il quadro

La governance dell’Agenda alla prova della verità

Che fine hanno fatto 2,2 miliardi di euro di risorse regionali? Quale rapporto si esplicherà tra Piacentini e l’Agid? Riusciranno assieme ad accompagnare gli enti locali al cambiamento? Questi e altri nodi stanno riscaldando la scena della trasformazione digitale sul finire del 2016. Vediamo che succede e cosa ci aspetta

14 Ott 2016
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Il Governo Renzi sta tentando la volata finale per sistemare la governance dell’Agenda digitale. Solo adesso (dopo due anni al Governo) e a un passo da un momento critico (il referendum del 4 dicembre)- noterà qualcuno. Sì, ma finalmente ci sono elementi di discontinuità e commitment reali, per la prima volta da parte di un Governo in Italia- ribatterà qualcun altro.

Forse la verità è nel mezzo tra le due campane. Di certo è che siamo in un momento di passaggio in cui spiccano fattori contrapposti: da una parte, c’è una semplificazione e un accentramento, grazie alla carica di Diego Piacentini come commissario all’Agenda. Dall’altra, perdura un certo livello di confusione e un’assenza di coordinamento reale sulle risorse disponibili e sulle modalità per attuare l’Agenda (sviluppando i progetti, accompagnando tutte le pa al cambiamento). A quanto risulta ad Agendadigitale.eu, anche presso Funzione Pubblica ci sono dubbi su quanti soldi ci siano in gioco per i servizi digitali della PA- su una base massima stimabile in circa 2,5 miliardi di euro (esclusa la formazione, con cui si arriva a 4 miliardi), di cui la parte incerta (come vedremo) è quella più consistente: 2,2 miliardi comunitari in mano alle Regioni (2014-2020).

Proviamo a mettere in fila le tante cose che stanno succedendo in questi giorni, per capirci qualcosa di più.

· Si è appena chiuso il bando per le 20 posizioni del commissario all’Agenda Diego Piacentini. La squadra si sta formando e servirà ad attuare la riforma digitale nelle diverse PA, accompagnandole. Con il commitment che viene per la prima volta dal presidente Renzi ci sarà un maggiore potere di cogenza verso le PA.

· L’Agid ha appena annunciato il primo stanziamento del Pon Governance, 50 milioni di euro per aiutare le PA a sviluppare servizi digitali locali e coordinare i propri con quelli centrali. Anche questo un tema di accompagnamento.

· Elementi di cogenza e controllo sulle PA, per l’execution, si trovano anche nel Cad, permettendo di “commissariare” gli enti sui dossier digitali e di fare un controllo di gestione e performance. Altri strumenti di controllo si trovano nella legge di Stabilità, sulla spesa delle PA.

· A Palazzo Chigi si sta imponendo l’idea che nel Cad, così com’è stato fatto, le forze dell’innovazione non hanno vinto o hanno vinto solo in parte. E hanno dovuto cedere qualcosa alle forze della resistenza (tanto che il testo è un rinovellamento del vecchio Cad, quando la legge delega avrebbe dato ampio margine al Governo per fare tutto da zero). Ecco perché il decreto correttivo del Cad, in arrivo entro settembre 2017, spingerà di più sullo switch off del digitale, a quanto è dato sapere. Altra occasione per l’execution sono le regole tecniche del Cad.

Il senso dei precedenti punti sembra questo: il Governo si è convinto che si debba forzare la mano sull’execution imponendo uno switch off, una governance più forte e più capillare. Semplificando, potremmo dire: lo strumento del bastone, più che della carota, sulle Pa locali. Con la convinzione- condivisa anche dal Parlamento (vedi Paolo Coppola e la sua commissione d’inchiesta sugli sprechi negli acquisti PA)- che c’è molta colpa da parte delle PA che non si adeguano alla trasformazione digitale. Ecco perché tutto va verso un accentramento delle scelte e decisioni, del resto in linea con il dettato della riforma costituzionale.

Ho il sospetto, in buona compagnia, che questa sia solo parte della verità. La restante parte è- appunto- “la carota”. L’empowerment, l’accompagnamento delle PA, restano temi ancora poco frequentati. Si è cominciato solo ora (vedi sopra i fondi Pon Governance e lo staff di Piacentini, che ragionevolmente potranno essere operativi non prima di inizi 2017).

Il passo successivo, per attuare davvero la trasformazione digitale?

Per prima cosa, evitare di creare uno iato paralizzante tra quanto fatto finora e la nuova governance. Serve a tal scopo proseguire con forza e trasparenza sui progetti già stabiliti e puntellare il ruolo e le funzioni dell’Agenzia. A riguardo, è un momento di confusione che non possiamo permetterci.

Sarebbe meglio anzi potenziare l’Agenzia (come previsto dal suo Statuto, in parte inattuato) e consentirle di creare una squadra che, insieme con quella di Piacentini, possa sviluppare i progetti accompagnando le PA locali.

Ultimo punto, forse il più critico: le risorse. Paghiamo l’assenza di un centro di coordinamento (analogo a quello Infratel sulla banda ultra larga) tra le Regioni. Almeno per i progetti di valenza nazionale sarebbe stato più che auspicabile: necessario. Invece ad oggi dei 2,2 miliardi comunitari non sappiamo quanti sono già stati spesi dalle Regioni, dato che la visibilità sui progetti relativi (che possono attingere a quelle risorse) è ridottissima. A conferma del clima di fondo, un’assenza di governance sulle risorse c’è stata persino su quelle centrali: solo adesso, dopo due anni, l’Agenzia ha maturato uno stanziamento della prima tranche del Pon Governance; parte dei fondi nazionali (su un totale di 180 milioni) sono stati utilizzati per progetti non attinenti con il piano Crescita digitale.

Attenzione, siamo ancora in tempo per farcela. Il futuro, prossimo e tanto annunciato, piano triennale dell’Agenzia può avere dentro finalmente l’esatto quadro della spesa regionale sui progetti. Dei 2,2 miliardi iniziali molto è probabilmente ancora salvo, perché il Sud sta spendendo tuttora i vecchi fondi europei.

E la firma del presidente del Consiglio, sul piano, può essere una impegnativa sufficiente per le Regioni (affinché non stanzino quei fondi su altre cose), anche se non si può parlare certo di una cogenza formale ed esplicita.

A questo scopo, in questi delicati equilibri, è necessario non cedere d’un passo sulla governance che dal centro va alla periferia. Nei due ambiti, che sono le due facce del coordinamento: il controllo e l’accompagnamento. Servono entrambe le cose. Finora sono state fatte malissimo, in Italia. Abbiamo cominciato a rimediare, con una corsa che rischia però di essere sbilanciata, asimmetrica. Possiamo ancora riequilibrarla, ma un passo falso a questo punto sarebbe fatale.

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