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L'analisi

Industria 4.0, è stallo? Ripartiamo dalla formazione ITS

Industria 4.0 registra un rallentamento, per le incertezze sulla situazione economica e sulle intenzioni del Governo. Necessario un cambiamento culturale nelle aziende, che punti a obiettivi di inclusione aziendale e ad approcci solution driven verso la tecnologia. Esemplare in questo scenario il caso degli ITS

15 Lug 2019

Paolo Manfredi

Confartigianato


Qualche giorno fa su questa stessa testata, il presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici Gianni Potti lamentava “robusti segnali di frenata di Industria 4.0”, in termini di contrazione del mercato di riferimento nel primo trimestre 2019 sul 2018 dell’ordine del del 10-15%. Si tratta di un dato certamente negativo, che amareggia ma certamente non sorprende. Da un lato vi è il peso dell’enorme incertezza che grava sulla nostra economia e, non secondariamente, sulle intenzioni del Governo in merito alla politica industriale e per le imprese, un combinato disposto di fattori che certamente non stimola gli investimenti.

Dall’altro lato però è innegabile che, a tre anni dal suo lancio (come, non lo si dimentichi, misura choc per scuotere l’economia, non riforma strutturale), Impresa 4.0 ha esaurito, almeno nella sua forma attuale, gran parte della sua spinta propulsiva, come lo stesso Potti riconosce. In questa situazione, formazione e inclusione possono rappresentare un trampolino.

Formazione 4.0 in ritardo

Penso che questa perdita di spinta propulsiva sia innanzitutto il risultato di una scarsa visione e lucidità nell’affrontare il nodo fondamentale della trasformazione digitale della nostra economia, ossia l’inclusione delle imprese oggi tecnologicamente marginali. Il Piano Calenda ha certamente offerto stimoli importanti (e finalmente raggiungibili anche per le piccole imprese) all’ammodernamento del parco macchine delle imprese manifatturiere, stimoli che sono stati positivamente colti da tutte quelle imprese, di nuovo meritoriamente di ogni taglia, che hanno compreso e metabolizzato la sfida e le opportunità.

Accanto a questa positività non si può però non rilevare come tutta la parte soft del Piano, ossia quella relativa alla formazione, al riorientamento culturale delle imprese e all’inclusione dei soggetti marginali (o semplicemente meno perspicaci) abbia sofferto ritardi nell’implementazione (i Competence center, gli incentivi alla formazione), o sia rimasta in un sostanziale limbo (i Digital Innovation Hub). Personalmente ho sempre trovato volgare e ingiusta l’accusa al Piano di aver privilegiato esclusivamente la vendita di macchinari, tuttavia certamente la parte più di visione, che avrebbe condotto alla trasformazione di I4.0 da iniziativa choc in politica industriale corrente è stata quella meno sviluppata e dai risultati più deludenti. Certo, era anche quella più difficile (non che non lo fosse investire 10 miliardi negli incentivi alla trasformazione digitale delle imprese) perché richiedeva a una comunità prevalentemente composta di tecnologi venditori di tecnologia, pregi e difetti, di calarsi sul terreno impervio delle politiche pubbliche con le loro incertezze, complessità e contraddizioni.

Gli ostacoli da superare

In questo caso, una misura assolutamente corretta e utile si frangeva contro le difficolta di tante imprese a comprenderne la portata e le conseguenze, o semplicemente a investire risorse da sottrarre (che con le micro e piccole imprese gli investimenti sono spesso un gioco a somma zero) ad altre attività. Colpa loro? Per formazione sono portato a pensare che il cliente abbia sempre ragione e soprattutto che chi offre (prodotti, soluzioni, trasformazioni) debba guardare con attenzione alle caratteristiche della popolazione a cui si rivolge, che nel nostro caso comprendono anche e soprattutto imprese straordinarie nell’output ma ampiamente rivedibili nei processi. Può non piacere, può essere molto scomodo, ma questa è la platea alla quale rivolgersi se si vuole seriamente entrare nella fase due di Impresa 4.0, quella della trasformazione di sistema, che si vede non solo nel conto delle macchine vendute ma anche nei dati sulla produttività del Paese e nella crescita del PIL.

Questa fase due non può che passare da una vera e propria rivoluzione nel modo di raccontare, organizzare, immagina e perfino vendere la tecnologia. Non basta assolutamente più dire che il digitale è importante e forse è il momento di cominciare a pensare che, come sta avvenendo da tempo per il mercato dell’automobile, si possano vendere meno macchinari alla singola impresa e si debba ragionare sempre più in termini di sharing. Soprattutto, bisogna capire due cose, non scontate ma fondamentali. La prima è che si continua a raccontare la tecnologia alla californiana come una cosa totalizzante, complicata, che o prende il sopravvento su tutto o è come non averla non ci si può lamentare se risponderanno all’appello solo quelli “californianamente” più fit. La seconda è che bisogna passare dall’approccio technology driven a quello solution driven: se si affronta una popolazione di imprese che non ha un’inclinazione spontanea alla tecnologia non serve continuare a magnificare la blockchain, ma ragionare in termini di soluzioni che la potranno integrare. Le tecnologie più diffuse, giova ricordarlo, sono quelle che hanno fatto scomparire le soluzioni ingegneristiche fondendole con il prodotto e il suo valore d’uso., un principio che vale ancora.

Il caso degli ITS

Cosa si possa fare ponendosi seriamente questi obiettivi di inclusione l’ho sperimentato personalmente lo scorso 24 giugno alla presentazione dei 76 progetti fatti dagli ITS di tutta Italia in collaborazione con le imprese nell’ambito dell’iniziativa ITS 4.0 promossa dal MIUR e dall’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sorretti da un metodo solido, innovativo e sperimentato come il design thinking, che guida lo sviluppo di progetti innovativi in azienda attraverso cinque tappe (la prima delle quali si chiama eloquentemente empatia), e dal coinvolgimento attivo degli insegnanti, gli studenti hanno realizzato progetti 4.0 e di trasformazione digitale in molti casi sorprendenti. Sorprendenti non solo per maturità tecnologica delle soluzioni emerse, ma anche e soprattutto per capacità di integrare il 4.0 nello sviluppo di soluzioni a problemi concreti, riconducendo la tecnologia al ruolo che le compete nei contesti non tecnologici, quello di fluidificatore di soluzioni, non di protagonista.

Certo, il fattore generazionale qui pesa e non poco, ma finalmente in positivo: gli studenti degli ITS sono al contempo giovani entusiasti ma anche persone concrete, che hanno scelto un indirizzo di studi ancora “ibrido” per l’Italia, ma certamente carico di prospettive proprio perché integra innovazione, metodo e attenzione per l’applicazione delle soluzioni tecnologiche ai contesti reali. Sono stato quattro ore ad ascoltare le presentazioni dei progetti e non ho mai sentito evocare a sproposito tecnologie con il solo scopo di dare spessore al proprio lavoro e catturare l’attenzione: protagoniste della giornata erano le soluzioni reali a problemi reali e l’ho trovato personalmente assai rinfrancante.

Non solo, credo che il modello che ITS 4.0 proponga un nuovo patto tra mondo della scuola e della formazione e imprese per ripensare i processi di trasformazione digitale secondo modelli più attenti alla risoluzione dei problemi che ai paper dei politecnici sia la via maestra per fare innovazione inclusiva, strada maestra verso la trasformazione digitale della nostra economia. Si venderanno meno software e si faranno meno slide? Probabilmente sì, ma d’altro canto è opportuno comprendere e accettare che quel modello da primi anni 2000 è finito per tutti. Prima lo si comprenderà, prima ci si attrezzerà di conseguenza.

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