e la competitività del nostro Paese.

Una missione di non poco conto – data la situazione di ritardo in cui versa l’Italia sul fronte del digitale, fotografata in diversi recenti studi, dall’ultimo Rapporto Istat al DESI 2019. Ma non impossibile se ci si saprà muovere nella giusta direzione per quanto riguarda, tra le altre cose la scelta di allocazione di laboratori e infrastrutture di ricerca strategiche e il rinnovamento delle politiche settoriali di intervento.

Sì perché il capitale infrastrutturale non è solo la banda ultralarga. Passa anche dal guardare ai territori come luoghi in cui è possibile agire sulle relazioni dirette o indirette che si instaurano tra le imprese, tra queste e il sistema delle istituzioni pubbliche.

In un certo senso saper vedere e sentire il territorio è la “missione” per chi vuole vincere la sfida dell’innovazione: è il capitale territoriale a rappresentare una delle dimensioni fondamentali su cui declinare uno sviluppo sostenibile e a consentire l’individuazione di fattori e sinergie in grado di determinare risultati positivi in termini sia di progresso sociale sia di sviluppo economico.

Occorre allora che la politica organizzi nuovi modelli concettuali e operativi, che siano capaci di generare maggiore equità per interi territori e per tutta la popolazione, attraverso: accessibilità dei territori; connettività delle reti; finalismo economico del digitale.

Il quadro economico e sociale italiano nell’ultimo rapporto Istat

Il compito del Governo non è dei più semplici dato che il quadro economico e sociale italiano è caratterizzato dal persistere di incertezze sugli sviluppi a breve e da problemi strutturali che incidono sul potenziale di crescita e sulle condizioni di sostenibilità di medio e lungo termine del Paese. La lieve crescita economica del PIL, registrata nel primo trimestre dell’anno in corso (+0,1% rispetto al trimestre precedente), pur confortante in quanto associata a un allargamento della base produttiva e occupazionale, appare ancora fragile e con divari territoriali che si sono ulteriormente ampliati.

Lo scrive l’Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese, sottolineando che, nei primi anni della ripresa economica, il sistema delle imprese ha saputo ricostituire solo in parte la base produttiva persa durante la seconda recessione del periodo 2011-2014[1]. Il recupero ha riguardato soprattutto le imprese di maggiori dimensioni e, in generale, il settore manifatturiero, che ha beneficiato sia di aumenti di produttività del lavoro derivanti da una maggiore spinta innovativa sia di una crescente competitività internazionale, con maggiori sbocchi per la nostra produzione.

A frenare la capacità di riprese e l’avvio di una crescita robusta hanno contribuito, secondo l’ISTAT, alcuni limiti strutturali del sistema produttivo. Si tratta della dotazione di capitale fisico e umano: oltre tre imprese italiane su quattro, con almeno 10 addetti, nei settori dell’industria e dei servizi di mercato, presentano livelli medio bassi di capitale fisico e bassi di capitale umano. Si tratta prevalentemente di imprese attive nei settori delle costruzioni, del terziario a minore produttività e dell’industria tradizionale, localizzate generalmente nel Mezzogiorno.

La possibilità di generare una crescita diffusa, soprattutto per un sistema produttivo frammentato come quello italiano, è correlata con la capacità delle imprese di attivare relazioni produttive stabili con altre entità economiche. Secondo l’“Indicatore di rilevanza sistemica” calcolato dall’ISTAT (sintesi di tre caratteristiche fondamentali: dimensione d’impresa, intensità delle relazioni interaziendali e inserimento in gruppi di imprese), tra il 2011 e il 2015, circa un quinto delle imprese che hanno attraversato la crisi si è spostato verso livelli più elevati di “sistematicità” e tale evoluzione appare più intensa nei settori dei servizi.

Le potenzialità di una crescita stabile e diffusa del sistema produttivo si basano, quindi, sulla capacità di trasmettere, attraverso le transazioni tra settori e filiere, produttività, tecnologia e conoscenza all’interno del sistema economico di un determinato territorio. La struttura delle relazioni intersettoriali, infatti, concorrerebbe a determinare l’ampiezza e la velocità con cui alcune caratteristiche del sistema (dinamiche di produttività, innovazione, progressi tecnologici) o alcuni shock (ad esempio variazioni della domanda) tendono a propagarsi all’interno dell’economia, in modo diretto e indiretto[2].

In questo contesto, la “mappa” che l’ISTAT ha tracciato delle tredici filiere produttive del nostro sistema economico diviene uno strumento di comprensione delle dinamiche citate e un importante supporto conoscitivo per la formulazione di politiche efficaci di stimolo alla crescita. Alcune di esse – a carattere più industriale – si configurano come vere “catene del valore”; mentre altre, contraddistinte dalle attività del terziario, sono più assimilabili a “piattaforme”, trasversali all’interno del sistema.

È comunque il capitale territoriale a rappresentare una delle dimensioni fondamentali su cui declinare uno sviluppo sostenibile e a consentire l’individuazione di fattori e sinergie in grado di determinare risultati positivi in termini sia di progresso sociale sia di sviluppo economico.

I canali di trasmissione della crescita economica: PA digitale e Poli Strategici Nazionali

Nell’intervento del Presidente del Consiglio, svolto in occasione della sua visita all’Università di Napoli “Federico II” e alla Apple Academy del 18 giugno scorso, sono riconoscibili le direttrici che orienteranno la fase due del Governo nei prossimi mesi. La fase che, secondo il premier, necessita di un’accelerazione per:

  • accettare la sfida dell’Europa Digitale, quale opportunità per il nostro Paese, puntando sulle tecnologie digitali, senza dimenticare le molteplici ricadute che le stesse hanno sulle nostre vite, che interrogano le nostre coscienze nei rapporti giuridici, economici e sociali (il c.d. umanesimo digitale, ossia la dimensione umana dello sviluppo tecnologico);
  • creare sinergie tra sistema innovativo (università, centri di ricerca, laboratori creativi) e sistema produttivo, dando vita a quelle infrastrutture immateriali che possono trovare terreno fertile nell’utilizzo intelligente dei fondi europei da parte di Regioni ed Enti locali chiamati a dare impulso ai propri cluster territoriali;
  • creare le premesse per una multidisciplinarietà della conoscenza, liberando l’ingegno e abbattendo i compartimenti stagni del sapere, perché il percorso di arricchimento per creare nuovi processi innovativi passa dal confronto e dalla contaminazione tra diverse discipline e culture;
  • dare maggiore impulso alla ricerca (concetto più volte ripreso anche dal Presidente della Repubblica), perché l’Italia per crescere non può curare solo la dimensione economica del PIL, ma ha bisogno di investire di più e meglio nella ricerca, di programmare la crescita futura, lo sviluppo sostenibile;
  • aiutare le PMI ad agganciare il treno dell’innovazione e a crescere, attraverso la fertilizzazione incrociata delle idee con realtà produttive più grandi e mature, dando vita a sistemi integrati per l’innovazione.

Indice DESI 2019: molte ombre, poche luci

C’è molto da lavorare, anche perché l’annuale pubblicazione dei dati del DESI, ossia l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società della Commissione europea, ci ha recentemente restituito una fotografia dell’Italia caratterizzata da un enorme gap tra disponibilità di servizi online offerti dalle nostre PA e l’effettivo utilizzo da parte di cittadini e imprese. Anche l’edizione 2019[4] conferma questa tendenza ormai consolidata, evidenziando però alcuni importanti progressi per il lavoro preparatorio al 5G, per la copertura a banda larga e il suo utilizzo, che sono in crescita su base annua, nonché nella dimensione dei servizi della PA digitale. L’Italia prosegue infatti nella sua lenta risalita in questa specifica dimensione, posizionandosi al 18° posto tra gli Stati membri (era 19° nella precedente edizione, 20° in quella 2017), ottenendo un punteggio di 58,7 punti (+8,8 rispetto al 2018) contro una media europea di 62,9.

Quello che risalta di più agli occhi nella relazione sul nostro Paese, che accompagna l’edizione 2019 del DESI, è il riconoscimento del grande lavoro svolto da Agid e Team digitale, che pur tuttavia non sono ancora riusciti a colmare il divario di un’Italia a due velocità, soprattutto per quanto riguarda le amministrazioni locali. Ai buoni risultati ottenuti dagli enti già in fase di rapida digitalizzazione[5] si contrappone, diversamente, l’inerzia di alcune PA e la difficoltà nel coordinare i processi di innovazione nelle amministrazioni locali meno collaborative. Per scalfire quest’inerzia, va ricordato il decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale del Ministero dello Sviluppo Economico[6] che mette a disposizione delle pubbliche amministrazioni 50 milioni di euro per finanziare bandi pubblici di innovazione.

Governance dell’innovazione, il nodo dei ruoli

La relazione sul DESI insiste poi sulla centralità delle infrastrutture immateriali, evidenziando però i risultati in chiaro-scuro nell’adesione ad alcune piattaforme abilitanti, nello specifico SPID e ANPR. Tuttavia è sul nodo della governance dell’innovazione che si trovano le indicazioni di policy più incoraggianti. Il Decreto Semplificazioni, infatti, ha stabilito che, a partire dal 1° gennaio 2020, poteri e funzioni dell’Agenda digitale siano attribuiti direttamente al Presidente del Consiglio dei Ministri o a un ministro da questi delegato, “che li esercita per il tramite delle strutture della Presidenza del Consiglio dei Ministri dallo stesso individuate, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze per le materie di sua competenza”.

Il periodo di transizione dal Team per la Trasformazione Digitale alla nuova struttura andrà gestito con scrupoloso impegno perché, se questo passaggio non sarà rispettoso delle tempistiche e non prevederà una chiara assegnazioni di ruoli, potrebbe generare qualche timore per il possibile rallentamento dei processi finora faticosamente avviati. Timori a parte, l’intera operazione ha ricevuto un giudizio positivo, soprattutto per la volontà del Governo di assumere i poteri attualmente attribuiti al Commissario straordinario. Segno di come la digitalizzazione del Paese sia ormai una priorità nell’agenda di tutte le forze politiche, non solo dell’attuale esecutivo. D’altronde, la scelta operata dall’Italia è in linea con quelle già adottate in altri Paesi europei, non da ultima la Germania, che nel 2018 ha istituito un ministero ad hoc (Bundesministerin für Digitalisierung), responsabile per l’attuazione dell’Agenda digitale e per lo sviluppo delle reti ultrabroadband. Una consapevolezza che ora anche l’Italia sembra aver raggiunto, indotta anche dalla velocità con cui le innovazioni si susseguono.

Dati amministrativi: un asset strategico

La soluzione non è semplice, occorre impegnarsi per trovare nuovi accorgimenti, istituzionali, politici, economici e sociali. La collaborazione istituzionale e tecnica richiede certamente una visione lungimirante ma anche una forte cooperazione sul fronte della messa a disposizione di dati amministrativi, che vanno considerati come un vero e proprio asset pubblico strategico.

Guardando all’esperienza degli altri Paesi, sul fronte dell’accesso transazionale ai dati amministrativi e dei servizi di interoperabilità[7], i tempi sembrano ormai maturi per proporre l’adesione dell’Italia all’IDAN Network[8], quale primo passo verso il consolidamento dei data center pubblici e il ribaltamento dell’attuale sottovalutazione delle amministrazioni sul ruolo che anch’esse devono assumere in quest’ambito.

Anche la circolare n. 1 del 14 giugno 2019, in via di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e presente sul sito di Agid, contiene indicazioni per dar corso al processo di razionalizzazione dei data center delle PA e alla formazione dei Poli Strategici Nazionali.

Accompagnare la trasformazione digitale è anche alla base dell’iniziativa Repubblica Digitale[9], lanciata dal Team per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di cui questa rivista si è occupata recentemente, che trova la ragion d’essere nel “dar vita a un’alleanza quanto più ampia possibile tra enti e organizzazioni pubblici e privati e cittadini basata esclusivamente sul comune riconoscimento di taluni principi e esigenze e sulla comune volontà di affrontare con determinazione e spirito etico un problema che è comune.

In questa partita il Governo, per dare all’Italia un futuro nel contesto della geopolitica del digitale, gioca un ruolo fondamentale nella scelta di allocazione di laboratori e infrastrutture di ricerca strategiche[10], nel rinnovamento delle politiche settoriali di intervento, negli aspetti regolatori, nel disegnare una pubblica amministrazione chiamata a essere concreta[11] ma, al tempo stesso, a non essere eccessivamente rigorosa nell’imporre alle imprese manifatturiere la propria burocrazia[12] e che sia messa nelle condizioni di cogliere le opportunità offerte dal digitale nei processi di semplificazione delle proprie procedure interne[13].

Partenariati pubblico-privati per l’innovazione: una risposta non solo dal versante economico

Il valore del territorio dovrebbe essere incarnato sulle persone e sulle istituzioni che possono riconoscere il territorio come potenziale ecologico su cui costruire il futuro possibile. Allora il benessere territoriale dipende in maniera decisiva da alcuni specifici beni relazionali e da altrettanti beni immateriali oltre che da beni materiali.

Superare la crisi significa, quindi, essere consapevoli che occorre andare oltre questa crisi del valore economico e imboccare nuove vie sperimentali e creative. Per esempio, integrando le informazioni tra pubblico e privato per l’ottimale allocazione delle infrastrutture di ricerca, scegliendo quei territori dove è più necessario investire per un rilancio produttivo, economico e sociale. Perché se la soluzione è l’anticipare la creazione di strutture prima che sia troppo tardi, è indispensabile la collaborazione pubblico-privato. Come accade per i network europei di mobilità autonoma, per il trasporto di persone e merci (progetti di mobilità ai tempi del 5G), come quelli sostenuti da Carlo Ratti del MIT di Boston, che riguardano l’organizzazione, tramite algoritmi, della mobilità nelle grandi città. Progetti che permettono di ottimizzare, grazie ai sensori e agli algoritmi di intelligenza artificiale, l’utilizzazione delle auto private e la rete del trasporto pubblico, soprattutto un domani che la maggior parte delle autovetture potrebbe essere completamente autonoma.

Il ridisegno del territorio è allora il campo dove si deve costruire un nuovo patto tra società civile e lo Stato, in un rinnovato equilibrio tra risorse e potenziale competitivo, perché quello che oggi comunemente chiamiamo crescita è più che altro spreco e l’economia è attualmente un’economia dello spreco e della distruzione, da sostituire non con un’innaturale decrescita, ma con una crescita qualitativa, diretta a migliorare il benessere dei cittadini e la qualità della vita degli individui.

Così come bisogna promuovere lo spostamento di capitali e tecnologie piuttosto che di lavoratori, come ha brillantemente sintetizzato il Presidente della Repubblica in visita al Cern di Ginevra, da dove ha ribadito la necessità di pari opportunità e trattamento per tutti i lavoratori, perché il lavoro è una delle più efficaci infrastrutture della pace mondiale e la giustizia sociale suppone una regime di cooperazione più che di competizione economica. Dare più spazio alla collaborazione e all’interdisciplinarietà tra diversi soggetti, nei territori e per i territori, nella prospettiva di una loro valutazione ai fini delle scelte di investimento e interventi strutturali.

Lo sviluppo di indicatori di benessere equo e sostenibile anche per la formazione e la ricerca potrebbe consentire di cogliere meglio quegli elementi che, per esempio, oggi non vengono colti con immediatezza. Come l’impatto sul territorio, la capacità di brevettare, di avere relazioni con le imprese, con i distretti, con le istituzioni che utilizzano le regole del green procurement o favoriscono la creazione di incubatori per startup.

L’Open Innovation quale fattore di crescita: il ruolo dell’Agenzia Nazionale della Ricerca

In attesa che il nuovo Parlamento e la nuova Commissione europea traducano in azioni operative i nuovi regolamenti attuativi dei Fondi strutturali per il prossimo ciclo 2021-2027, quello che emerge chiaramente dalla proposta di Regolamento sulla programmazione dei fondi europei di sviluppo regionale (FERS), approvata nella seduta plenaria del Parlamento europeo del 27 marzo 2019, da un lato è il forte aumento della dotazione finanziaria messa a disposizione delle Regioni e degli Enti locali, dall’altro l’affermazione del principio di prevalenza per gli investimenti nello sviluppo innovativo, intelligente ed inclusivo.

Viene ribaltato l’orientamento del precedente assetto programmatorio, fortemente orientato alla costruzione di grandi opere, di reti e infrastrutture materiali, soprattutto nel settore dei trasporti, per dare più spazio allo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, alle infrastrutture immateriali, a un’amministrazione pubblica efficiente e in grado di attuare il pilastro dei diritti sociali, per un’Europa più vicina ai cittadini, che sappia promuovere lo sviluppo sostenibile e integrato delle città e delle altre aree non urbane, attraverso la mobilità dei cervelli (brain circulation) e l’interconnessione digitale.

Non è un caso che l’Europa stia mettendo in campo ingenti risorse per sostenere, per esempio, la diffusione del 5G e dell’alta prestazione computazionale (high performance computing), quale volano di crescita e innovazione per l’intero continente, per far sì che l’intera Unione Europea sia in grado di competere con Stati Uniti, Cina, Giappone, nella sfida dell’intelligenza artificiale e dei big data.

Ecco allora che diventa cruciale disegnare l’identikit delle reti più innovative: imprese con un’alta propensione alla cooperazione, che vuol dire generare legami strutturati con diversi soggetti (altre imprese, università o istituzioni pubbliche, nazionali o estere, ecc.); una forte contaminazione tra i luoghi (i comuni) più produttivi; la disponibilità di infrastrutture, all’interno di un determinato ecosistema, in grado di favorire flussi di conoscenza (reti digitali, sistema formativo, reti informali di imprese e individuai, intermediari del trasferimento tecnologico e, in generale, fornitori di competenze). La creazione di sistemi locali innovativi “indipendenti”, che non siano connessi in reti europee o addirittura connessi con altri continenti, è solo utopia. Gli ecosistemi, dove si incontrano partner industriali, laboratori di ricerca, investitori pubblici e privati, startup e talenti, sono dunque la chiave di volta per lo sviluppo di nuovi distretti industriali digitalizzati.

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Sono tutti elementi che caratterizzano il nuovo paradigma dell’innovazione aperta (open innovation), verso cui stanno evolvendo i processi innovativi, che può essere sviluppato secondo diversi modelli, in relazione alla caratteristica commerciale o meno (market/non-market) dei flussi di conoscenza e alla loro direzione, ovvero processi di acquisizione, cessione o condivisione (inbound/outbound/sharing).

Si prenda come esempio il settore delle startup hi-tech finanziate con capitale di rischio sia dagli investitori istituzionali (Venture Capitalist) che dagli investitori informali (business angel o family office).

360Entrepreneurial Index

Pur in mancanza di indicatori specifici sulla diffusione di strategie e pratiche di innovazione aperta, è possibile misurare l’efficacia degli ecosistemi europei delle startup hi-tech attraverso il 360Entrepreneurial Index, calcolato dal Centro Studi di Digital360 attraverso la prima ricerca in Italia[14], che ha spinto Andrea Rangone, CEO di Digital360 (che pubblica Agendadigitale.eu, Ndr.), a dichiarare che “per recuperare il ritardo con gli altri Paesi, l’Italia deve continuare sostenere le sue startup anche con adeguate decisioni politiche: le misure presenti nell’ultima legge di bilancio vanno in questa direzione, ma occorre accelerare l’emanazione dei decreti attuativi”.

Per Rangone, il 360Entrepreneurial Index consente di evidenziare una correlazione positiva e statisticamente significativa tra il livello di imprenditorialità e il grado di benessere dei Paesi europei. Anche se altre variabili contribuiscono a questo obiettivo, la ricerca mette in luce come la ricchezza e la qualità della vita dipendano in modo significativo dalla capacità degli ecosistemi nazionali di sostenere l’innovazione e la nuova impresa.

Volendo prendere, come altro esempio, il trasferimento di conoscenza dal settore dell’istruzione terziaria a quello delle imprese, si osservano numerose modalità di creare legami che però, nella maggior parte dei casi, sono difficilmente classificabili come “accordi formali”: progetti di ricerca congiunti, co-brevettazione, stage di studenti o dottorandi presso l’impresa[15], cessioni o licenze d’uso di brevetti universitari, sviluppo congiunto di start-up innovative, contratti di consulenza impresa-università, contratti di consulenza impresa-docenti, assunzione di laureati o trasferimento di dipendenti dell’università, eccetera[16].

Queste modalità di condivisione della conoscenza sono difficilmente misurabili ma tutt’altro che irrilevanti, come mostra peraltro la Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia[17] e uno studio sui brevetti internazionali non-individuali depositati da inventori italiani nel periodo 1978-2008[18]: “il 74% di questi è da attribuire a inventori provenienti solo da imprese e il 3% solo da università. Il dato chiave è che il restante 23% dei brevetti è frutto di una collaborazione tra ricercatori delle imprese e ricercatori universitari. L’attività innovativa tende a concentrarsi geograficamente. Nei settori più hi-tech le imprese innovative tendono a stabilirsi intorno a università e centri di ricerca per beneficiare dei rapporti con la ricerca di base.”.

Dati confermati anche dal position paper Geopolitica del digitale, realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Elettronica, in cui sono state formulate interessanti raccomandazioni per agevolare un cambiamento di paradigma da parte dell’industria e dei suoi attori, al fine di rendere più solido e competitivo il comparto industriale e produttivo nel suo complesso.

Nel rimandare al documento[19] per approfondimenti sulle singole raccomandazioni proposte, è l’analisi di fondo a essere condivisibile, soprattutto nel aver evidenziato come nei Paesi europei più avanzati siano stati identificati specifici ambiti e settori prioritari di intervento e costituito agenzie specializzate preposte al coordinamento delle politiche di innovazione (si pensi, ad esempio, ai casi di Francia e di Regno Unito con le relative Agenzie della Ricerca). Viceversa l’Italia avrebbe privilegiato un approccio orizzontale, senza focalizzazione degli investimenti e delle iniziative di policy su settori e/o ambiti di ricerca specifici (come ad esempio le quantum technologies) e lasciando ampi margini di manovra alle singole imprese nello stimolare innovazioni.

Ecco allora che, per invertire la rotta, diventa determinante il ruolo-chiave e proattivo delle istituzioni pubbliche nel definire una governance per l’innovazione e la ricerca. Una politica chiara, certa e centralizzata in termini di direzioni, tecnologie chiave e settori strategici.

L’Unione europea sta cercando, con fatica, di sensibilizzare i Paesi membri in questo senso. Investire al fine di ottenere un’economia con fondamentali forti e competitiva dovrebbe avere la stessa importanza di realizzare politiche di spesa pubblica e fiscali responsabili[20].

Per l’Italia questo vuol dire identificare un referente governativo univoco, con ruolo permanente e potere di indirizzo, coordinamento e spesa, in grado di legare trasversalmente le scelte di sviluppo industriale, della ricerca e della formazione, integrando il mondo delle imprese e il ruolo delle Istituzioni.

Agire sulla governance del sistema è indispensabile se il Paese vuole fare passi concreti nella direzione di una migliore gestione delle risorse economiche destinate alla ricerca (scarse) e per monitorare efficacemente il raggiungimento degli obiettivi strategici che il Governo vorrà darsi.

Tutto questo è raggiungibile attraverso:

  • la costituzione dell’Agenzia Nazionale della Ricerca[21], quale organo di consulenza strategica per il Governo in materia di innovazione e di ricerca, che unifichi il processo di allocazione dei fondi destinati alla ricerca e, a tale scopo, si doti di un sistema di valutazione dei progetti rigoroso e di meccanismi efficaci per sottoporre i Programmi di ricerca nazionali e regionali a verifiche preventive di coerenza con gli obiettivi strategici e i programmi e le linee di finanziamento europei;
  • la formulazione di una strategia nazionale dell’innovazione e della ricerca di medio e lungo periodo e il coordinamento di un osservatorio permanente dello stato della ricerca nel Paese;
  • l’identificazione dei settori chiave e tecnologie strategiche su cui dimensionare investimenti e risorse;
  • il supporto ai Poli Strategici Nazionali;
  • la diffusione di un modello di Open Innovation che agevoli il dialogo, l’evoluzione e la crescita condivisa tra industria e territori e tra tutti i differenti attori dell’ecosistema innovativo;
  • il potenziamento della piattaforma per gli appalti innovativi Appaltinnovativi.GOV in grado di far emergere i fabbisogni di innovazione delle amministrazioni italiane e di metterli in connessione diretta con l’offerta di soluzioni proveniente da aziende di grandi dimensioni, PMI, startup e spin-off.

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  1. Nel 2016, le imprese attive erano circa 150 mila in meno rispetto al 2011 (-3,4%), gli addetti oltre 294 mila in meno (-1,8%) e il valore aggiunto nominale era inferiore del 5,5%.
  2. In proposito, in precedenti rapporti Istat (cfr. ad esempio Istat, 2016a; Istat, 2018b), si è sottolineato come in Italia la struttura delle relazioni intersettoriali – frammentata e relativamente chiusa, che tende a marginalizzare i settori fornitori di beni e servizi avanzati, soprattutto lungo la direttrice manifattura-servizi – non faciliti una trasmissione ampia e rapida dell’efficienza e dell’innovazione all’interno del sistema economico.
  3. Grazie all’impiego del registro statistico “Frame Territoriale” l’ISTAT è stata in grado di presentare una nuova geografia della produttività dei comuni italiani, confrontandola con quella osservabile a livello di sistema locale. Fonte: ISTAT, Rapporto 2018. La situazione del Paese.
  4. https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/desi
  5. A questo indirizzo i progetti più innovativi premiati con lo “Sharing & Reuse Award 2019” della Commissione Europea 
  6. MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO DECRETO 31 gennaio 2019. Assegnazione di risorse del Fondo per la crescita sostenibile per l’attuazione di bandi di domanda pubblica intelligente. (19A01799) (GU Serie Generale n.67 del 20-03-2019).
  7. Particolarmente significativo l’ambiente di e-solution proposto dall’Estonia con il suo ecosistema “X-Road”, che consente ai vari sistemi di informazione e-service del settore pubblico e privato della nazione di collegarsi e funzionare in armonia
  8. Progetto collaborativo per il superamento delle barriere che consente l’accesso remoto ai 6 centri dati di ricerca dalla posizione fisica di ciascun partner (Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito) per facilitare l’uso della ricerca di dati di accesso controllato tra i Paesi aderenti.
  9. https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/competenze-digitali/competenze-digitali-perche-ripartire-dal-modello-della-coalizione-nazionale/
  10. L’Italia si candida a ospitare l’hub del futuro laboratorio per l’intelligenza artificiale Claire (Confederation of Laboratories for Artificial Intelligence Research In Europe) che l’Europa sta progettando (fonte ANSA).
  11. È stato approvato definitivamente il DDL recante “Interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell’assenteismo”
  12. Si pensi alle norme poco chiare e alle interpretazioni più restrittive dell’Agenzia delle Entrate per le spese di ricerca e sviluppo, anche nello specifico settore digitale e del software, sostenute dalle imprese per ottenere i benefici fiscali (Circolare n. 8/2019 delle Entrate).
  13. Il Tar Lazio in una recente sentenza ha negato l’impiego dell’algoritmo nel nostro ordinamento amministrativo. Con sua sentenza (n. 06606/2019) si è posta in pieno contrasto con il Consiglio di Stato che, invece, con altra sentenza (la n. 2270/2019) aveva mostrato importanti segnali di apertura.
  14. https://www.leggo.it/tecnologia/news/italia_imprenditoria_startup_europa-4557321.html?utm_content=buffer47120&utm_medium=social&utm_source=twitterd360&utm_campaign=buffer
  15. Il dottorato industriale rappresenta uno snodo importante in cui formazione, ricerca e innovazione si incontrano, favorendo l’alta formazione dei giovani e l’innovazione del sistema produttivo. Sul tema si è da poco conclusa la valutazione di 40 borse di dottorato industriale che il CNR, insieme alle imprese direttamente coinvolte da Confindustria, erogherà in favore di 15 ricercatrici e 25 ricercatori, con un investimento di quasi 3 milioni di euro 
  16. Non tutti questi fenomeni sono oggetto di misurazione. Molte evidenze – con riferimento ai rapporti tra imprese, università e istituzioni di ricerca – sono disponibili presso l’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) che ha introdotto, all’interno dei processi di valutazione riferiti al periodo 2011-2014, anche la misurazione della “terza missione” (in aggiunta cioè ai compiti istituzionali di istruzione e ricerca), intesa come valorizzazione dei risultati della ricerca – anche attraverso il trasferimento di conoscenze alle imprese – e produzione di beni pubblici. L’esercizio, pur avendo raccolto una rilevante mole di dati a livello di singola università o istituzione, ha avuto però carattere essenzialmente valutativo e non statistico.Dati dettagliati sulla brevettazione universitaria in Italia e sulla costituzione di imprese spin-off sono resi disponibili dal network Netval che raccoglie la maggioranza delle università italiane e promuove i processi di valorizzazione della ricerca accademica (https://netval.it/). Secondo la fonte Netval, sono attualmente attivi in Italia 1.190 spin-off generati da singole università o da collaborazioni tra università ed enti di ricerca. Anche la Fondazione Crui osserva i rapporti università-impresa mediante un proprio Osservatorio (http://www.universitaimprese.it/).
  17. http://www.dsu.cnr.it/relazione_ricerca_innovazione/volume/Relazione_sulla_ricerca_e_innovazione_in_Italia_webformat
  18. Crescenzi et al. (2017)
  19. https://www.ambrosetti.eu/wp-content/uploads/ELTitaliano_rev.pdf
  20. L’impegno che l’Europa si sta prendendo con la definizione del prossimo Programma Quadro Horizon Europe, che avrà una dotazione di risorse pari a 100 miliardi di Euro (il budget più alto mai destinato a ricerca e innovazione in Europa), è un chiaro segnale di quando tali materie siano prioritarie per l’Agenda Europea. In termini quantitativi, l’obiettivo fissato dall’Unione Europea è di raggiungere entro il 2020 il 3% del Prodotto Interno Lordo investito nella ricerca e nell’innovazione. Ciò vorrebbe dire creare 3,7 milioni di posti di lavoro e portare il PIL annuale a 800 miliardi di Euro entro il 2025. Fonte: Commissione Europea, 2018.
  21. La proposta di costituzione dell’Agenzia Nazionale della Ricerca è contenuta nel contratto di Governo per il cambiamento (pag. 57).

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