la questione

Elettromagnetismo e 5G, l’esempio europeo che l’Italia deve seguire

Un eccesso di protezionismo sui limiti di emissione elettromagnetica rischia di far perdere al Paese i vantaggi del 5G. Facciamo chiarezza sui timori e l’eccesso di allarmismo, in particolare quello legato alle small cells

Pubblicato il 13 Mar 2019

Domenico Salerno

direttore Area Digitale dell’Istituto per la Competitività (I-Com)

5g-1

Una questione di arretratezza normativa del nostro Paese mette d’accordo tutti gli attori che si sono fronteggiati nel corso dell’asta delle frequenze 5G, dove hanno investito per altro notevoli somme di denaro: la presenza di limiti di emissione elettromagnetica molto restrittivi ostacola lo sviluppo delle reti e ci penalizza dal punto di vista concorrenziale.

Elettromagnetismo, la normativa vigente nel nostro paese

Il 5G non è solo una tecnologia rivoluzionaria che permette di trasformare profondamente le nostre vite nei prossimi anni, ma è soprattutto una grande opportunità di sviluppo del sistema-Paese. Per far sì che questa rivoluzione porti i frutti sperati è però necessario che la politica e il mondo delle imprese vadano di pari passo. Se infatti i big delle telecomunicazioni hanno già ampiamente dimostrato durante l’asta di voler investire ingenti somme nelle reti di nuova generazione, dal punto di vista normativo l’Italia risulta ancora indietro rispetto agli altri Paesi europei. Il tema chiave è costituito dalle soglie stabilite in relazione all’inquinamento elettromagnetico delle reti e dal dibattito sui possibili effetti nocivi sulla salute.

La normativa che regola i limiti di emissione elettromagnetica in Italia risale al 2003: le soglie di emissione nel nostro Paese risultano le più basse dell’Unione europea, circa 10 volte inferiori a quelle consigliate dall’ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection), ovvero l’istituto indipendente assunto come riferimento dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La presenza di limiti così restrittivi rappresenta un enorme ostacolo allo sviluppo delle reti 5G, soprattutto nelle aree a più alta densità abitativa, e ci penalizza dal punto di vista concorrenziale rispetto ad altri paesi europei ed extraeuropei che hanno posto limiti molto meno stringenti.

A tal proposito è importante sottolineare che, ad oggi, non esistono evidenze scientifiche degli effetti negativi sulla salute umana dei campi elettromagnetici a radiofrequenza utilizzati per il 5G. Si tratta infatti di onde non ionizzanti, ovvero che non ionizzano l’oggetto attraversato e non ne mutano la composizione molecolare. Allo stato attuale, l’unico effetto riscontrato negli studi effettuati sul corpo umano è costituito da un riscaldamento dei tessuti, non ritenuto rischioso per la salute (soprattutto se le emissioni rispettano i valori soglia individuati dall’Unione Europea ovvero tra i 20 V/m e i 60 V/m).

I timori legati alle small cells

Vi sono però anche pareri contrari all’avvio dei progetti di sperimentazione sul 5G. Gli stessi deputati appartenenti alla Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni hanno affermato di aver subito un mailbombing da parte di soggetti allarmati che chiedevano di “fermare il 5G”. A spaventare questi soggetti è soprattutto l’utilizzo delle onde millimetriche (MMV), ovvero quelle appartenenti alla banda EHF (Extremely high frequency) la più alta banda di frequenze radio (tra i 30 a 300 GHz). Le reti di quinta generazione sfrutteranno frequenze più alte rispetto a quelle utilizzate dal 3G e dal 4G. Le conoscenze scientifiche sugli effetti a lungo termine delle onde millimetriche provengono da un numero di studi molto più limitato rispetto alle frequenze attualmente utilizzate in quanto le applicazioni sono finora state più rare. Un esempio di strumentazioni che sfruttano questa tipologia di onde che ognuno di noi avrà incontrato almeno una volta nella vita sono body scanner aeroportuali. Onde elettromagnetiche di frequenza così elevata, durante la loro propagazione, penetrano con maggiore difficoltà attraverso gli edifici e vengono facilmente assorbite dalla pioggia. Per questo motivo l’utilizzo di tali onde renderà necessario installare numerose small cells, piccoli ripetitori che coprono un raggio che può andare da poche decine di metri a circa 2 km.

La grande diffusione di questi terminali potrebbe destare qualche preoccupazione, ma le emissioni di queste antenne sono estremamente inferiori rispetto a quelle tradizionali. Le evidenze scientifiche raccolte fin ora inoltre affermano che le onde millimetriche sono riflesse o assorbite solo superficialmente dalla pelle e quindi non penetrano nel corpo. Bisogna inoltre considerare che anche i nostri device, oltre a i ripetitori, emettono onde radio e che queste sono tanto più intense quanto è debole il segnale delle antenne. Avere una buona copertura può dunque aiutare a ridurre le emissioni di dispositivi che in molti casi sono continuamente attaccati al nostro corpo, come gli smartphone o gli smartwatch. Attualmente sono in corso le audizioni sul tema alla Camera che oltre alle maggiori aziende del settore (tra cui TIM, Wind e Vodafone) hanno visto la partecipazione di esponenti dell’ISPRA e dell’Istituto Superiore di Sanità che hanno espresso un parere tecnico sull’argomento. Nel corso delle audizioni l’onorevole Romano del Movimento 5 stelle si è detto favorevole ad un adeguamento dei limiti alle raccomandazioni europee.

La tutela della salute pubblica è forse l’obiettivo più importante che debba perseguire chi governa, ma un eccesso di protezionismo non giustificato da evidenze scientifiche rischia esclusivamente di far perdere importanti opportunità di sviluppo al nostro Paese.

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