Un futuro con i robot e senza lavoro? Le ragioni dell’ottimismo

Continueremo a vedere cambiamenti in sincrono con l’evoluzione tecnologica, con il restringersi del mondo e con la presenza di un maggior numero di persone sul mercato del lavoro, persone, inoltre, che aumenteranno la loro capacità produttiva grazie alle tecnologie

26 Apr 2016
Roberto Saracco

coordinatore Gruppo di lavoro “Intelligenza Artificiale” di Anitec-Assinform

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Il settore manufatturiero sta attraversando un periodo di cambiamenti significativi, ed altri sono all’orizzonte con l’Industry 4.0, in cui i robot sostituiscono il lavoro umano. Questo è già avvenuto in alcuni settori e si sta estendendo ad altri. Soprattutto, e questo in un certo senso è cosa più recente, mentre negli scorsi anni i robot aumentavano la produttività dei lavoratori operando come “utensili” più sofisticati, oggi i robot sostituiscono completamente l’attività dei lavoratori.
Foxconn, la maggiore azienda manufatturiera nel settore dell’elettronica di consumo (produce telefonini e molto altro per conto di Research in Motion –Blackberry-, Apple, Sony, Nokia, Amazon, Nintendo…) ha “assunto” negli ultimi anni centinaia di migliaia di robots e prevede che questi sostituiranno entro i prossimi 3 anni il 30% della manodopera.

I robot stanno diventando sempre più flessibili, quindi possono essere utilizzati in svariati settori, il ciclo dei prodotti si accorcia e questo a sua volta spinge verso l’utilizzo di robot che risultano più facilmente “addestrabili” degli umani. Fino a non molto tempo fa cambiare un prodotto significava progettare nuovi robot. Oggi non è più così: si insegna ai robot cosa devono produrre (vedi Baxter: http://www.rethinkrobotics.com/baxter/ ).

Il ritorno degli investimenti dai robot sta accelerando. In Cina si è dimezzato negli scorsi 5 anni, oggi il payback time è intorno ad un anno e quattro mesi, in Tailandia dove il costo della manodopera è inferiore alla Cina il ritorno degli investimenti è sceso da 5 a 3,2 anni.

Inoltre, sempre più prodotti sono un mix di sotfware e hardware. Mentre l’hardware deve essere costruito/assemblato in un ben determinato luogo, la fabbrica, e si trova in un punto ben preciso della supply/distribution chain, il software può essere sviluppato ovunque e può essere aggiunto all’hardware alla fine della delivery chain (e sempre più spesso viene aggiornato durante la vita del prodotto direttamente a casa dell’utilizzatore).

Le nazioni in via di sviluppo avevano il vantaggio di un basso costo del lavoro. Questo ha portato a spostare la produzione dai paesi sviluppati a queste nazioni, grazie anche a catene di fornitura e distribuzione sempre più efficienti che rendono il trasporto sostanzialmente ininfluente in termini di costi aggiuntivi.

Ora questo differenziale nel costo del lavoro, e quindi il vantaggio competitivo, si sta affievolendo sia perché i salari stanno aumentando in quelle nazioni sia perché l’automazione portata dai robot livella i costi di produzione. Un robot costa la stessa cifra, che venga acquistato in Cina o negli Stati Uniti ed il suo costo operativo è indipendente (quasi) dall’area in cui opera.

L’emergere del software come componente fondamentale del prodotto sta spostando la sua “produzione” nelle aree in cui esiste un più alto livello di istruzione (specifica).

Il recente rapporto su Tecnologia al Lavoro (2016 Report on Technology at Work v2.0) fornisce degli spunti molto interessanti su questo tema. Il rapporto si basa su di un precedente lavoro della Banca Mondiale, anche questo pubblicato a inizio 2016, in cui si evidenzia l’elevato rischio per nazioni come Cina, Etiopia, India, Nigeria e Tailandia di vedere un rapido decremento dei posti di lavoro a seguito della progressiva automazione nelle fabbriche e nei processi produttivi.
Questo non vale solo per le nazioni in via di sviluppo. Anche Stati Uniti ed Europa ne saranno colpiti, sebbene in misura minore anche perché queste aree vedranno un “ritorno” di impianti di produzione sul loro territorio proprio in conseguenza della diminuzione del differenziale di costo di produzione in cui incide sempre più il costo dei robot, uguale ovunque.

L’aumento della capacità elaborativa e la grande disponibilità di dati sta rivoluzionando il settore dell’intelligenza artificiale che entra nei processi produttivi e li rende in grado di apprendere (deep learning), consentendone l’utilizzo in aree che erano considerate off limits per le macchine.

In effetti, uno dei punti più interessanti sollevato dal rapporto non è la continua crescita di automazione, che pur esiste, piuttosto l’estensione dei campi di applicazione dell’automazione.

I programmi software iniziano ad essere creati in modo automatico da programmi software, e i posti di lavoro nel settore della produzione del software sono stati quelli che hanno in qualche misura compensato la perdita di posti di lavoro nel settore manufatturiero “pesante”.

Alcuni iniziano addirittura ad ipotizzare che i giornalisti potrebbero essere sostituiti da robot nella scrittura di articoli, questo compreso!
Ovviamente le reazioni sono molto forti e ben argomentate. Eppure, il solo fatto che alcuni considerino questa come una possibilità nel prossimo futuro è di per sé un qualcosa che fa riflettere.

Ho citato i giornalisti in quanto questa mi pare un’area improbabile per un robot, un’area in cui è necessario una comprensione etica, un elemento creativo, un qualcosa che dovrebbe essere al di fuori delle possibilità di un robot.

Eppure esistono dei robot che dipingono ed i quadri prodotti sono praticamente impossibili da distinguere da quelli prodotti da un pittore (provare per credere: http://turing.deepart.io/?utm_source=Daily%20Email&utm_medium=email&utm_campaign=160219 ) o creazione di visi umani che sembrano frutto dello scatto di un fotografo (http://dl.acm.org/citation.cfm?doid=2888406.2871714 ).

A livello macro credo siano interessanti i grafici prodotti dall’Economy Policy Institute (http://www.epi.org/publication/charting-wage-stagnation/ ) che evidenziano come nel periodo dal primo novecento fino agli anni 70 i salari medi sono aumentati in linea con l’aumento di produttività. Dagli anni 80, invece, si è iniziato a scavare un solco tra aumento di produttività e aumento dei salari. Negli ultimi 30 anni infatti, a fronte di un aumento di produttività del 74% (medio) si è avuto un incremento dei salari del 9% (e questi dati si riferiscono al mondo intero).

Secondo alcuni economisti, come Rivkin (Harvard Business School) uno dei motivi è da ricercarsi nell’evoluzione tecnologica. L’abbondanza che questa ha indotto, anche nelle risorse produttive, ha deflazionato il valore di chi produce (domanda vs offerta).

I lavoratori con skill elevati hanno sofferto meno (ma sono comunque sotto la crescita produttiva) rispetto ai lavoratori con un basso skill che addirittura hanno visto il loro salario decrescere del 5% mentre la produttività cresceva del 74%.

Questo gap è un ulteriore elemento che ci porta a dire che il mondo del lavoro è in crisi e che la domanda di lavoro scende.

Ci stiamo quindi avviando verso una Società senza Lavoro (Jobless Society)?

Non sono pochi quelli che sostengono questa tesi. Ho partecipato a fine dello scorso anno ad un panel in Svezia su questo tema e gli altri tre panelist, con sfumature diverse, erano concordi nell’affermare che questa era la tendenza.
Diverse erano le valutazioni sugli effetti che questo avrebbe creato. Si andava da una visione cupa di ritorno a politiche di destra (cosa molto temuta in Svezia) con grandi diseguaglianze sociali, ad una visione molto ottimista in cui una Società senza lavoro dovrebbe essere considerata un obiettivo cui tendere. Resta ovviamente da capire chi pagherebbe le tasse, e come un sistema economico possa sopravvivere… Secondo quel panelist la Società, e l’economia, avrebbero dovuto trovare altri meccanismi per la condivisione della ricchezza mentre questa sarebbe stata prodotta dai robot.

Io ero l’unico che pensava, e sono tuttora di questo avviso, che non ci si sta avviando verso una Società senza lavoro e che non ci sarebbe stata, neppure in un futuro più lontano una Società senza lavoro.

Una spinta significativa alla sensazione che ci si stia avviando verso una generalizzata perdita di posti di lavoro è basata sulla percezione che si stia attraversando un periodo molto particolare. Un periodo in cui la nostra capacità di inventare dei robot intelligenti che possono fare qualunque cosa, più rapidamente e meglio e, ancora più importante, ad un costo ridotto, stia inevitabilmente portando alla sostituzione della manodopera umana con quella robotizzata.

In realtà, guardando i libri di storia si vede come questa percezione sia comune a molte epoche e la peculiarità di ciascuna epoca era, ed è, sostanzialmente legata al fatto che c’erano delle persone che vivevano in quell’epoca e per questo quell’epoca era speciale per loro!

Abbiamo visto una continua evoluzione dei nostri sistemi sociali, economici e di produzione. In certi periodi in effetti vi sono stati cambiamenti anche traumatici. Ma abbiamo anche visto che attraverso difficoltà e anche sofferenze di vari strati sociali, spesso attraverso l’ingegno che chiamiamo progresso, il mondo si è adattato ed è proseguito con le leggi base dell’economia in un contesto sociale in lenta evoluzione.

Il passaggio dalla società agricola a quella industriale ha tagliato in modo drammatico la forza lavoro nei campi, ed ha creato nuovi posti di lavoro nell’industria ma, e questo è importante, anche in altri settori, come l’intrattenimento, il turismo…. Il fatto stesso che si siano liberate risorse (persone, lavoratori) ha portato alla creazione di nuovi settori di lavoro.

Negli anni 80/90 abbiamo visto probabilmente cambiamenti ancora più drammatici in alcune aree nel momento in cui l’industria manufatturiera si trasferiva dalle nazioni sviluppate a quelle in via di sviluppo a basso costo del lavoro. Eppure, il mondo occidentale si è trovato in una posizione migliore, socialmente parlando e in termini di scambio di ricchezza, di quanto non fosse nel periodo precedente. E notiamo come questo cambiamento sia avvenuto nell’arco di 10 anni contro i 100 anni che hanno segnato il passaggio dalla società agricola a quella industriale.

I robot sono realtà da parecchi anni e hanno chiaramente avuto un impatto sui processi produttivi.

Con l’avvento dell’Industria 4.0 mi aspetto che la produzione diventerà molto più distribuita (stampanti 3D) e si poggerà sempre più su software e personalizzazione. Questo creerà nuovi tipi di lavoro in parallelo ad una ulteriore decrescita dei lavori manuali (rimane poco ormai da decrescere…).

Tuttavia questa progressiva softwarizzazione sarà sempre più portata avanti da “bots”, da altri programmi in grado di creare programmi. I robot stanno imparando a programmare, a scrivere articoli, a dimostrare teoremi, a esplorare le proteine e a inventare medicine. E questo è ciò che genera maggiore preoccupazione: ora sembra che i robot siano sulla strada di sostituirci in quelle che sono attività prettamente umane.

Però, se ci pensiamo, l’agricoltura era un’attività prettamente umana centocinquanta anni fa, e l’industria della prima metà del novecento era una attività prettamente umana.

La mia convinzione è che continueremo a vedere cambiamenti in sincrono con l’evoluzione tecnologica, con il restringersi del mondo e con la presenza di un maggior numero di persone sul mercato del lavoro, persone, inoltre, che aumenteranno la loro capacità produttiva grazie alle tecnologie.

Pensiamo alle milioni di app che l’evoluzione tecnologica ha reso possibili in gran parte prodotte da chi era fino a qualche anno fa totalmente estraneo al mercato del lavoro. Oggi un ragazzino di 15 anni può sviluppare, pubblicizzare, distribuire e vendere l’app che ha sviluppato nella sua cameretta.

Non credo in una Società senza lavoro perché il lavoro è al centro del nostro modo di essere Società. Il lavoro significa produrre ricchezza e consolida il ruolo che ciascuno ha nella Società. Il lavoro è anche responsabilità civile, per la nostra comunità e per i nostri figli.

Queste sono caratteristiche che non sono cambiate nei secoli e che resteranno ancora per molto tempo. Lo specifico lavoro, invece, cambia.

Come nel passato, questi cambiamenti creeranno problemi e anche sofferenze in alcune aree e per alcuni gruppi di persone. Da questi problemi e sofferenze emergeranno nuovi tipi di lavoro.

Complessivamente la “freccia del tempo” ha portato a continui progressi nella nostra vita sociale e nel benessere delle persone, anche se attraverso tempi bui.

A dispetto delle notizie che ogni giorno sembrano raccontare una storia diversa, fatta di intolleranza, distruzione e violenza il quadro complessivo continua a migliorare.

La speranza di vita continua a crescere ovunque, particolarmente nei paesi del terzo mondo, fame e sete sono ridotte rispetto a dieci, venti anni fa, le comunicazioni scavalcano le barriere e rendono più facile la comprensione reciproca.

Ci sono molti motivi per essere ottimisti, ma questo non significa nascondere o negare le grandi sfide e problemi che abbiamo di fronte. Questi motivi trovano conforto nel progresso fatto e nell’evoluzione che continua. Evoluzione di cui la tecnologia rappresenta un elemento importante.

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