il punto

La Riforma PA uccide le smart cities: e meno male

Finalmente la Legge Madia (i decreti delegati) ha fatto piazza pulita dell’idea che la “via italiana alle smart cities” potesse realizzarsi sulla base di modalità, di prassi e di parametri decisi nelle sedi ministeriali e dell’Agenzia per l’Italia digitale. Ora i prossimi passi

02 Mar 2016
Michele Vianello

consulente e digital evangelist

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Il famoso comitato per le Città intelligenti nella riscrittura del Codice per l’Amministrazione digitale praticamente sparisce. Aveva qualche motivazione l’esistenza di un organismo “romano” che presiedeva alla realizzazione delle città intelligenti (vulgata italiana delle smart cities) quando si affidava ai bandi del MIUR il finanziamento di prototipi più o meno tecnologici che avrebbero innovato le nostre città.

Questi bandi ministeriali, e in generale anche i bandi europei, hanno segnato negativamente le politiche smart delle amministrazioni italiane. Per troppo tempo tutti sono stati attenti all’hardware e al software da farsi finanziare e molto poco ai cittadini.

Tutti, più o meno attenti alla smart city pochi, attenti alla nascita e alla formazione della “smartcityzenship”.

La Legge Madia introduce nell’ordinamento giuridico italiano il concetto di cittadinanza digitale. Significativamente l’art.1 della Legge 7 agosto 2015 n. 124 é titolato: “Carta della cittadinanza digitale”. Pochi fino ad ora si sono soffermati sulla portata innovativa di questo provvedimento. L’accesso al digitale diventa così, nell’intendimento del legislatore, un moderno diritto di cittadinanza.

Nei decreti delegati questo concetto viene inverato prevedendo il “diritto a possedere una identità digitale”. Le Pubbliche Amministrazioni hanno d’altro canto l’obbligo di relazionarsi con il cittadino utilizzando, esclusivamente, il digitale.

Per il cittadino l’utilizzo del digitale é una opportunità da non sprecare, per la Pubblica Amministrazione é un obbligo al quale adempiere. Se tutto ciò avvenisse saremmo in presenza di un passo in avanti fondamentale per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese.

Vorrei dedicarmi in questo scritto ai cittadini. Vorrei tralasciare per un attimo lo sforzo titanico che le Pubbliche Amministrazioni dovranno compiere per rispondere agli obblighi legislativi previsti dal Madia.

Questi sforzi titanici non si esauriranno esclusivamente acquistando o modernizzando hardware e software o, peggio ancora, digitalizzando l’esistente. La riforma della Pubblica Amministrazione (dinamica e costante e non statica) avverrà quando muteranno i modelli organizzativi e le basi culturali e quando si accentuerà il processo di delegificazione.

L’aver codificato un diritto da parte del legislatore non costituisce di per sé la garanzia che questo diritto -all’uso del digitale- sia utilizzato in modo tale da generare un circuito virtuoso tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione.

L’aver introdotto il F.O.I.A. (Freedom od Information Act) é uno straordinario passo in avanti, ma ciò non vuole dire che i cittadini utilizzeranno gli open data in modo produttivo o che aiutino la Pubblica Amministrazione nella lotta alla corruzione. Provocatoriamente vedo una spasmodica attenzione nell’utilizzo dei dati open per monitorare la spesa della Pubblica Amministrazione (cosa buona e giusta), vedo poco impegno nell’utilizzo dei dati a fini produttivi e di coesione sociale.

Non confondiamo le nostre chiuse community sui social network con la cultura e la sensibilità economica sociale degli imprenditori o di sessante milioni di italiani.

Ecco perché parallelamente allo sviluppo del corpo legislativo e alla sua applicazione concreta deve procedere celermente il nascere di una coscienza sociale e di una cultura digitale diffusa.

Il passaggio dal “diritto all’accesso” e il “diritto all’accesso civico” sancito dal F.O.I.A. se vorrà tradursi in realtà avrà grande bisogno di “civismo”. E la cosa non è assolutamente scontata.

Ho scritto nel mio libro “Smart Citizen, Istituzioni, Politica”: “nel processo di creazione della “domanda” e “dell’offerta” (ci riferisce al digitale) si potranno delineare due opzioni.

Una prima opzione, propria di certa politica, si basa sulla pratica di aizzare e di alimentare costantemente la protesta e nel candidarsi ad interpretarla in modo monocratico.

Spesso questa attività caratterizza l’identità delle figure e dei movimenti politici “antisistema”.

Una seconda opzione, che definisco basata “sull’interlocuzione” e sulla “condivisione”, dovrà proporsi di utilizzare il web e le piattaforme social per favorire il dialogo e l’incontro.

Oggi tra la domanda e l’offerta di “politica” (e di impegno sociale) si è creato una sorta di cortocircuito che ha ragioni lontane e profonde. Il web, a condizione che prevalga la veicolazione di contenuti positivi, poiché consente inedite forma di condivisione e di creazione del sapere, ci potrà aiutare a superare, senza nessuna pretesa salvifica, questa profonda incomunicabilità tra la politica e la società e ad evitare il moltiplicarsi della sterile protesta. Ma, per affermarsi, questo processo virtuoso ha bisogno del protagonismo degli “smart citizen”.”

Ecco perché, definito il contesto legislativo, assolutamente innovativo del Madia, ci si dovrà dedicare ad una concreta attività sul territorio per applicarlo concretamente.

E, come è noto, applicare il Madia a Bolzano non sarà la stessa cosa che realizzalo a Vignola.

Se volete discutere con me e con Luca de Biase di questi temi vi aspetto a Milano il 10 marzo alle 18 allo spazione SPIN in via Cerva 25.

Se invece vorrete scaricare gratuitamente il mio libro andate qui.

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