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Lavoro in Industria 4.0, Firpo (Mise): “Che deve fare l’Italia per non perdere il futuro”

La rivoluzione tecnologica in atto nel mondo della produzione e nelle abitudini di consumo aprirà sfide epocali per economie, società, per i nostri stessi assetti democratici e di welfare. Occorre prepararsi e farlo subito perché competenze e formazione faranno la differenza, e l’Italia ha un forte gap da colmare

08 Ott 2018
Stefano Firpo

Direttore Generale per la politica industriale e la competitività - MiSE

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E’ vero che l’automazione distruggerà molti posti di lavoro, ma è altrettanto vero che altri ne verranno creati. Per non farsi trovare impreparati servono competenze e formazione: due ambiti nei quali l’Italia sconta un ritardo impressionante.

Occorre superare la diffidenza radicata nel nostro paese verso la formazione professionalizzante e includere le PMI nei processi di innovazione 4.0. Ma anche l’Europa deve essere più incisiva nella costruzione di una politica industriale forte su innovazione e nuove sfide tecnologiche. Ecco su cosa puntare.

Robot e lavoro

Susan Lund del Global Institute di McKinsey sostiene, nei suoi numerosi interventi pubblici, che il 65% dei lavori nella manifattura potranno essere condotti nei prossimi anni da robot o da sistemi automatici gestiti da computer dotati di capacita intellettive e computazionali sempre più articolate e potenti nel loro progressivo avvicinarsi al punto di singolarità tecnologica.

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Si stima che fra i 400 e gli 800 milioni di posti di lavoro siano a rischio automazione nel mondo. Lo spettro della disoccupazione tecnologica di massa si aggira fra noi?

Occorre rammentare che questi numeri vanno presi con estrema cautela anche perché se è vero che molti vecchi lavori scompariranno, molti nuovi lavori si creeranno in un processo di tumultuosa distruzione creatrice di lavoro che certamente muterà la geografia e la distribuzione del lavoro. L’evidenza che possiamo trarre delle rivoluzioni tecnologiche del passato ci dice che l’innovazione tecnologica ha contribuito alla creazione netta di un numero maggiore di posti di lavoro, tuttavia, siccome i lavori che si creano non assorbono necessariamente la forza lavoro dai lavori che si perdono, le transizioni possono essere complesse e dolorose per molte persone.

Non c’è dubbio alcuno che la rivoluzione tecnologica in atto nel mondo della produzione – e nelle abitudini di consumo – aprirà sfide epocali per le nostre economie, le nostre società, i nostri stessi assetti democratici e di welfare. Occorre prepararsi. E occorre farlo subito. Perché una sola cosa è certa: chi non si preparerà sarà più colpito dagli effetti negativi di questa trasformazione. E non sarà nella posizione di cogliere le non poche opportunità che essa dispiega. In altri termini la trasformazione tecnologica va governata con strumenti di policy adeguati e coraggiosi.

Con l’utilizzo sempre più massivo dei robot, il loro costo scenderà e questo renderà la variabile costo del lavoro sempre meno rilevante per moltissime attività manifatturiere. Eliminare il costo del lavoro dalla funzione di produzione cambierà le strategie localizzative di molte imprese. Questo per la verità sta già avvenendo rendendo sempre meno convenienti le delocalizzazioni verso paesi emergenti con bassi salari e moltiplicando i fenomeni di re-shoring o near shoring in paesi avanzati.

Produzioni sempre più on demand

Il paradigma tecnologico del 4.0 può aiutare moltissime imprese – in particolare nell’industria discreta che lavora per lotti di produzioni – nello sfruttare al massimo la digitalizzazione per personalizzare e qualificare – a valle – prodotti e servizi ed efficientare – a monte – le catene di fornitura e sub fornitura con produzioni sempre più on demand, capaci di combinare qualità ed efficienza abilitando anche nuovi modelli di business basati su servitizzazione, time to market e logistica integrata.

La prossimità col cliente diventerà una variabile competitiva chiave spingendo produzioni altamente efficienti anche su scala dimensionale ridotta e con localizzazioni più distribuite e vicine ai mercati di sbocco e al consumatore finale per servire al meglio una domanda di consumi sempre più customizzata e volubile. Ne scaturiranno fabbriche più piccole, con catene di fornitura più corte ed integrate.

Crescente regionalizzazione del commercio internazionale

Nelle catene globalizzate del valore la geografia tornerà a contare con effetti significativi sulle dinamiche a favore di una crescente regionalizzazione del commercio internazionale peraltro minacciato da crescenti spinte protezionistiche.

Il valore aggiunto nelle produzioni sarà sempre più dato dalle competenze e dalla qualità delle persone al lavoro, dai servizi ad alto valore aggiunto associati al prodotto, dal know how in essi incorporato, dalla forza di marketing e da modelli di business adattivi ed agili. Chi presidierà queste funzioni estrarrà il maggior valore in catene del valore che rischiano di farsi ancora più gerarchiche fra fornitori di diverso livello e platea di contoterzisti.

PMI e dinamiche competitive in Italia

In Italia le dinamiche competitive saranno ancora una volta particolarmente sollecitate a causa della nostra struttura produttiva basata sulla PMI, dello scarso valore dato ancora oggi alle nuove competenze digitali e agli skill manageriali, degli ancora ridotti investimenti in innovazione e formazione, della fragilità che il nostro sistema esprime nel presidiare e difendere i nodi a maggior valore aggiunto delle diverse catene del valore, delle ancor presenti debolezze del nostro sistema Paese nell’attrarre investimenti soprattutto sul fronte del buon funzionamento della giustizia civile, dei costi dell’energia, e della complessità degli adempimenti burocratici.

Includere le PMI nei processi di innovazione 4.0

Un tema cruciale per il nostro Paese rimane l’inclusione delle PMI in questi tumultuosi processi di innovazione, automazione e trasformazione digitale. Includere le PMI nei processi di innovazione 4.0 è fondamentale per ridurre i potenziali rischi di polarizzazione nelle performance. Per questo è cruciale prestare attenzione a come anche i piccoli innovano e digitalizzano la loro attività e costruire strumenti di politica industriale adeguati e infrastrutture di trasferimento tecnologico e di connessione di banda a favore della PMI.

Il Piano Industria 4.0, grazie a semplici modalità di accesso a incentivi fiscali automatici, si è dimostrato utile anche per la PMI: il 35-40% delle medie e il 20% delle piccole imprese hanno utilizzato le misure del Piano. Un dato da migliorare ma incoraggiante. Il Piano deve ancora esprimere i suoi effetti invece sul trasferimento tecnologico dove Digital Innovation Hub e Competence Center sono ancora under construction. Occorre infatti costruire un nuovo rapporto con le università e i centri di ricerca e modelli più aperti di innovazione fra imprese, PMI e startup tecnologiche.

Competenze, il vero collo di bottiglia per il nostro sistema

Ma il vero collo di bottiglia per il nostro sistema, quello che impedisce a molte imprese di cogliere opportunità e migliorare produttività, puntando con maggiore convinzione su innovazione e strategie di riposizionamento competitivo, è il nostro ritardo sul fronte della domanda e offerta di competenze adeguate alle sfide del domani.

Sulle competenze c’è un grande, direi epocale, sforzo da compiere. Occorre farlo a tutti i livelli. Il nodo più urgente tuttavia è quello della formazione professionalizzante. È stato fatto già un primo passo iniettando risorse fresche negli ITS (istituti tecnici superiori) e incentivando la formazione on the job. Tuttavia è un passo ancora timido e isolato. Bisogna insistere con un grande atto di coraggio, per recuperare un ritardo impressionante che vede in Italia meno di 10mila studenti negli ITS contro le centinaia di migliaia presenti in percorsi profesionalizzanti in Francia e Germania. Occorre investire di più in questo fondamentale pilastro formativo (quasi il 90% degli studenti ITS trova velocemente lavoro) e semplificando i meccanismi di governance delle fondazioni degli ITS che oggi rendono complessa la partecipazione dei privati.

Non si capisce perché l’istruzione professionalizzante fatta fuori dalle università sia in tutto il mondo riconosciuta a tutti gli effetti come un pilastro concorrente e alternativo ai percorsi universitari, mentre in Italia ci sia ancora tanta diffidenza nel rafforzare questo strumento e si continui immaginare l’università come il luogo dove formare le professioni tecniche del futuro. Soprattutto dopo che il modello 3+2 non ha portato i risultati sperati sul fronte delle lauree brevi (e professionalizzanti).

L’assenza di una politica industriale forte in Ue

Un ulteriore fronte su cui lavorare meglio è quello europeo nella costruzione di una politica industriale forte su innovazione e nuove sfide tecnologiche. Oggi dall’incontro tra industria e digitale può dipendere il benessere della società: questo connubio può offrire infatti soluzioni reali ai problemi legati all’inquinamento e alla decarbonizzazione, all’invecchiamento della popolazione, alla salute, al rapporto cittadino-pubblica amministrazione. L’Inghilterra si è dotata di una politica industriale, Germania e Italia hanno fortemente orientato le proprie politiche verso l’Industria 4.0, la Francia ha lanciato il piano sull’industria del futuro. Ma manca ancora l’Europa: non c’è una strategia complessiva per collegare in modo efficace e coeso le singole iniziative che pure sono state positivamente avviate. Penso, ad esempio, a quelle sulla blockchain, sull’intelligenza artificiale, sul supercomputing, sulla microelettronica. L’Europa dovrebbe capire che solo una politica industriale mirata consentirà di gestire, anche attraverso un welfare innovativo ed efficace, i rischi di spiazzamento che potranno derivare dai processi di automazione e digitalizzazione.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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