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Industria 4.0 rallenta, Bentivogli: “Manca l’idea di un ecosistema Italia”

I dati dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano indicano un rallentamento nella crescita di Industria 4.0. Le statistiche forniscono l’occasione per riflettere sull’andamento del Piano nazionale, sulle criticità del Paese e sugli scenari futuri

04 Lug 2019

Marco Bentivogli

Segretario generale Fim Cisl


Secondo i dati diffusi a metà giugno 2019 dall’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, nel primo trimestre di quest’anno rallenta la crescita di Industria 4.0 che si attesta al +10-15% rispetto al 2018 quando era stata del +35%.

Un dato che certamente non stupisce soprattutto alla luce della rimodulazione del Piano Nazionale Industria 4.0 messo in campo dall’attuale governo nella legge di Bilancio del 2019 che nonostante gli aggiustamenti fatti, anche su nostra segnalazione, con il cosiddetto Decreto Crescita ne ha ridotto le risorse cancellando del tutto il superammortamento per l’acquisto di macchinari nuovi, mentre l’iperammortamento è stato rimodulato per le PMI in particolare per gli investimenti in chiave Industry 4.0.

I dati 2019 di Industria 4.0

Il rapporto, mette in evidenza come circa l’85% del fatturato di Industry4.0 è composto da Industrial IoT (la componentistica per connettere i macchinari alla rete), che con un valore – sempre riferito al 2018 – di 1,9 miliardi rappresenta il 60% del mercato e registra la crescita più marcata (+40%), seguito da Industrial Analytics, con 530 milioni di euro (17% del mercato, +30%), e Cloud Manufacturing con 270 milioni di euro (8%, +35%). Fra le Operational Technologies, l’Advanced Automation conquista la maggiore quota di mercato con 160 milioni e una crescita del 10%, seguito dall’Additive Manufacturing con 70 milioni di euro, mentre l’Advanced Human Machine Interface segna la crescita più robusta (+50%, 45 milioni di euro). L’ultima fetta del mercato è costituita da attività di consulenza e formazione legate a progetti Industria 4.0 – 220 milioni di euro (+10%), un dato inferiore alle aspettative che evidenzia come ci sia ancora molto da fare sul fronte delle competenze.

Complessivamente secondo i dati diffusi dall’Osservatorio sono circa 800 le applicazioni 4.0 censite nelle aziende italiane, con una media di 4 per azienda distribuite nelle tre aree dei processi aziendali: Smart Factory (produzione, logistica, manutenzione, qualità, sicurezza e rispetto norme) col 42% dei progetti, Smart Lifecycle (sviluppo prodotto, gestione del ciclo di vita e gestione dei fornitori) col 33% e Smart Supply Chain (pianificazione dei flussi fisici e finanziari) col 25%. Le tecnologie più diffuse sono quelle dell’ambito Industrial IoT (connettività e acquisizione dei dati, pari al 25%). Questo ha portato nelle aziende in cui sono state implementate flessibilità e riduzione dei costi. Le barriere maggiormente percepite dalle imprese allo sviluppo di applicazioni 4.0 sono invece le difficoltà nell’uso della tecnologia e nell’adozione degli standard (59%), le problematiche di natura organizzativa e gestione delle competenze (41%), le difficoltà di change management (20%) e l’insoddisfazione per l’offerta (17%).

Frena la spesa industria 4.0, urge una nuova strategia nazionale

La situazione di AI e Blockchain

Dai dati emerge che Intelligenza Artificiale (AI) e Blockchain non sono ancora rilevanti nei piani di investimento delle imprese per i prossimi 5 anni, con alcune eccezioni per le aziende di grandi dimensioni.

Un dato quest’ultimo preoccupante, perché proprio queste due tecnologie, sono quelle che maggiormente potrebbero dare un contributo importante alle PMI e alle aziende artigiane in termini di produttività, innovazione e tutela della qualità del Made in Italy. Nel confronto con i cugini tedeschi le piccole e medie imprese rappresentano il 90% del tessuto industriale e produttivo del nostro Paese, di queste l’82% è rappresentato da aziende sotto i 9 dipendenti, mentre in Germania sono il 62%.

Ma la Germania ad esempio, sul campo dell’IA, ha stanziato 600 milioni di euro fino al 2020 l’Italia solo 70 milioni di euro. Nel medio periodo il 70 % delle aziende tedesche implementerà sistemi di IA, investimenti che secondo le stime dovrebbero generare una crescita addizionale per l’economia e l’industria tedesca 1.2%.

Cresce la consapevolezza

Ora, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio si comincia a diffondere la consapevolezza dell’importanza della tecnologia nelle imprese: l’80% ha una chiara percezione della discontinuità rappresentata da Industria 4.0 e dell’importanza che questa può avere in termini di efficienza e riduzione dei costi, siamo ancora solo all’inizio di un cambio culturale da parte di imprese e imprenditori. Nonostante l’Italia sia ancora la seconda manifattura d’Europa e la quinta potenza al mondo per surplus commerciale dopo Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud, con oltre 1400 prodotti per lo più industriali, siamo terz’ultimi nella classifica dell’economia digitale intesa come contribuzione al Pil. Un ritardo che in un futuro non troppo distante potremmo pagare caro.

Occorre una strategia più ampia e lavorare ad un’ecosistema che tenga dentro la rivoluzione digitale imprese, pubblica amministrazione, sistema creditizio, infrastrutture, sindacato, giustizia, scuola e università; senza sarà molto difficile vincere la sfida. Abbiamo la produttività ferma da oltre 20 anni e ritardi su infrastrutture materiali e immateriali che non sono più tollerabili. Il tema delle PMI è centrale per il rilancio della manifattura italiana, perché le piccole e medie imprese costituiscono la nervatura del nostro sistema produttivo, ma se da una parte ci sono realtà che hanno investito su tecnologia, ricerca, formazione, organizzazione del lavoro, dall’altra molte di queste imprese rischiano di essere travolte dall’innovazione. Per questo è necessario mettere in campo una vasta azione di aggregazione delle aziende di dimensioni contenute per evitare che la rivoluzione 4.0 sia solo appannaggio delle grandi. La risposta però non può esaurirsi solo negli incentivi e nelle tecnologie, né in questa separazione fatta dal governo per cui in finanziaria dove si è tagliata una coperta già piccola, tirandola solo da una parte. E’ una scelta di ripiego e senza visione strategica che non agevola né le PMI, che molto spesso lavorano per le grandi imprese, né per le piccole e medie che da sole, tranne rare eccezioni, non riescono a entrare nel gorgo della rivoluzione in atto, senza l’effetto trainante di una grande impresa.

Il ruolo della formazione

L’aspetto più importante della partita si gioca sul piano della formazione e della scuola. Su questo terreno ancora siamo molto indietro, il nostro sistema scolastico rappresenta uno dei tasselli più fordisti e distanti dal mondo del lavoro del nostro Paese. Mentre l’esecutivo ha pensato di tagliare risorse e tempi dell’alternanza scuola-lavoro si continuano a sfornare diplomati e laureati che non trovano lavoro perché le imprese hanno bisogno di tutt’altre competenze. In Germania le skills sopra i 15 anni di ITC secondo lo studio di AHK-Italien e Deloitte, per fare un esempio, è del 35%, in Italia del 26% . Quattro facoltà tedesche figurano tra le prime 50 nel ranking mondiale, mentre l’Italia non ne ha nemmeno una. Il tasso di prelievo fiscale e contributivo delle startup è pari al 49% in Germania ( tenendo conto dell’efficienza del sistema) in Italia del 53% . Gli investimenti di venture capital nella fase iniziale rappresentano il 2.4% a Berlino in Italia lo 0.4%.

Se non diamo una svolta al sistema formativo e scolastico il rischio è di ritrovarsi in un futuro non tanto distante con tanto lavoro e che non potremmo occupare perché non abbiamo le competenze per farlo. Sempre nell’analisi dell’Osservatorio del Politecnico emerge che l’analisi delle competenze e la formazione sono affidate in maggioranza a risorse interne, rispettivamente nel 61% e 75% dei casi. Le collaborazioni esterne più comuni per la ricerca competenze sono con università, centri di innovazione, ITS, che il 50% delle aziende giudica efficaci. È chiaro che su questo fronte va fatto un grosso lavoro di carattere culturale e va fatto subito prima che sia troppo tardi.

Conclusione

Il Piano industria 4.0 è stato decisivo per dare la spinta ma i ritardi accumulati rispetto ad altri Paesi avanzati sono ancora enormi. Quello che più sembra mancare è la consapevolezza da parte del Governo e della politica che l’industria rappresenta la principale fonte di lavoro e benessere del Paese e che su questo terreno si gioca gran del nostro futuro. Per fare un esempio, il fatto che in una vicenda come quella della possibile fusione tra il gruppo FCA e Renault ha visto il governo italiano del tutto latitante, quando dall’altra parte c’è stato l’interessamento del premier francese Macron dimostra la totale estraneità dell’attuale esecutivo rispetto all’industria.

Un’estraneità certificata dai dati dello stesso DEF, se nel primo trimestre dello scorso anno la crescita si assestava all’1.8% oggi siamo ad uno striminzito 0.2% con la cassa integrazione che ricomincia a crescere e oltre 160 tavoli di crisi aperti al Ministero dello Sviluppo Economico che interessano dagli 80 ai 280 mila lavoratori.

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