Cloud computing

Pa digitale, gli ostacoli verso la grande cloud

L’Agenzia per l’Italia Digitale annuncia la grande cloud della Pa. Ma non ci si limiti ai livelli “infrastrutture as a service” o “platform as a service”: si investa in soluzioni “software as a service”, capaci di andare oltre i puri vantaggi economici e di gestione. E non basta comprare. Ma in mancanza di competenze e professionalità, il puro acquisto di servizi e/o prodotti standard rischia di essere controproducente

10 Giu 2013
Alfonso Fuggetta

professore di Elettronica, Informazione e Bioingegneria, Politecnico di Milano

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Leggo una roadmap forte, dell’Agenzia per l’Italia Digitale, verso il cloud: per razionalizzare i Ced della Pa, per avviare servizi unificati come l’Anagrafe nazionale. E’ un passo epocale per la Pa italiana, ma va preparato per bene.

Molti osservatori sostengono con forza che il cloud computing è una grande opportunità di sviluppo e crescita per le pubbliche amministrazioni italiane. Tramite il cloud si può infatti ottenere un duplice vantaggio: risparmiare, e migliorare qualità e ampiezza dei servizi. Perché? E soprattutto, è vero? Sotto quali condizioni?

Sul fronte risparmi, tramite soluzioni cloud è possibile togliere ad una PA l’onere di dover gestire in casa sistemi di elaborazione, processi di gestione, problematiche di continuità di servizio, evoluzione tecnologica, dimensionamento delle infrastrutture e loro gestione dinamica in funzione delle richieste e dei bisogni… Specialmente per le PA di dimensioni più piccole (tipicamente la gran parte dei comuni), si tratterebbe di una semplificazione delle proprie attività e di un potenziale risparmio diretto e indiretto particolarmente significativo.

Sul fronte miglioramento della qualità e ampiezza dei servizi, qualora il cloud fosse interpretato nella sua accezione più ampia e non soltanto come una infrastruttura o piattaforma condivisa, lo sviluppo di soluzioni applicative “nella nuvola” permetterebbe di razionalizzare gli investimenti, ampliare lo spettro delle funzioni offerte, rendere più semplice lo sviluppo di servizi trasversali a più amministrazioni (si pensi per esempio ai temi della cooperazione applicativa o dei servizi di identificazione digitale), abilitare anche la interazione con soggetti privati, “aprire” e rendere interoperabili i sistemi della PA alla società nel suo complesso.

Sembrerebbe quindi che non ci siano controindicazioni all’uso diffuso di soluzioni cloud. Certamente, bisogna tenere presente che il personale della PA non può essere facilmente ridotto (e quindi il risparmio non necessariamente si materializzerà sul fronte dei costi del personale). Devono anche essere valutate le criticità legate alla memorizzazione di informazioni sensibili presso siti esterni alla PA e magari localizzati in paesi stranieri e quindi soggetti a normative diverse da quelle italiane. Inoltre, se è vero che grazie alle soluzioni cloud diminuiscono i costi diretti di esercizio, è altrettanto vero che aumentano i costi di gestione e di supervisione dei processi di procurement. Ma nonostante queste ed altre ragioni di attenzione, è indubbio che il cloud sia una grande opportunità che non può essere ignorata o sottovalutata.

Perché quindi il cloud è ancora usato poco o non usato per nulla e comunque stenta a decollare?

Mi pare che quattro siano le aree sulle quali concentrare la nostra attenzione:

1. Il cloud e l’ICT in generale sono state per lungo tempo considerate delle commodity, cioè prodotti standardizzati e indifferenziati da acquisire e utilizzare in modo sostanzialmente “meccanicistico”: si comprano, si montano, si usano. È la logica dell’innovazione vista come l’acquisto di prodotti e “scatole” standard. In realtà, l’ICT, e nello specifico il cloud, sono tecnologie complesse, che devono essere comprese e declinate nelle diverse realtà imprenditoriali o amministrative, valorizzando e facendo leva su profonde e articolate capacità progettuali. Non basta comprare: bisogna saper concepire, sviluppare e mettere in campo soluzioni tecnologiche e organizzative molto complesse e sofisticate. È evidente che in mancanza di queste competenze e professionalità, il puro acquisto di servizi e/o prodotti standard rischia di divenire improduttivo e, paradossalmente, controproducente: si finisce per rendere la situazione più complessa, per di più drenando risorse da altre iniziative.

2. Le tecnologie informatiche servono per automatizzare processi, gestire l’interazione tra le persone, fornire informazioni agli utenti: in poche parole, costituiscono una infrastruttura che si alimenta e si combina in modo spesso profondo e radicale con i processi e i modelli organizzativi e sociali nei quali viene collocata. È quindi evidente e naturale che una pura acquisizione di servizi cloud/ICT che non tenga conto della natura, vincoli e caratteristiche dei processi e delle organizzazioni è inevitabilmente destinato al fallimento. È vitale saper progettare soluzioni tecnologiche che accompagnino e supportino in modo armonioso e coerente la crescita e lo sviluppo organizzativo e sociale delle realtà che si suppone debbano utilizzarle.

3. Il cloud non può essere limitato solo ai livelli infrastruttura e piattaforma. Se ci si fermasse solo ad essi, i vantaggi sarebbero “limitati” a risparmi sugli investimenti infrastrutturali e di gestione, ma non si potrebbero cogliere le straordinarie opportunità che derivano dalla razionalizzazione e condivisione degli investimenti in servizi applicativi. Per esempio, certamente i comuni possono usare il cloud per esternalizzare la gestione delle proprie macchine e piattaforme applicative, ma ben altri vantaggi e risparmi si avrebbero se le applicazioni e gli archivi venissero consolidati in applicazioni cloud. Questa razionalizzazione liberebbe risorse per nuovi sviluppi, favorirebbe il processo di standardizzazione delle soluzioni e dei processi, e renderebbe più semplice l’integrazione e l’interoperabilità tra le PA e tra le PA e il mondo esterno. È quindi vitale che il cloud computing non si limiti ai livelli “infrastrutture as a service” o “platform as a service”: è essenziale che si investa e si operi per creare vere soluzioni “software as a service”, capaci, come si accennava in precedenza, di andare oltre i puri vantaggi economici e di gestione.

4. Infine, come dicono gli anglosassoni “last, but not least”, è vitale definire regole e modelli di governance che rendano queste opzioni praticabili e efficaci. Ad oggi, ogni PA gode di ampi spazi di autonomia che, se mal gestiti, portano a duplicazioni e incoerenze nelle soluzioni adottate. Il problema non è semplicemente una moltiplicazione e duplicazione degli investimenti, ma una incoerenza strutturale e cronica nelle soluzioni che sono messe in campo e che mutilano sul nascere la possibilità di creare soluzioni innovative e veramente capaci di far fare un salto di qualità alle PA.

In conclusione, il cloud è una grande opportunità, ma rischia di essere un’altra occasione perduta e un’ulteriore fonte di delusione. Si rischia di investire nuove risorse senza avere quei ritorni e quei benefici che oggi vengono declamati e attesi. Certamente, le PA devono fare un salto di qualità nelle proprie capacità di procurement e di evoluzione tecnologica e organizzativa. Ma è anche vitale che il mondo dell’offerta evolva e si attrezzi per essere un reale partner di innovazione per le PA. È inutile e sterile limitarsi a tradurre le presentazioni e i servizi standard offerti alle aziende di dimensioni medio-grandi dei paesi anglosassoni: è necessario saper declinare soluzioni e proposte affinché siano capaci di cogliere e soddisfare bisogni, esigenze, aspettative di un mondo complesso e articolato, che richiede sempre più partner affidabili e capaci, e non solo efficienti strutture commerciali e di vendita.

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