l'analisi

Italia 5G, asta deserta: i motivi del no e gli scenari futuri

La gara da quasi un miliardo per le reti 5G nelle aree a fallimento di mercato è andata deserta. Quali sono i motivi della debacle? Quanto hanno pesato l’obbligo di accesso, i costi e le penali sulla scelta degli operatori di non partecipare? Alcune considerazioni sulla situazione attuale e su cosa potrebbe succedere

18 Mag 2022
Lorenzo Principali

direttore Area Digitale di I-Com

5g

Quello del flop della gara da quasi un miliardo di euro per la realizzazione delle reti 5G nelle aree a fallimento di mercato potrebbe sembrare un caso da manuale di teoria dei giochi. Una situazione in cui i giocatori, in mancanza di incentivi che vadano a modificare il perseguimento della propria strategia dominante (il proprio interesse) determinano un equilibrio non socialmente ottimale.

I motivi del no: l’obbligo di accesso

Nel caso specifico, il bando per la creazione ex-novo delle infrastrutture 5G nelle aree a fallimento di mercato prevedeva la clausola dell’obbligo di accesso, che avrebbe garantito l’utilizzo dell’infrastruttura a canone concordato a tutti gli operatori. In altre parole, l’operatore che avesse partecipato al bando e realizzato l’infrastruttura, l’avrebbe realizzata di fatto anche per tutti i suoi competitors, in una sorta di gioco a somma positiva.

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Nessun vantaggio economico né competitivo, però, a fronte di un’assunzione di rischio non banale. Di conseguenza, tutti gli operatori avrebbero declinato la propria partecipazione, optando per una strategia di “free riding”, quindi pensando di accedere successivamente all’infrastruttura realizzata, con quei fondi (a copertura del 90% dei costi), da qualcun altro.

Gara 5G aree bianche: come superare le difficoltà che hanno portato al flop

Sfortunatamente, a fronte di condizioni che, probabilmente, non evidenziavano chiari benefici, il classico meccanismo di massimizzazione dell’interesse individuale non ha determinato la soluzione “socialmente ottimale”. In altre parole, ognuno ha pensato per sé e nessuno all’interesse generale. In assenza di regole (o vantaggi), nessuno si è preso l’impegno di produrre l’infrastruttura a beneficio degli altri operatori e l’occasione è stata persa per l’intera collettività.

Una doppia spada di Damocle: costi e penali

A ben vedere, tuttavia, le ragioni del flop di questa parte della gara 5G non si esauriscono sul tema dell’accesso. A quanto si apprende dai rumors riportati dagli organi di stampa, le molteplici simulazioni effettuate dagli operatori non hanno rilasciato il disco verde per la partecipazione al bando.

In effetti, anche da una simulazione fatta a spanne, potrebbero emergere alcuni dubbi. Ad esempio, considerando il 90% di copertura dei costi – per praticità ragioniamo sul totale dei lotti – si sarebbe trattato di investire oltre 97 milioni di euro su una scommessa: che in quelle aree sarebbero arrivati servizi in grado di remunerare tali investimenti. I servizi, però, sono per la verità ancora in divenire anche nei Paesi (e nelle aree) con la più alta diffusione di copertura 5G, come la Cina.

A ciò si aggiunge la questione delle penali per il “mancato raggiungimento di una o più delle milestone intermedie». In particolare, in caso di mancato raggiungimento di almeno il 70% delle aree previste, si rischiava una revoca totale dei contributi. Tradotto in termini economici: considerando il costo medio per il raggiungimento di ogni pixel, occorreva impegnare nei lavori almeno 682 milioni di euro (ovvero il 70% della somma messa a bando). Considerando che, verosimilmente, i lavori si sarebbero concentrati prima nelle aree meno complicate da raggiungere – che quindi presentano un costo medio inferiore – si sarebbe comunque trattato di un investimento di almeno 500-600 milioni (di cui 97 non coperti a prescindere) per rischiare di perdere tutto in caso di mancato raggiungimento della soglia del 70%.

Inoltre, anche in caso di raggiungimento del 70%, ma non del 100%, si sarebbero rischiate ulteriori penalità, per semplicità diciamo tra il 2% e il 20% (per la precisione si sarebbe trattato del valore maggiore tra queste soglie e una penale calcolata sulla base di 50mila euro per ciascuna area non coperta). Questi scaglioni erano equivalenti rispettivamente a importi tra 20 milioni (nella migliore delle ipotesi) e 195 milioni, e sempre al netto dei 97 milioni iniziali, che non sarebbero stati coperti in nessun caso (il 10% rimanente rispetto alla quota del 90%).

Aggiungendo ciò alla scarsità di manodopera, dovuta sia ad una generale carenza di settore, sia ad un effettivo accavallamento dei bandi e quindi delle opere di infrastrutturazione che verranno effettuate nei prossimi 4 anni, e all’obbligo di accesso citato inizialmente, il gioco rischiava fortemente di non valere più la candela.

Un passo indietro: cosa prevedeva il Bando per la realizzazione di nuove infrastrutture di rete mobile complete

Mentre la prima linea di intervento prevedeva il rilegamento in fibra (backhauling) di siti radiomobili presenti nelle aree a fallimento di mercato, la seconda linea prevedeva la realizzazione ex-novo di nuove infrastrutture di rete utili per fornire connettività ad almeno 150 Mbps in downlink e 30 Mbps in uplink nelle aree a fallimento di mercato individuate dalla mappatura Infratel. Le opere da realizzare consistevano nella infrastrutturazione dei nuovi siti e dei relativi apparati “attivi”. Il bando era stato suddiviso in sei lotti per uno stanziamento massimo complessivo di oltre 974 milioni di euro d fondi pubblici, e venivano individuate rispettivamente il numero di aree minime da coprire (almeno 2.403 zone) e quello delle aree aggiuntive (ulteriori 597, per un totale di 3.000 unità). Era stata fissata anche una quota minima del 30% delle aree da coprire, relativa ad ogni regione compresa nel lotto aggiudicato.

LottoRegioni interessateNumero minimo di aree da coprireNumero di aree facoltativeValore massimo del contributo pubblico
1Lazio, Piemonte, Valle d’Aosta39197169.271.760 €
2Liguria, Sicilia, Toscana38496156.739.636 €
3Lombardia, Sardegna, p.a. Bolzano, p.a. Trento432107167.914.131 €
4Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Veneto442110181.865.676 €
5Calabria, Emilia Romagna, Marche35889144.619.324 €
6Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia39698153.606.443 €
Totale2.403597974.016.970 €

Le milestone di avanzamento identificate nel capitolato prevedevano che gli aggiudicatari dei bandi avrebbero dovuto rispettare una serie di scadenze piuttosto sostenute, fino al 30 giugno del 2026. Appare verosimile che proprio queste deadline ristrette, unite alle ingenti penali, abbiano determinato l’esito negativo del bando.

E adesso?

È la domanda che si fanno un po’ tutti. E la risposta, evidentemente, ancora non c’è.

Si è parlato di un intervento diretto, della riassegnazione dei fondi agli altri bandi e della decurtazione di tale importo dai finanziamenti europei. In questo senso occorre fare una premessa: le tempistiche e le condizioni poste in sede europea sono assolutamente dirimenti, pertanto qualunque iniziativa potrebbe essere immediatamente ridimensionata di fronte ad un diniego (futuro o relativo alle condizioni già stabilite) proveniente da Bruxelles.

Per quanto concerne l’ultima opzione, ovvero la decurtazione dell’importo, basti pensare che il PNRR italiano cuba (tra prestiti e sovvenzioni) oltre il triplo del secondo maggiore, quello spagnolo. Pertanto, decurtare meno di 1 miliardo dal totale, per le istituzioni europee, potrebbe non essere considerata questa gran somma.

Tutto il contrario se si parla di intervento diretto. Nel senso che, stando a quanto riportato dal sito di Infratel, il totale degli interventi diretti su fondi Fers e Fears tra il 2014 e il 2020 ammonta a poco più di 100 milioni. Si tratterebbe quindi di un impegno decuplicato, non proprio una passeggiata.

Al netto di eventuali vincoli e condizioni europee, occorrerà seguire le prossime mosse di Largo di Brazzà. Il Ministro Colao è stato chiamato in causa anche da un’interrogazione presentata dalla Lega “per evitare che la gara a vuoto porti a nuovi divari territoriali, nonché a un mancato uso di risorse a disposizione dell’Italia”.

Nel frattempo, Colao ha tenuto a sottolineare la propria soddisfazione per la strategia complessiva sulla banda ultralarga, ringraziando Infratel e gli operatori per gli altri risultati raggiunti (sono state ricevuto offerte per 37 lotti mentre per un lotto ulteriore è ancora in gara) ed evidenziando come, anche per il bando delle infrastrutture 5G, sia stato fatto il massimo. In effetti, il 90% di contributo costituiva la soglia più alta mai concessa per un finanziamento pubblico a infrastrutturazioni di rete mobile. Ma è anche vero che l’Italia, sul versante del 5G, costituisce un caso particolare: da un lato è il Paese in cui le frequenze sono costate nettamente di più – in termini di MHz per abitante per anno – in Europa e tra i primissimi al mondo. Dall’altro, l’interesse strategico di tale tecnologia e la vivacità normativa dell’Italia in materia, in termini di decreti legge, leggi, decreti attuativi ed emendamenti – se da un lato denota una grande attenzione del Governo sul tema (degli ultimi due governi per la precisione), dall’altro rischia di rallentare gli investimenti nelle infrastrutturazioni 5G.

A ciò si aggiunge la storica lentezza italiana nelle procedure autorizzative. Infatti, nonostante i molteplici sforzi in direzione di una semplificazione delle procedure, si evidenziano ancora molteplici criticità che gravano sulle tempistiche di realizzazione delle opere. Un ulteriore motivo, questo, per guardare ad un maggiore coinvolgimento del mercato nella realizzazione di opere di interesse pubblico. Questo perché, se è evidente che ogni impresa mira a perseguire il proprio interesse privato, è anche vero che la bravura di un esecutivo giace proprio nell’abilità di trovare soluzioni win-win capaci di promuovere, senza spreco di risorse pubbliche, lo sviluppo e l’innovazione. Innovazione che, con regole troppo stringenti e poco aperte alle esigenze concrete degli operatori, talvolta rischia di rimanere al palo.

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