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sovranità tecnologica

La strategia digitale della Commissione europea: tre idee per una svolta necessaria

Per poter davvero contare sulle tecnologie digitali chiave, l’Europa deve fare almeno tre cose: investire di più e in maniera più coordinata, arrestare la fuga dei talenti e permettere alle idee innovative di affermarsi nel più breve tempo e con la scala maggiore possibili. Ecco una strategia possibile

27 Set 2019

Stefano da Empoli

presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com)


Se il digitale è stata una delle principali priorità della Commissione Juncker, con il passaggio di consegne a Ursula von der Leyen la sua rilevanza sembra destinata a crescere. Ma la sovranità tecnologica auspicata, come vedremo, dalla neopresidente della Commissione europea potrà essere raggiunta solo se l’Europa saprà industrializzare la propria politica digitale, andando oltre la mera creazione di norme o un enforcement più aggressivo verso le piattaforme.

I portafogli chiave per il digitale

Per rendersi conto dell’importanza riservata al digitale già a un primo sguardo, basta guardare alla riorganizzazione dei portafogli dei Commissari immaginata dalla presidente tedesca, con uno dei due pesi massimi (insieme a Timmermans) – la danese Margrethe Vestager, che sovraintenderà al digitale – e una super-Commissaria, la francese Sylvie Goulard, che si occuperà di elaborare le politiche sul digitale oltre a mercato interno e industria (con la significativa aggiunta dell’industria della difesa e dello spazio, che per la prima volta si vedrà riconoscere una direzione generale).

Ma un ruolo significativo potranno esercitarlo anche la Commissaria uscente al digitale, Mariya Gabriel, che nel suo super-portafoglio che somma educazione, cultura e ricerca si occuperà di competenze digitali, e il Commissario italiano, Paolo Gentiloni, al quale spetta trovare un accordo in sede OCSE o UE su una qualche forma di web tax.

Se molti saranno i dossier e i Commissari che si occuperanno a vario titolo di digitale, l’obiettivo comune deve però essere quello di un cambio di passo che possa fare finalmente dell’Unione Europea non solo un leader nella regolazione ma anche e soprattutto nelle tecnologie.

Un bilancio della Commissione Juncker

La partita principale dell’Unione europea si è infatti fin qui giocata principalmente sul terreno della regolamentazione, con un duplice scopo: incoraggiare la digitalizzazione dei singoli Paesi europei e abbattere le barriere tra gli Stati membri, dando all’Europa una scala comparabile alla Cina e agli USA, che hanno nella dimensione del mercato domestico un evidente asset a proprio favore.

La Strategia sul mercato unico digitale, adottata nel 2015, prevedeva 3 pilastri e 16 azioni specifiche, da chiudere entro il 2019, cioè al termine del mandato dell’ex primo ministro lussemburghese. Non si può certo dire che l’execution, che tante altre volte in passato ha tradito le aspettative iniziali di Bruxelles, sia in questo caso mancata. Ad oggi, delle 30 proposte legislative della Commissione che facevano parte della Strategia, su ben 28 è stato raggiunto un accordo. Con impatti significativi tra l’altro su e-commerce, connettività, audiovisivo, copyright, cybersecurity e diritti dei consumatori.

Tra i provvedimenti più visibili per i consumatori europei, il progressivo abbattimento, fino alla scomparsa, delle tariffe di roaming per il traffico voce e dati internazionali all’interno dei confini dell’Unione europea. Una voce di consumo non da poco, visto che nel 2007 poteva comportare da sola un costo di oltre 50 centesimi per minuto per una chiamata e di ben 6.000 euro per il consumo di 1GB di dati (che per fortuna al tempo, in era ancora pre-iPhone, era fuori dalla portata dei consumatori). Per la gioia degli abbonati alle piattaforme di streaming di contenuti, è stato rimosso anche il blocco geografico che fino a poco tempo prima impediva di fruire dei principali contenuti audiovisivi soggetti a copyright una volta varcati i confini nazionali.

Certamente, il singolo provvedimento chiave di questi ultimi anni, che ha evidenziato il peso mondiale di rule-maker dell’Unione europea, è stato il Regolamento sulla protezione dei dati personali del 2016 (più noto con l’acronimo inglese GDPR), diventato operativo nel maggio 2018. Prima di entrare in vigore, il GDPR ha subito critiche da diversi osservatori, soprattutto esterni all’Ue, perché giudicato troppo limitante nei confronti delle imprese che provano ad applicare tecnologie basate sull’uso massivo di dati (anche se in realtà sono previste delle deroghe, per esempio per chi fa ricerca scientifica). Oggi, a poco più di un anno di distanza, gli estensori del GDPR si sono tolti alcune soddisfazioni con i critici della prima ora. La più evidente delle quali è avvenuta con il caso Cambridge Analytica, che ha fatto emergere in maniera lampante l’esigenza di una robusta regolamentazione sull’uso e la gestione dei dati personali. Ma già in precedenza diversi Paesi extra-europei ne avevano tratto ispirazione (i casi finora più rilevanti sono senz’altro quelli del Giappone e della California). E tra i principali sponsor del Regolamento si collocano imprese tecnologiche statunitensi come Apple e Microsoft che a casa loro vorrebbero (e non sono le sole) una sorta di GDPR federale anziché 50 Stati che legiferano in ordine sparso.

I limiti attuali dell’approccio europeo al digitale

Allo stesso tempo, l’approccio europeo basato quasi esclusivamente sul rule-making ha due limiti principali. Il primo è che, a differenza dell’approccio empirista di common law, basato su casi concreti, rispetto ai quali si innestano gli interventi del legislatore ma soprattutto del giudice, quello europeo è a continuo rischio di falsa partenza. Nel tentativo di legiferare nel dettaglio su temi di frontiera, la legge europea rischia infatti di costruire un sistema troppo concettuale e dettagliato di regole, per sua natura inadatto rispetto alla realtà prossima ventura. Continuamente superato a sinistra o a destra da evoluzioni tecnologiche inattese o non pienamente tenute in considerazione. Per esempio, proprio rispetto alla normativa europea sul trattamento dei dati, la distinzione netta tra dati personali e non personali sulla quale questa è basata appare perdere progressivamente valore. Come osservato da Marco Delmastro e Antonio Nicita nel loro recente libro sui Big data, sono proprio i modelli di data analytics sui quali si basa l’intelligenza artificiale a rendere ormai obsoleta questa segmentazione.

In effetti, per arginare questo problema (e per addolcire le opposizioni dei tanti gruppi di pressione), molte delle regole prodotte nell’ambito della strategia del mercato unico digitale contengono la previsione di possibili revisioni in corsa, dietro una valutazione dell’evoluzione del mercato e dell’impatto normativo, a pochi anni dall’inizio del periodo di applicazione (secondo alcuni, troppo pochi per dare un giudizio definitivo ma anche aspettative certe agli operatori economici).

Il secondo e ancor più grave limite riguarda l’incapacità di darsi strategie industriali comuni, stanziando risorse adeguate a portarle avanti (o innescando meccanismi ai quali partecipano finanziariamente gli Stati membri). Con il rischio dunque che, dopo l’abbattimento delle barriere tra i diversi Paesi o la definizione di traguardi ambiziosi, ad avvantaggiarsene siano in primis i player extra-Ue. Che hanno spesso una scala superiore e costi di produzione inferiori e possono dunque beneficiare paradossalmente più dei competitor europei dell’abbattimento delle frontiere all’interno dell’Ue.

Verso una maggiore integrazione tra politica industriale e politica digitale: le tre mosse indispensabili

Nella lettera di incarico inviata dalla Presidente von der Leyen a Sylvie Goulard, al primo punto si parla di “rafforzare la sovranità tecnologica dell’Europa”, specie in alcune aree chiave come la blockchain, il calcolo ad alte prestazioni (HPC) e l’intelligenza artificiale. Una caratterizzazione fin troppo edulcorata della realtà, visto che di sovranità tecnologica al momento il nostro continente ne ha molto poca.

Basti pensare che l’unica impresa digitale europea che abbia una capitalizzazione di borsa superiore a 100 miliardi di euro è la tedesca SAP (forse non a caso guidata da un CEO americano), in ogni caso lontanissima dai piani alti della classifica, saldamente occupati da imprese americane, cinesi e tutt’al più giapponesi o sudcoreane.

A risentirne sono soprattutto gli investimenti nelle tecnologie chiave. Nel 2016, secondo le stime del McKinsey Global Institute, gli investimenti privati in intelligenza artificiale in Europa non andavano oltre una forchetta compresa tra i 2,4 e i 3,2 miliardi di euro, contro i 6,5-9,7 miliardi dell’Asia e i 12,1-18,6 miliardi dell’America del Nord. Un gap ulteriormente amplificato da investimenti pubblici decisamente scarsi. A fronte di 1,5 miliardi di dollari complessivamente stanziati dalla Commissione europea nel triennio 2018-2020, la Cina sta spendendo 2,1 miliardi di dollari per un parco tecnologico dedicato all’AI nella periferia di Pechino e una sola università statunitense, il MIT, per quanto una delle migliori e meglio finanziate al mondo, ha annunciato nei mesi scorsi che stanzierà 1 miliardo di dollari per creare un nuovo programma accademico sull’AI.

Per poter davvero contare sulle tecnologie digitali chiave, l’Europa deve fare almeno tre cose: investire di più e in maniera più coordinata, arrestare la fuga dei talenti e permettere alle idee innovative di affermarsi nel più breve tempo e con la scala maggiore possibili.

Riguardo al primo punto, nel nuovo quadro finanziario pluriennale 2021-2027, sono previsti per il prossimo programma quadro, Horizon Europe, 97,6 miliardi di euro (rispetto ai 77 miliardi di euro stanziati per Horizon 2020). Ai quali vanno sommate le iniziative InvestEU (alla quale dovrebbero essere assegnati 15,2 miliardi di euro) e Digital Europe Programme, che con un budget complessivo di 9,2 miliardi di euro vuole contribuire non solo alla trasformazione digitale delle imprese e delle amministrazioni pubbliche ma anche a investimenti di frontiera in tecnologie decisive come il calcolo ad alte prestazioni (high-performance computing, HPC), la cybersecurity e l’intelligenza artificiale.

Ma queste risorse non basteranno se gli Stati membri non metteranno mano ai propri portafogli. E soprattutto se non lo faranno in maniera coordinata.

Per questo, vanno assolutamente rafforzate e moltiplicate le iniziative comuni, come EuroHPC, il consorzio europeo per l’infrastruttura di supercalcolo integrata con prestazioni estremamente elevate, che vedrà uno dei suoi poli principali a Bologna. Oppure i progetti di interesse comune europeo (IPCEI), basati su una logica consortile simile di collaborazione tra Commissione e Stati membri e tra settore pubblico e privato, di cui la microelettronica e le batterie dovrebbero rappresentare i precursori.

Se sull’intelligenza artificiale andrebbe esplorata la possibilità di un progetto di interesse comune specifico, non ci sono dubbi a mio avviso sull’opportunità di costituire un Istituto europeo sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di diventare l’istituzione di ricerca leader al mondo nel settore. Sul modello del CERN che negli scorsi decenni ha compiuto la stessa operazione nella fisica delle particelle.

Oltre alla sovranità tecnologica, che in un continente privo (quantomeno ora e nel futuro immediato) di imprese paragonabili alle top americane e cinesi deve fondarsi su un ruolo decisivo degli attori pubblici, operazioni del genere servono a frenare la fuga dei migliori cervelli, invertendone la rotta.

Secondo i dati OCSE, se l’Italia è tra i grandi Paesi quello che ha subito la perdita dei talenti migliori più cospicua negli ultimi quindici anni è anche vero che non c’è un solo altro importante Stato membro con un segno positivo.

I dati ci dicono che l’Europa ha il più considerevole pool di scienziati di livello top in tecnologie disruptive come la stessa intelligenza artificiale. Se non si fa qualcosa per farli rimanere, non limitandosi a misure di carattere fiscale a livello nazionale, che il più delle volte rappresentano forme di concorrenza inter-europee, il fenomeno non andrà di certo a scomparire di suo. Dunque, strutture di eccellenza coordinate all’interno di uno spazio europeo della ricerca devono rappresentare un puntello essenziale di una strategia rivolta al mantenimento e possibilmente all’attrazione dei migliori talenti in Europa. Strategia alla quale potrà dare un contributo essenziale anche un mercato dei capitali davvero europeo, a cominciare da quelli rivolti alle startup.

La frammentazione del venture capital su base nazionale così come barriere amministrative o di altro tipo rappresentano un ostacolo formidabile allo scaling-up dei progetti imprenditoriali che nascono in notevole numero in Europa ma molto più raramente che in Nordamerica e in Asia sono in grado di espandersi con sufficiente rapidità.

Solo se l’Europa saprà passare dalle regole agli investimenti, insomma, potrà davvero raggiungere non solo la sovranità tecnologica, ma anche un livello di prosperità e di civiltà che vorremmo arridesse ai nostri figli. Senza che siano costretti ad andarlo a cercare altrove.

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