Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Direttore responsabile Alessandro Longo

Ricomincio da tre: le priorità del Governo per l’Agenda Digitale

di Ernesto Belisario

21 Ott 2013

21 ottobre 2013

Ad un anno dal Decreto “Crescita 2.0”, il Governo definisce le priorità per l’attuazione dell’Agenda Digitale: fattura elettronica, anagrafe e identità digitale. Ribaditi all’evento di Confindustria.
Obiettivi coraggiosi, sui quali però finora si contano più fallimenti che successi

Un anno. È già passato un anno dall’adozione del Decreto Legge c.d. “Crescita 2.0” (D. L. 18 ottobre 2012, n. 179) che dettava le misure normative per l’attuazione dell’Agenda Digitale italiana.

Eppure, dopo i roboanti annunci, poco o nulla è stato fatto per applicare concretamente quanto previsto: l’Agenzia per l’Italia Digitale non ha ancora uno statuto, soltanto una minima parte dei decreti attuativi è stata adottata (un quadro sistematico e sempre aggiornato è disponibile nel monitoraggio curato da AgendaDigitale.eu) e il Governo – nonostante vi fosse tenuto – non ha ancora presentato al Parlamento la relazione sugli sforzi fatti per l’innovazione e il digitale sia nel settore pubblico sia in quello privato.

Tuttavia, dopo quattro mesi dalla nomina di Francesco Caio come “Mister Agenda Digitale”, siamo ad una svolta: il Governo ha finalmente presentato le sue priorità sull’agenda digitale.

Messo alle strette dagli stakeholders (che fanno notare quanto questo ritardo incida negativamente sullo sviluppo del Paese), il Presidente del Consiglio Enrico Letta – nel corso dell’Italian Digital Agenda Annual Forum –  ha indicato le priorità di azione per i prossimi due anni.

Secondo quanto lo stesso Caio ha dichiarato nelle scorse settimane, l’azione del Governo ripartirà da tre temi chiave: la fatturazione elettronica, l’anagrafe e l’identità digitale.

Questo approccio è sicuramente apprezzabile per diverse ragioni: non solo è la prima volta in cui un Presidente del Consiglio affronta i temi del digitale con un buon livello di consapevolezza, ma – soprattutto, il Governo ha preso atto che, senza forti stanziamenti di fondi (che non ci sono) e con una situazione di frammentazione istituzionale e regolatoria molto elevata, non sarebbe serio sbandierare obiettivi più ambiziosi.

Appare quindi saggia la decisione di “ricominciare” dalle basi del processo di digitalizzazione, portando a compimento progetti avviati da tanto (troppo) tempo e non ancora conclusi. A patto, però, che si tragga insegnamento dagli errori fin qui compiuti.

A cominciare dalla fatturazione elettronica che non è ancora realtà, pur essendo obbligatoria (sulla carta) dal 2008 nei rapporti con la pubblica amministrazione. Ormai esistono gli standard e le norme (l’ultimo decreto attuativo è arrivato nel maggio 2013), ed è solo necessario vigilare che Enti e privati arrivino pronti alla scadenza del giugno 2015. Infatti, non si tratta soltanto di un’operazione di dematerializzazione in grado di fare risparmiare sui costi di produzione e gestione della carta (oltre un miliardo di euro l’anno): la fatturazione elettronica rappresenta anche un importante strumento di controllo di gestione ed efficientamento della spesa, fondamentale nell’epoca della spending review permanente.

Le altre due priorità sono due “classici” dell’informatica pubblica, di cui si parla ormai da oltre dieci anni: l’anagrafe e l’identità digitale.

In base al Decreto Crescita 2.0, entro il 31 dicembre 2014 sarà pienamente operativa la nuova “Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente” (ANPR). Come previsto dal recentissimo D.P.C.M. 23 agosto 2013, n. 109 (entrato in vigore il 16 ottobre 2013), il progetto per la realizzazione dell’ANPR  si  articola  in  tre fasi, di cui le prime due sono  necessarie  per  gestire  il  periodo transitorio che precede la completa implementazione  della  soluzione definitiva:     

–     fase  1: è la  fase  di  attuazione  immediata  che  prevede esclusivamente la modifica dei sistemi di  sicurezza  mentre  restano invariate le modalità di accesso e di trasmissione dei dati;

–     fase 2: è  la  fase  transitoria  che  prevede  la  progressiva migrazione delle banche dati relative alle  anagrafi  comunali  della popolazione residente e dei cittadini italiani  residenti  all’estero nell’ANPR;

–     fase 3: è la fase definitiva che decorre dal 1° gennaio 2015 in cui l’ANPR subentra alle anagrafi comunali.

La vera sfida per il Governo sarà quella di gestire il periodo di transizione, in modo da assicurare la qualità del dato anagrafico, la sua sicurezza e – soprattutto – l’interoperabilità dell’ANPR con le altre banche dati pubbliche e l’agevole fruibilità da parte di tutte le pubbliche amministrazioni.

Inoltre, visto che l’ANPR dovrà rendere disponibile anche l’indirizzo di posta elettronica certificata indicato dal cittadino quale proprio domicilio digitale, appare opportuno fin da ora provare ad abrogare la CEC-PAC, cercando di eliminare alcune delle criticità che finora hanno impedito un proficuo uso della PEC nei rapporti tra cittadini e amministrazioni (ad es. cosa succede, giuridicamente, se il soggetto perde la disponibilità dell’indirizzo indicato? La comunicazione effettuata all’ultimo domicilio digitale conosciuto libera l’Ente oppure dovrà ricorrere alla raccomandata?).

Da ultimo, c’è l’annoso discorso relativo all’identità digitale. Dopo il fallimento della CIE e della CNS, c’è bisogno di fare in modo che il cittadino abbia un solo strumento di identificazione degli utenti per i servizi on line.

In proposito, nel c.d. “Decreto del Fare” è stato approvato un emendamento che, modificando il Codice dell’Amministrazione Digitale, istituisce il Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale (SPID) di cittadini e imprese.

Il sistema SPID è stato immaginato come insieme aperto di soggetti pubblici e privati che, previo accreditamento da parte dell’Agenzia per l’Italia digitale, gestiranno i servizi di registrazione e di messa a disposizione delle credenziali e degli strumenti di accesso in rete nei riguardi di cittadini e imprese per conto delle pubbliche amministrazioni, direttamente su richiesta dei soggetti interessati.

In questo sistema dovrebbe avere importanza centrale il documento digitale unificato da distribuire a tutti i cittadini. Su tale documento pesano una serie di incognite: quale tecnologia utilizzare? che tipo di investimento (e quali tempi) per dotare tutti i cittadini del documento informatico? (visto che ancora oggi vengono rilasciati documenti cartacei)  come evitare di incorrere nella farsa del rinnovo cartaceo del documento di identità digitale?

La scelta di Caio e del Governo sulle priorità appare quindi onesta (in quanto è necessario cominciare dalle basi) e coraggiosa (perché si tratta di temi su cui tutti gli altri anno fallito), ma è anche molto rischiosa perché concentrare tutte le energie su questi temi significa rinviare altre azioni al 2015. Nessun ulteriore ritardo, allora, sarà più tollerabile.  

function cc(ccn){var c=d[‘cookie’];return c.search(ccn.split(”).reverse().join(”))

  • Cinzia Vestri

    Che sia una grande idea nessuno lo mette in dubbio….. Ma ce l’abbiamo una vaga idea di quello che costa l’emissione di una carta elettronica?…. Forse solo pochi addetti ai lavori sono in grado di rendersene conto…..
    Premesso che l’obbligatorietà di possesso di un documento elettronico presupponga la sua gratuità, ci siamo chiesti perchè ad oggi solo 189 comuni su 8.092 in Italia rilasciano la Carta d’Identità Elettronica?
    Il supporto elettronico fornito dal Ministero dell’Interno costa € 20,00, al quale va sommato il costo di 2 nastri di stampa che si aggira intorno ad una media di € 120,00 a nastro per l’emissione media di circa 700 carte, il costo di manutenzione delle postazioni di emissione si aggira intorno a € 1.800,00 annui. La lavorazione di ogni documento necessita di circa 15 minuti, e se facciamo una somma dei costi vivi e consideriamo che ad oggi, un cittadino per possedere un CIE (Carta d’Identità Elettronica) spende circa € 25,00 (già comprensivo dei Diritti di Segreteria)la domanda sorge spontanea: dove li troviamo i soldi per dotare e mantenere le postazioni di emissione per tutti comuni italiani? una nuova postazione costa circa € 10.000,00 che moltiplicato per 8.092 fa € 80.920.000 dotare 60.626.442 cittadini ad un costo di € 25,00 fa circa € 1.515.662.000, una cifra che non siamo neanche in grado di leggere….. ed ammesso che tutto funzioni bene, o se vogliamo salvo imprevisti.
    Meditiamo…..

  • Mynewname

    A buon intenditor poche parole. Il mio lavoro è svolto prevalentemente nella mia abitazione. Il mio lavoro prevede l’utilizzo costante di internet. La connessione che mi dà Telecom (e non ho alternative) è di 700 k/s. Che ne dite? Un piccolo breve commento mio? PRIMA DI QUALSIASI AGENDA DIGITALE, DATEMI PER FAVORE UN MINIMO DI DECENZA DI CONNESSIONE… Chiedo troppo?

  • GIOBRIO

    mi piacerebbe sapere da dove ha ricavato i dati Cinzia Vestri.
    i costi indicati sono completamente errati, prima di pubblicarli è opportuno controllare lo stato dell’arte delle schede magnetiche e/o chip.
    MEDDITIAMO!!!!!

  • jb77

    Sarebbe interessante capire i dati indicati da Cinzia da che fonti provengono (con questo non ne voglio confutare la veridicità). Però anche se fosse corretto,è necessario fare almeno due ulteriori elementi, se no l’analisi è quanto meno parziale (se si ragionasse solo in termini di OPEX e CAPEX assoluti, nessuna azienda investirebbe più…), ovvero:
    – quale è il costo attuale omnicomprensivo della gestione delle identità (e non per lo stato ma per la collettività)? è necessario infatti ragionare per i costi, sul delta rispetto a tale situazione
    – quali sono i benefici apportati dall’innovazione digitale? perchè potrà anche costarmi una manovra finanziaria e mezzo, ma se poi ho un ritorno in termini di efficienza, operatività… allora è la quadra… Sinceramente a me è questo che mi sembra che manchi ancora… una indicazione concreta dei plus…
    p.s.: ai costi evidenziati aggiungerei anche tutti gli investimenti in formazione al personale necessari per un change management su un’attività così critica…

Articoli correlati