Tecnologia e geopolitica

L’Europa alla ricerca di una sovranità digitale: sfide e interessi in gioco

Un passo verso una maggiore sovranità digitale contribuirebbe a garantire che l’Europa non diventi un campo di battaglia tra USA e Cina e che possa proteggere i suoi interessi e valori nell’arena digitale. Le sfide sono molte, ma dovranno essere affrontate, e vinte una volta per tutte

08 Ott 2020
Carla Hobbs

European Council on Foreign Relations (ECFR)

EU flag waving in front of European Parliament building. Brussels Belgium

L’ambizione di raggiungere una sovranità tecnologica in Europa è in cima all’agenda dell’attuale Commissione Europea.

L’insorgere della crisi di coronavirus, facendo emergere quanto l’UE fosse effettivamente dipendente dalle aziende tecnologiche straniere, ha dato ulteriore urgenza alla questione, aumentando la necessità di quella che i Commissari UE definiscono “un’Europa resiliente e autonoma, assertiva dei suoi valori, forte nelle sue convinzioni, ferma nelle sue ambizioni e fiduciosa nei suoi mezzi”.

Il soft power non basta a proteggere gli interessi Ue

“L’era di un’Europa conciliante è agli sgoccioli” hanno dichiarato il commissario europeo Thierry Breton e l’alto rappresentante Josep Borrell in una dichiarazione congiunta. L’Europa deve essere più resistente, autonoma e in grado di difendere i propri interessi. “Il suo soft power, per quanto virtuoso, non è più sufficiente nel mondo di oggi”.

Rilasciate nel giugno 2020, pochi mesi dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus in Europa, queste dichiarazioni riflettono una crescente consapevolezza che il blocco deve essere meglio equipaggiato per prevenire e resistere alle crisi in maniera autonoma. La pandemia ha messo in luce i suoi punti deboli e le sue dipendenze da attori extra-UE nei settori più disparati, dai dispositivi di protezione della salute e i farmaci, alle tecnologie chiave che hanno minato la capacità di risposta autonoma dell’Europa.

Questa dipendenza esterna è di per sé molto preoccupante, ma lo è ancora di più in un contesto di crescente concorrenza geopolitica. L’Europa si trova innegabilmente in un’epoca di grande competizione di potere tra Russia, Cina e Stati Uniti, in cui l’ordine internazionale basato sulle regole e il multilateralismo è costantemente messo in discussione. È anche un’epoca in cui l’alleato chiave dell’UE, gli Stati Uniti, è diventato inaffidabile sotto l’amministrazione di Donald Trump.

Da dove nasce il concetto di sovranità digitale

Un contesto globale così ostile ed impegnativo dovrebbe essere una ragione sufficiente per fare assumere agli europei maggiori responsabilità a favore della propria sicurezza, il proprio benessere e la propria influenza internazionale. Quest’ultimo è un aspetto da tempo sull’agenda dei leader dell’UE, con discussioni sulla “autonomia strategica” o sulla “sovranità strategica” europea che hanno preceduto di gran lunga la pandemia.

Il rafforzamento delle capacità digitali e dell’indipendenza dell’Europa in questo settore, ovvero ciò che oggi viene chiamato “sovranità digitale” o “sovranità tecnologica”, sono parte integrante della sua più ampia aspirazione a una maggiore autonomia sulla scena globale. Non si tratta però di un concetto nuovo in Europa. Infatti, il termine è apparso per la prima volta circa vent’anni fa quando si parlava del sistema satellitare Galileo. All’epoca, il commissario europeo Loyola de Palacio dichiarò che il programma Galileo avrebbe permesso all’Europa di “mantenere la sua autonomia, la sua sovranità, la sua capacità tecnologica e il controllo delle sue conoscenze”. Si tratta del primo esempio di un collegamento strategico tra tecnologia e sovranità nella politica dell’UE.

Datagate e difesa nello spazio digitale: gli sforzi dell’Europa

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Il concetto ha cominciato ad acquisire maggiore importanza a partire dal giugno 2013 quando si è cominciata a rilevare la sorveglianza estera degli Stati Uniti in Europa. Dopo le rivelazioni di spionaggio dell’NSA, i leader e i governi dell’UE hanno iniziato a spingere per l’adozione di misure di difesa nello spazio digitale, come ad esempio norme più severe in materia di protezione dei dati. Nel testo del suo trattato di coalizione del 2013, il governo tedesco ha dichiarato esplicitamente che avrebbe “intrapreso azioni mirate a riconquistare la sovranità tecnologica”.

Gli sforzi per proteggere l’Europa da ingerenze tecnologiche si sono intensificati notevolmente sotto la Commissione Juncker, che si è posta l’obiettivo di regolamentare le Big Tech in un periodo in cui gli scandali sulla privacy, l’antitrust e l’evasione fiscale hanno devastato l’industria. L’Europa è diventata il più importante policymaker digitale del mondo, una posizione vacante in gran parte a causa della riluttanza o dell’incapacità degli Stati Uniti a ricoprirla. Nonostante mancasse delle credenziali digitali per competere con gli Stati Uniti e la Cina come attore digitale a sé stante, l’UE ha iniziato a plasmare l’ecosistema digitale attraverso il suo potere normativo, costringendo tutti coloro che volevano interagire con la sua popolazione di oltre 500 milioni di abitanti e con il suo mercato unico a giocare secondo le sue regole. Ne è un esempio lampante il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati del 2016.

La sovranità tecnologica in cima all’agenda UE

L’ambizione di raggiungere una sovranità tecnologica in Europa è ora in cima all’agenda dell’attuale Commissione Europea. Nella sua Agenda per l’Europa, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che “non è troppo tardi per raggiungere la sovranità tecnologica in alcuni settori tecnologici critici”, citando come esempi l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico, le tecnologie critiche e le blockchains. “Rendere l’Europa adatta all’era digitale” si è classificato al terzo posto nella lista delle priorità della Commissione per il periodo 2019-2024.

A testimonianza di ciò, 80 giorni dopo la sua istituzione, il 19 febbraio la Commissione ha pubblicato tre importanti documenti: una comunicazione sul “Dare forma al futuro digitale dell’Europa”, un libro bianco sull’intelligenza artificiale e una strategia europea sulla gestione dei dati. Insieme, i documenti citati mirano a modellare le piattaforme tecnologiche e plasmare il futuro dell’intelligenza artificiale, diventando un primo motore normativo per proteggere l’economia dei dati dell’UE.

Il contenuto e le aspirazioni di questi documenti indicano una presa di coscienza del fatto che il potere normativo da solo non sarà probabilmente sufficiente. Infatti, se l’Europa spera di godere dei benefici economici dell’Internet e delle tecnologie emergenti, dovrà diventare un attore digitale a pieno titolo.

Poche settimane dopo la pubblicazione di questi documenti, l’importanza delle questioni in essi trattate ha assunto un’ulteriore urgenza, dal momento che i Paesi europei sono stati costretti a imporre lockdowns per impedire la diffusione di Covid-19. Durante questo periodo, un nuovo livello di consapevolezza è stato instillato nei governi, nelle imprese e nelle società sull’importanza critica delle tecnologie e dei processi digitali, non solo per sostenere le loro attività ma anche per combattere il virus stesso.

Geopolitica e sovranità tecnologica: gli interessi Ue, il braccio di ferro Usa-Cina

La pandemia ha aumentato la consapevolezza dell’importanza della tecnologia nella vita quotidiana ma ha anche fatto riflettere su quanto l’UE fosse effettivamente dipendente dalle aziende tecnologiche straniere. Nel bel mezzo di una trasformazione digitale di questa portata, assume un’importanza cruciale chi possiede le tecnologie, chi le produce e chi stabilisce gli standard e le regole. Questo ha spinto a prevenire le acquisizioni di aziende strategiche da parte di attori extracomunitari durante la pandemia e a esplorare alternative alle aziende straniere che già dominano il settore tecnologico dell’UE. Prendiamo ad esempio il cloud computing. Durante la pandemia, Francia e Germania hanno presentato i piani per il lancio di Gaia-X, un’iniziativa che mira a creare un ecosistema di servizi cloud protetti dalle leggi dell’UE. In caso di successo, ciò darebbe un notevole impulso all’ecosistema digitale dell’UE, liberando l’Unione dalla morsa di aziende statunitensi come Amazon e Google e consentirebbe all’UE di controllare gli standard di privacy e di beneficiare di preziosi flussi di dati.

A riguardo, è interessante la definizione di sovranità digitale dell’Europa che Andrés Ortega ha fatto nella nostra raccolta di saggi. Ortega afferma che “la nozione di sovranità digitale europea costituisce una forma di liberazione per il settore tecnologico dalla sua dipendenza ‘neocoloniale’ dai Stati Uniti e Cina, anche se la cooperazione con le loro aziende continuerà ad essere inevitabile e auspicabile”.

Anche in questo caso, la geopolitica fornisce un altro potente incentivo per rafforzare la sovranità digitale dell’Europa. Come hanno evidenziato i controversi dibattiti su Huawei, 5G e TikTok, il controllo delle nuove tecnologie si unisce alle questioni geopolitiche più tradizionali. Come si è visto nelle politiche contrastanti ed ambigue adottate nei confronti di Huawei, i paesi europei sono rimasti alquanto riluttanti a soccombere immediatamente alle pressioni degli Stati Uniti.

Ciò non significa che l’UE si sia sempre più allineata alla Cina. Anzi, i Paesi europei stanno diventando sempre più diffidenti nei confronti di Pechino, una tendenza che si è intensificata negli ultimi mesi a causa di numerosi fattori tra cui Hong Kong, l’approccio sempre più assertivo della Cina all’estero e le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. Sul fronte digitale, l’Europa ha così occupato la scomoda via di mezzo nello scontro tra Stati Uniti e Cina e nel loro costante processo di decoupling digitale.

Un passo verso una maggiore sovranità digitale contribuirebbe a garantire che l’Europa non diventi un campo di battaglia tra USA e Cina e che possa proteggere i suoi interessi e i suoi valori nell’arena digitale. L’Europa può raggiungere questo obiettivo approfittando della prossima ondata di tecnologie come il quantum computing e l’intelligenza artificiale – settori in cui l’Unione è ben posizionata- esportando i suoi standard regolatori dell’internet in altri paesi, costruendo coalizioni con democrazie simili e continuando a plasmare le tecnologie digitali attraverso il suo potere normativo.

Conclusioni

Le sfide sono molte, non da ultimo il difficile equilibrio che l’Europa dovrà trovare tra la promozione dei valori democratici online da un lato e il rafforzamento del suo ruolo digitale dall’altro. Il disaccordo tra gli Stati membri sulle questioni tecnologiche sarà probabilmente un ulteriore ostacolo da superare.

Ma queste problematiche dovranno essere affrontate una volta per tutte se l’Europa spera di tradurre la retorica in realtà. Un’Europa conciliante sì, ma accompagnata da un’azione decisa. In un contesto di rapida trasformazione digitale e di maggiore consapevolezza da parte dei cittadini e rappresentanti politici, l’UE ha finalmente un’opportunità unica di non essere più uno spettatore e di unirsi alla corsa.

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