Bocconi

“Pmi innovative”? Ecco perché la visione del Governo ha il fiato corto

L’aver predisposto la PMI innovativa può considerarsi positivo. Tuttavia, molti aspetti della disciplina, ma soprattutto della ratio (oscura) alla base della stessa lasciano perplessi. Ecco alcuni dubbi

05 Apr 2016
Carmelo Cennamo

università Bocconi di Milano

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Dopo la startup innovativa, arriva la PMI innovativa, una nuova tipologia di PMI che gode di gran parte degli incentivi fiscali e di altri benefici (ad esempio la possibilità di remunerare i collaboratori con equity o raccogliere capitale tramite crowdfunding) già previste per le startup innovative.

Molti hanno salutato la misura come un ingranaggio assolutamente necessario per far ripartire la macchina di produzione di innovazione del Bel Paese – con le startup si è messo in moto la macchina, le PMI innovative dovrebbero garantire che la macchina continui a muoversi e il processo vada avanti. Giustamente, con le prime startup che si avviavano ad uscire dal registro speciale dell’imprese per sopravvenuta “anzianità”, ci si è posto il problema sul futuro delle stesse, visto che una startup difficilmente riesce a strutturarsi in un’azienda solida che fa utili in soli tre anni. Come dice il proverbio cinese, aprire un’azienda è facile; è tenerla aperta che è difficile. La risposta naturale è stata la PMI innovativa. Con la definizione di startup e PMI innovative si è quindi predisposto oggi in Italia un’intera architettura (sistemi di incentivi) premiale dell’innovazione per le diverse fasi di vita delle organizzazioni che la promuovono (dall’infanzia all’adolescenza, verso la maturità).

Se da questo punto di vista l’aver predisposto la PMI innovativa può considerarsi positivo, molti aspetti della disciplina, ma soprattutto della ratio (oscura) alla base della stessa lasciano perplessi. Ecco alcuni dubbi.

Intanto, come già per la startup innovativa, non convincono i criteri. Si lega lo status a requisiti di “possesso” (la PMI deve “avere”….) e non di merito circa la tipologia o processo d’innovazione svolta (la PMI “fa…”; “l’attività di innovazione è volta a…”). Si può discutere se i 50 milioni di fatturato sia un limite troppo stringente, o sul senso del requisito del possesso della laurea (o titolo superiore) per un terzo del personale – si potrebbe verificare ad esempio l’assurdo che una PMI di 3 persone di cui uno laureato risulti innovativa mentre una con 30 persone di cui la maggior parte tecnici altamente specializzati, focalizzata in produzione di macchinari di precisione che automatizzano la lavorazione del legno (coperti da brevetti industriali) e che esporta tecnologia all’estero (cito un caso concreto reale) non sia “innovativa”. Il problema di vincolare lo status a criteri di possesso è che qualsiasi soglia che venga decisa risulta alla fine arbitraria e lascia inevitabilmente fuori casi meritevoli. Del resto, il numero di PMI ad oggi iscritte al registro (circa 137) risulta inspiegabilmente esiguo a fronte delle migliaia di iscrizioni attese.

Al di la di questi aspetti, quello che lascia più perplessi è il criterio più direttamente legato alla caratteristica “innovativa” della PMI – anche qui, si prevede semplicemente una soglia di spesa in ricerca e sviluppo (almeno il 3% in rapporto al fatturato). È difficile quindi comprendere cosa effettivamente si voglia premiare (leggi, incentivare) attraverso la PMI innovativa –l’innovazione in senso lato? Ma allora perché non allargare gli incentivi previsti a tutte le PMI che investono in ricerca e sviluppo o comunque in attività volte all’innovazione di prodotto, processo o modello di business?

Questo aspetto ci rimanda direttamente ad un altro quesito: qual è l’impatto atteso sul sistema competitivo Italia di quest’architettura premiale (startup e PMI innovative)?

La mancanza di indirizzo nella disciplina che norma startup e PMI innovativa comporta un potenziale scollegamento con il tessuto economico territoriale, limitando opportunità di possibili spillover positivi per le altre aziende. Una delle costanti tra i fattori alla base dell’innovazione nella letteratura accademica è la contaminazione di idee, tanto all’interno dell’organizzazione tra le varie funzioni quanto all’esterno con altre organizzazioni (fornitori, clienti, competitors, univeristà ecc…)– l’output innovativo di un’azienda diventa input nel processo innovativo di un’altra organizzazione. Del resto, questo modello di open innovation comincia a prender piede anche da noi. Vista l’intenzione originaria di spingere sulle startup per aumentare la propulsione innovativa e la competitività dell’intero sistema economico del Paese, ci si chiede come mai non si incentivino queste forme di innovazione, ad esempio, che potrebbero rappresentare ponti di interconnessioni tra le attività delle startup e le PMI esistenti sul territorio, aiutando le prime a crescere e quest’ultime ad innovare i propri processi o canali distributivi. Un problema noto infatti è la scarsa digitalizzazione delle nostre PMI e la scarsa presenza sui canali internet; mentre, d’altra parte, la maggior parte delle startup si focalizzano proprio su queste aree.

Prima di replicare un modello di incentivi, sarebbe stato forse utile guardare al pregresso per capire se e in che modo il modello proposto con la startup innovativa abbia prodotto un impatto sul territorio e in generale sulla competitività del Paese. Purtroppo, ad oggi, non si conoscono analisi a riguardo al di la delle solite statistiche che ci aggiornano sul numero di startup iscritte alla sezione speciale del registro delle imprese, il numero medio ed età dei fondatori ecc… Tutto interessante, ma ci piacerebbe capire in che modo la loro attività di innovazione impatta l’economia del territorio e in generale la competitività del Paese. A livello sistemico è solo in quest’ottica che andrebbero valutati gli effetti degli incentivi attuali. Se da un lato è indubbio che questi incentivi abbiano contribuito a dare nuova linfa all’attività imprenditoriale a livello individuale, con le startup diventate quasi una “moda”, sugli effetti a livello di sistema economico mi permetto di dubitare.

Se le aziende innovative hanno bisogno di continua “assistenza” per portare avanti la propria attività di innovazione, siamo convinti che questa attività sia davvero valida e meritevole di supporto? O siamo di fronte ad una nuova tipologia di “assistenzialismo statale”? È giusto drenare risorse da altri impieghi verso queste iniziative senza avere un riscontro dei loro effetti sul territorio? Sia chiaro, non reputo via sia un’innovazione più “utile” o meritevole di un’altra; a livello individuale ognuno dovrebbe essere libero di intraprendere iniziative che reputa con più alto potenziale di creazione di valore. Ma quando queste iniziative beneficiano di risorse pubbliche sotto forma di incentivi, la domanda su quanto queste siano “utili” al Paese non è solo lecita ma doverosa. La mancanza di un adeguato programma di monitoraggio e studio volti a comprendere l’impatto di queste politiche rappresenta in tal seno un’anomalia.

Il dubbio principale è che queste misure possano produrre un qualche risultato nel breve periodo, soprattutto in termini di quantità, ma che mancando una direzione a questa propulsione “innovativa”, non riesca poi la stessa a sortire gli effetti di lungo sperati sul sistema paese. Il rischio è quello di creare sistemi paralleli, dove il “nuovo” (le startup e PMI innovative) emerge in contrapposizione al “vecchio” (le aziende e PMI tradizionali); sistemi che quindi potrebbero paradossalmente entrare in diretta competizione per risorse scarse e di valore (capitale umano, risorse finanziarie, incentivi fiscali….) in un classico gioco a somma zero anziché creare complementarità tra i due, e liberare più valore all’interno di un contesto win-win.

Da accanito tifoso dell’Italia, di startup e di innovazione, l’auspicio è che questi miei dubbi siano del tutto infondati.

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