Pagamenti elettronici

Il futuro del bitcoin che rivoluzionerà la moneta

Mentre i diversi libri mastri della transazioni bancarie sono gestiti da banche e vengono bilanciati ogni giorno nelle camere di compensazione, il libro mastro del bitcoin è pubblico ed è validato da una rete peer-to-peer distribuita. L’innovazione è tutta ancora da sfruttare e inciderà sui pagamenti elettronici

02 Ago 2013
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Quando avverrà la morte del contante gli storici potranno riguardare indietro per capire cosa ha causato questa rivoluzione. Internet ed i pagamenti elettronici saranno sicuramente individuati come i principali vettori del cambiamento. Ma come decideranno quando è iniziata la rivoluzione? Quali segnali saranno considerati l’inizio della fine?

Abbiamo visto nelle puntate precedenti come si possano ritenere le Recommendations della BCE come un punto di svolta ed un segnale che le istituzioni si muovono ormai nella direzione di rendere sempre più sicuri i pagamenti elettronici. Garantire la sicurezza della transazione bancaria elettronica è sicuramente uno degli sforzi più importanti compiuti dall’industria per permettere l’espansione di un sistema di pagamento non basato sul contante. In quest’ultimo articolo parliamo del potenziale di innovazione posseduto dal misterioso bitcoin.

Il Bitcoin è una valuta digitale basata sulla crittografia, ovvero una crittovaluta. Non esiste come moneta di carta e metallo, ma solo come successione di bit. Sono gli algoritmi crittografici che la definiscono a ridare materialità ai bitcoin. Inoltre la stessa crittografia provvede a fornire ai bitcoin un grado di sicurezza di base congenito alla valuta stessa, più naturale e molto più sicuro dei sistemi anticontraffazione usati dalle banconote.

Prima di spiegare brevemente com’è possibile questa magia della crittovaluta vediamo di capire, anzi di dimostrare – visto che siamo matematici – la semplicità dello scambio di bitcoin nello scenario più semplice possibile, equivalente al caro vecchio scambio di contante dell’era predigitale.

Supponi (per assurdo) che tu, lettore, stia talmente apprezzando questo articolo che vorresti offrirci un caffè a testa per ringraziarci del racconto. Se tu avessi del bitcoin, probabilmente lo terresti in una app e-wallet sul tuo smartphone. Se noi fossimo interessati a ricevere del bitcoin metteremmo da qualche parte su questa pagina un indirizzo bitcoin in nostro possesso, sotto forma di un codice QR, che rappresenta l’equivalente di una mano aperta pronta a ricevere il contante. A questo punto al generoso lettore non resterebbe che aprire il proprio portafoglio (la app) scegliere quanti bitcoin donare ed effettuare il pagamento semplicemente permettendo alla app e-wallet di fotografare la pagina col QR.

Come funziona il bitcoin?

Si basa su due concetti crittografici, usati inonsapevolmente da tutti voi nella vita quotidiana. Il primo è il concetto di crittografia a chiave pubblica, che serve a spiegare come mai l’indirizzo bitcoin (la mano pronta a ricevere contanti, ma anche la mano che prende contanti dal portafoglio) è nostro e non di altri. Il secondo è il concetto di hash crittografico che serve (grazie ad un protocollo abbastanza elaborato) a spiegare come mai un possessore di bitcoin non possa spendere due volte lo stesso bitcoin, o meglio spiega come mai la rete che governa il bitcoin impedisce questa duplicazione di soldi impropria.

Il bitcoin, non diversamente da altri processi di moneta elettronica, si basa su un libro mastro che registra tutte le transazioni avvenute. Ma mentre i diversi libri mastri della transazioni bancarie sono gestiti da banche e vengono bilanciati ogni giorno nelle camere di compensazione, il libro mastro del bitcoin è pubblico ed è validato da una rete peer-to-peer distribuita. Questa è la caratteristica più stimolante del protocollo bitcoin, che può ben vantarsi d’essere una valuta decentralizzata. Il processo di validazione funziona come un server distribuito che effettua un calcolo difficile, che serve come proof of work del lavoro di validazione effettuato: ogni nodo del sistema raccoglie e comunica agli altri nodi tutte le transazioni effettuate (il nostro portafoglio – che è un nodo di tipo client – dovrà dunque essere connesso) ed allo stesso tempo cerca di spremere da un calcolo di hash – ovvero un calcolo che ha un output (pseudo) casuale – un certo numero di zeri iniziali. Proprio come se ognuno dei nodi stesse scavando nel fecondo terreno crittografico per cercare di ottenere dell’oro (il processo si chiama infatti appropriatamente mining). Quando un nodo riesce a validare il blocco di transazioni lo comunica agli altri nodi, che possono verificare il risultato ed accettare quindi le transazioni che esso contiene. Il nodo vincitore della gara di velocità viene premiato con dei nuovi bitcoin che gli vengono assegnati. La rete, con questo suo continuo calcolare indefessamente, fa avanzare la catena dei blocchi di transazion che costituisce il libro mastro in modo che nessuno può provare a cancellare a modificare una transazione. Per farlo, ed essere accettato dalla rete, dovrebbe fare infatti uno sforzo computazionale enorme.

Questo processo di validazione delle transazioni, che è il cuore del funzionamento del bitcoin, è stato inventato nel 2009 da un Satoshi Nakamoto, pseudonimo sotto il quale si nasconde uno sviluppatore ignoto (o più probabilmente un gruppo di sviluppatori). Satoshi ha anche sviluppato e reso pubblico un codice sorgente che permette di rappresentare i nodi server e client della rete, dando corpo alla sua visione di criptovaluta decentralizzata. Ha anche definito i parametri fondamentali del sistema, ovvero il fatto che il sistema autocalibra lo sforzo computazionale (la difficoltà del calcolo) in modo da validare una transazione ogni 10 minuti (in media). Ed ha stabilito che la creazione di moneta avvenga con un inflazione programmata (secondo una serie geometrica) in modo che nel 2140 si sarà prodotto la quantità massima di bitcoin prevista in circolazione, ovvero 21 milioni.

Ciò che invece Satoshi ha lasciato alla libertà della rete è stato quello di quale valore dare al bitcoin e che cosa farne. Ed in soli 3 anni e mezzo di quello che è successo ce ne sarebbe da raccontare per ore, tanto più che recentemente gli avvenimenti nel mondo bitcoin hanno preso una accelerata tipica dei processi esponenziali. Una sintetica cronologia potrebbe raccontarsi così: il 2009 fu l’anno della preistoria dove Satoshi e pochi altri giocavano con la loro creazione coniata da poco. Il 2010 può essere pensato come un periodo classico segnato da epiche transazione come una pizza comprata con 10000 bitcoin e dalla nascita di una sorgente che distribuiva bitcoin gratuitamente (ai singoli indirizzi IP). Il 2010 è anche l’anno dell’unica vulnerabilità grave del sistema che riesce ad essere sfruttata, fortunatamente prontamente superata. Il 2011 è una sorta di medioevo in cui il bitcoin espande la sua base utenti sopratutto in quella che viene chiamato il web profondo. E’ l’anno in cui viene creato Silk Road, un mercato nero in cui vengono scambiate soprattutto droghe illegali. Il successo ottenuto per effettuare transazioni illegali viene da uno degli aspetti più controversi del bitcoin, ovvero della supposta anonimità del bitcoin: da un lato il protocollo non prevede di associare una identità agli indirizzi, dall’altro lato il libro mastro delle transazioni è pubblico e chiunque può cercare di estrarne informazioni. Il 2012 è una sorta di rinascimento in cui la moneta inizia a fare le prime apparazioni in pubblico (wikileaks inizia ad accettare donazioni in bitcoin) e dove il prezzo della valuta inizia ad essere deciso dalle borse (MTGox è l’exchange principale dove trovare quanto vale un bitcoin – BTC – in euro o dollari).

Infine arriviamo al 2013, l’età moderna in cui siamo tuttora e dove il bitcoin inizia a calcare le cronache dei giornali con degli apprezzamenti notevolissimi e si iniziano a muovere gli speculatori e le start up basate sul bitcoin. Giusto per rimanere al mese di luglio gli eventi significativi non mancano: il primo luglio i fratelli di Winklevoss (quelli della disputa con il fondatore di Facebook) fanno sbarcare il bitcoin alla borsa di New York, il due luglio a londra si tiene il primo evento globale dedicato a innovatori, imprenditori ed investitori, l’11 luglio un sito tedesco annuncia una partnersip con una banca che permetterà agli utenti di avere un conto in bitcoin. Nel 2013 iniziano ad essere più diffusi gli esercizi commerciali che accettano bitcoin (ricordate quanto è facile ricevere pagamenti con i bitcoin?) tanto che il 12 luglio parte un esperimento curioso: una giovane coppia si impegna a vivere i primi 90 giorni del loro matrimonio solo con i bitcoin; il risultato di questo esperimento sarà il documentario ‘life on bitcoin’ ed in pochi giorni sono riusciti a recuperare diverse decine di migliaia di euro.

Il vero potenziale del bitcoin, quello da cui dipende il suo successo, e’ a nostro parere appena scalfito. Uno degli aspetti più interessanti del protocollo è la possibilità di implementare nativamente dei contratti (tramite un linguaggio di script). Potremmo presto vedere una killer app che permetta al protocollo bitcoin di diventare il protocollo per i pagamenti elettronici, così come HTTP è il protocollo Internet e SMTP il protocollo di posta elettronica. Tra le varie possibilità è affascinante il concetto di smart property, ovvero legare una transazione in bitcoin allo sblocco crittografico di un bene reale. Un altro campo che permette diverse innovazioni è quello dei micropayments. E’ di fine giugno una implementazione di un sistema (basato sullo scripting di contratti) che permetta di fare un microbilling su una quantità scalare in modo efficiente ed economico. Ovvero entro fine anno potrebbe essere possibile, ad esempio, pagare una connessione wifi in un caffè un tanto al KiloByte.

Non sappiamo se sara’ il bitcoin che dara’ il colpo di grazia al povero contante, ma se lasciamo da parte gli aspetti folkloristici un’affermazione ce la sentiamo di dire: il bitcoin non e’ moneta in forma elettronica, ma e’ qualcosa di diverso, concettualmente superiore.

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