didattica integrata e fondi

Il piano Azzolina è una bella rivoluzione per la Scuola: ecco perché

È la prima volta che la normativa italiana sulla scuola rende “obbligatoria” l’adozione di un ambiente virtuale di apprendimento. E mai tanti soldi sulla Scuola: 5,6 miliardi di euro. Ecco perché il Piano scuola 2020-2021 è importante e cosa comporterà

02 Set 2020
Paolo Ferri

Professore Ordinario di Tecnologie della formazione, Università degli Studi Milano-Bicocca

conte-e-azzolina

Sono per una volta sorpreso: il piano scuola 2020-2021 della ministra Lucia Azzolina contiene innovazioni importanti, a lungo invocate dagli esperti. E ora che ci sono, stanno sfuggendo ai più: che paradosso.

Eppure per la prima volta, con questo piano, viene resa obbligatoria l’adozione di un ambiente virtuale di apprendimento; la didattica integrata (digitale e in presenza). 

E mai un Governo aveva investito così tanto nella scuola: 5,6 miliardi.

Certo, l’opportunità – lo sappiamo tutti – è venuta dal covid-19. Ma bisogna ammettere che il Governo (e la ministra) l’ha sfruttata bene per innovare.

Da quando si è compreso che la pandemia sarebbe stata più lunga e più insidiosa di quanto molti ancora tuttora riescano a pensare, la Scuola italiana si è trovata di nuovo e dopo molti anni al centro della discussione pubblica e del dibattito politico. Gli italiani si sono ricordati forse e spesso in modo distorto della fondamentale necessità della scuola per la loro vita oltre che del suo ruolo cardine nelle nostre società avanzate.

La pandemia ha, infatti, dimostrato come senza scuola la vita economica, sociale e quella delle famiglie e delle imprese stenta a recuperare una qualche, se pur stentata, forma di normalità. La pandemia e la conseguente, doverosa, dolorosa ma inevitabile chiusura di tutti gli istituti scolastici e delle Università hanno finalmente fatto comprendere a molti cittadini che un paese sviluppato non può fare a meno della scuola e in particolare di quella pubblica e, di più, non può permettersi di non investire massicciamente nella scuola e nell’intero sistema formativo, innovarlo e migliorarne l’efficacia.  Molti si erano dimenticati che la scuola pubblica occupa più di un milione di persone,  docenti (più di 835.000, di cui circa 60.000 precari), dirigenti (7859) e personale ATA (203.000) (Miur, 2019), ed è frequentata da circa 7,7 milioni  di studenti, più i circa 900.000 che frequentano le scuole paritarie.

Una realtà di che coinvolge circa 10.000.000 di persone e un numero proporzionale di famiglie e genitori. Solo guardando il personale e gli studenti si tratta di un sesto della popolazione italiana, se si aggiungono le famiglie poi …! Dalla riforma Moratti del 2003 (legge 28 marzo 2003, n. 53 e con la legge 4 novembre 2005, n. 230), incrudita nei suoi effetti da quella Gelmini (2009, 2010) la scuola pubblica italiana è stata soggetta a tagli pensatissimi (tra i 9 e i 10 miliardi di euro) e ad una pesante contrazione dell’organico (Ferri P., 2015), conseguentemente ha progressivamente perso la sua necessaria centralità sociale e civile. Erano, infatti, più 18 anni che la scuola veniva data per scontata dall’opinione pubblica, spesso criticata, e guardata con indifferenza, sufficienza, se non con malevolo pregiudizio da molti genitori, amministratori locali, imprenditori e politici.

Solo la tanto criticata Legge “La Buona scuola”, legge 107 del 2015 voluta dal premier Renzi e dal suo governo ha provato ad invertire la tendenza. La pandemia di Covid 19 ha fatto, però, aprire gli occhi a tutti, in primo luogo ai genitori: senza una Scuola pubblica inclusiva, efficiente e ben finanziata l’economia e la società non possono funzionare!

L’astruso dibattito sui banchi e sulle mascherine e i massicci interventi finanziari e normativi del Governo

Il risveglio dal “sonno dogmatico” della società italiana rispetto alla scuola ovviamente non è avvenuto in maniera omogenea e lineare, ne è testimonianza l’astruso dibattito in corso nella sfera pubblica e sui media. Siamo un paese di “commissari tecnici” della nazionale di calcio e ora stiamo diventando un paese di “Ministri dell’Istruzione”. Ognuno dice la sua sui banchi, sul setting didattico, sulle metodologie, sulle mascherine, sul distanziamento, sulle ore lavorare dagli insegnanti … . Si tratta spesso di polemiche politiche strumentali, tra tutti gli interventi di Mattep Salvini, che coinvolgono, loro malgrado, gli addetti ai lavori: i dirigenti scolastici, gli insegnanti, gli esperti di didattica, insieme a medici e virologi in discussioni che a volte rischiano di rendere grottesco e spesso di ridicolizzare “ad arte” il grandissimo sforzo che tutta la comunità e i professionisti del sistema scuola e università, insieme al Comitato Scientifico e ai ministri competenti, Azzolina e Speranza in primis, stanno profondendo per riavviare la scuola pubblica.

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Azzolina: “Il futuro della Scuola è (sempre più) digitale. Stop ritardi, ora si fa sul serio”

Ci dimentichiamo spesso, infatti, che la pandemia ha costretto la scuola e l’università a svolgere il proprio compito formativo e sociale in “condizioni estreme” e che le problematiche legate alla ripresa sono davvero molto complesse. Certo ci sono stati errori e difficoltà … ma la gran parte del sistema scuola e formazione pubblica ha “tenuto” in questa emergenza.

Anzi possiamo affermare che il governo giallo-rosso, sia stato quello che negli ultimi diciotto anni ha investito di più nella scuola i miliardi stanziati da gennaio sono 5,6:

  • 1,5 nel decreto Rilancio;
  • 85 milioni nel decreto Cura Italia per tablet e pc da dare agli studenti meno abbienti e per la formazione dei docenti.
  • Un altro miliardo di fondi PON sono andati all’edilizia leggera, al digitale, alla formazione, al supporto amministrativo alle scuole.
  • Per l’edilizia scolastica sono stati sbloccati un miliardo e seicento milioni e altri 332 sono in arrivo a breve.
  • Un altro miliardo per la ripresa a settembre servirà a garantire la necessaria sicurezza a studenti e l’incremento del personale scolastico.

Arriviamo così a toccare quota 5,6 miliardi di investimenti in meno di un anno di cui 2,9 per la ripresa di Settembre. Parte di questi investimenti, sono ovviamente destinati rimpolpare l’organico del personale della scuola. Si prevede l’assunzione a tempo indeterminato di 97.223 unità tra docenti (13.000 per il concorso ordinario infanzia e  primaria e 32.000 per il concorso ordinario per la superiore di primo e secondo grado), educatori, ATA e dirigenti scolastici, ovviamente anche a rimpiazzo dei pensionamenti. È prevista, inoltre, l’assunzione a tempo determinato di 40.000 docenti e di 10.000 unità di personale ATA per il supporto all’emergenza Codiv-19. Tutto è migliorabile, il dibattito è in corso con i dirigenti scolastici e con i sindacati, che stanno presentando le loro legittime preoccupazioni e rivendicazioni, ma questi numeri e questi investimenti la scuola italiana non li vedeva da due decenni, se eccettua la breve parentesi “felice” della Buona Scuola di Renzi e  Giannini.

Il Piano Scuola 2020/2012: le nuove metodologie didattiche, la sfida del digitale e i provvedimenti del governo

Non è, ovviamente, un panorama di sole luci. Non tutto ovviamente dall’inizio dell’emergenza ha funzionato per il meglio, la chiusura imposta dal Covid-19 e l’attivazione della Didattica a distanza hanno evidenziato in maniera chiara i limiti e le carenze strutturali del sistema scuola italiano come abbiamo già analizzato dettagliatamente su Agenda digitale (Ferri, 2020). L’emergenza, però, ha anche evidenziato, il grande impegno e la fatica, spesso nascosta, ma tangibile e concreta di moltissimi dirigenti ed insegnanti che si sono trovati a traghettare nel periodo del lockdown pratiche didattiche spesso solo “analogiche” e in forme di apprendimento/insegnamento totalmente e forzatamente digitali, con tutte le difficolta che questa ha implicato. Ore e ore passate ad imparare l’utilizzo delle piattaforme per lo streaming e ad inventare e sperimentare format didattici digitali solo on-line e a distanza. È necessario dirlo, gli insegnanti italiani, così come i loro colleghi accademici, contro ogni stereotipo, hanno lavoro moltissimo e con passione in questi mesi e hanno lavorato molto proprio per superare annoso digital divide metodologico e tecnologico-infrastrutturale del “sistema scuola”.

Ora i nuovi investimenti e le nuove risorse stanziate, anche per l’emergenza, posso offrire l’opportunità di portare a sistema le esperienze compiute e di capitalizzare per il futuro il lavoro fin qui svolto a distanza . Si presenta, cioè, l’occasione per realizzare una reale e duratura innovazione nella scuola italiana. Il  26 giugno del 2020, infatti, è stato pubblicato il Piano scuola 2020-2021.

Ovviamente esso contiene le indicazioni organizzative, di raccordo con gli enti locali e territoriali e quelle relative alle misure sanitarie relative al contenimento dell’infezione proposte dal Comitato Tecnico Scientifico-nazionale. Il documento, però, già nei suoi primi paragrafi fornisce una serie di indicazioni metodologiche e didattiche che delineano anche lo scenario possibile di innovazione strutturale del sistema formativo.

Un cambiamento possibile attuato offrendo maggiore flessibilità ed autonomia alle scuole nell’articolazione e nella realizzazione del Piano Triennale dell’offerta formativa. Il Piano 2020-2021, ad esempio, permette/indica la possibilità di organizzare il lavoro didattico in gruppi di apprendimento; la possibilità di articolare in maniera modulare i percorsi formativi per gruppi di alunni non necessariamente della stessa classe ma con analoghi fabbisogni di apprendimento.

Didattica digitale integrata

Soprattutto, il documento del Governo indica come “per le scuole secondarie di II grado” venga prevista: “una fruizione per gli studenti, opportunamente pianificata, di attività didattica in presenza e di didattica digitale integrata”.

È prevista, inoltre, la possibilità di aggregazione le discipline in aree e ambiti disciplinari, che permettono lo svolgimento di attività didattiche interdisciplinari e la possibilità di una diversa modulazione settimanale del tempo scuola, su delibera degli Organi collegiali competenti.

Non si tratta solo di risposte al problema drammatico del Covid-19 ma anche di una grande opportunità di rilancio ed innovazione almeno nelle intenzioni manifeste del legislatore e di chi ha redatto il Piano. Si tratta, cioè, di diffondere un modo differente di pensare la scuola che ben si concilia con l’integrazione di metodologie didattiche digitali che permettano di “aumentare” le opportunità di progettazione didattica per gli insegnanti e di apprendimento per gli allievi e gli studenti.

Non a caso il  Piano scuola 2020-2021 prevede anche una serie di: “attività di formazione specifica per il personale docente e ATA, in materia di utilizzo delle nuove tecnologie relativamente alle diverse mansioni e professionalità (docenza, attività tecnica e amministrativa, di accoglienza e sorveglianza), al fine di non disperdere e potenziare ulteriormente le competenze acquisite, dai docenti, nel corso del periodo di sospensione delle attività didattiche in presenza e dal personale ATA nel corso dei periodi di smartworking, secondo le diverse mansioni”.

Infine il Piano Scuola 2020-2021 annuncia la predisposizione e la pubblicazione (avvenuta il 7 Agosto) delle Linee Guida per la didattica digitale integrata.

 

Le Linee guida per la Didattica digitale integrata

Il documento – pubblicato il 7 agosto – con il Decreto “Adozione delle Linee guida sulla Didattica digitale integrata”, di cui al Decreto del Ministro dell’Istruzione 26 giugno 2020, n. 39” – contiene le indicazioni operative affinché ciascun Istituto scolastico della scuola secondaria superiore possa dotarsi di un Piano scolastico per la didattica digitale integrata che si affiancherà a quella in presenza, per le superiori di secondo grado. Mentre dall’infanzia alla secondaria di primo grado il Piano viene adottato affinché gli istituti siano pronti “qualora si rendesse necessario sospendere nuovamente le attività didattiche in presenza a causa delle condizioni epidemiologiche contingenti”. Il Piano scolastico per la didattica digitale integrata dovrà però, per fortuna, essere allegato da tutte le scuole di ogni ordine e grado al Piano triennale per l’offerta formativa[1]. Più in specifico tutte le scuole dovranno condurre una ricognizione relativa alle necessità di Banda Internet, di computer e device da offrire in comodato d’uso alle studentesse e agli studenti meno abbienti e alla formazione degli insegnati e del personale. Sulla base di questa ricognizione, verrà avviata l’acquisizione delle risorse necessarie. E’, poi, affidato al collegio dei docenti il compito di fissare criteri e modalità per attivare la didattica digitale integrata, adattando una progettazione “omogena” che permetta alle attività del singolo docente si inserirsi in una cornice pedagogica e metodologica condivisa a livello di istituto.

Si indica come il Piano debba, infatti, garantire un indirizzo comune per tutta offerta formativa dell’istituzione scolastica e che vengano individuati i “nuclei fondanti” delle discipline e dei campi di esperienza essenziali e i temi interdisciplinari, comuni a tutte le classi.  Le Linee guida precisano, inoltre, come la “lezione in diretta in video-conferenza” debba essere propedeutica a metodologie didattiche più centrate sul protagonismo degli alunni, e debba consentire, anche, attraverso la costruzione di percorsi interdisciplinari, di capovolgere la struttura della lezione: “da momento di semplice trasmissione dei contenuti ad agorà di confronto, di rielaborazione condivisa e di costruzione collettiva della conoscenza”. E’ chiaro, infatti, che alcune metodologie didattiche si adattano meglio di altre all’”aumento digitale” delle classi: nelle Linee guida si fa riferimento, ad esempio, “alla didattica breve, all’apprendimento cooperativo, alla flipped classroom, al debate quali metodologie fondate sulla costruzione attiva e partecipata del sapere da parte degli alunni che consentono di presentare proposte didattiche che puntano alla costruzione di competenze disciplinari e trasversali, oltre che all’acquisizione di abilità e conoscenze.”

All’acquisizione di queste competenze e conoscenze andrà finalizzata la formazione degli insegnati già menzionata nel Piano scuola 2020-2021 e che dovrà essere inserita anch’essa all’intero del Piano per la didattica digitale integrata, allegato al PTOF di ogni scuola. Inoltre, e questo è il dato normativo più rilevante tutti gli istituti scolastici si impegnano ad individuare una piattaforma, un ambiente virtuale di apprendimento, che permetta la gestione e la fruizione della didattica digitale ovviamente nel rispetto dei necessari requisiti di privacy e sicurezza dei dati. La piattaforma dovrà essere compatibile, complementare o integrata all’interno delle funzionalità del registro elettronico, e dovrà permettere di assicurare un agevole svolgimento dell’attività sincrona e delle attività on-line correlate (esercitazioni, laboratori on-line, lavoro per gruppi on-line). La piattaforma deve risultare fruibile, qualsiasi sia il tipo di device (smartphone, tablet, PC) o sistema operativo a disposizione, anche agli studenti diversamente abili. Il registro elettronico mantiene la sua funzione di rilevazione della presenza “a scuola” dei docenti e quello della presenza “in aula virtuale” degli alunni a lezione e allo stesso modo mantiene la funzione di garantire le comunicazioni scuola famiglia e quelle alla comunicazione delle attività che gli studenti debbono svolgere.

È la prima volta

È la prima volta, e questa è un’innovazione importante, che la normativa italiana sulla scuola rende “obbligatoria” l’adozione di un ambiente virtuale di apprendimento per ogni singolo istituto scolastico, come da anni molti esperti, tra i quali ci scrive, ripetono ad ogni consultazione. La Didattica Digitale Integrata affermano le Linee Guida, di fatto, “di fatto, rappresenta lo “spostamento” in modalità virtuale dell’ambiente di apprendimento e, per così dire, dell’ambiente giuridico in presenza”.  Si tratta della condizione fondamentale e necessaria, anche una volta che sarà finalmente terminata l’emergenza per “aumentare” davvero un didattica “digitalmente” aumentata (Ferri, Moriggi, 2019). La scuola contemporanea ha sicuramente una fondamentale e necessarissima dimensione “in presenza” ma non può non avere, oggi, una altrettanto necessaria e fondamentale estensione digitale.

La contrapposizione di queste due forme della realtà quotidiana oggi non ha più senso. L’Animatore e il Team digitale saranno, poi responsabili del supporto ai docenti in questa attività e dovranno in particolare aiutare i docenti a creare questo doppio digitale della scuola in presenza che ne costituirà in futuro e ad emergenza conclusa il “sistema operativo” e il software di gestione.

Conclusioni

L’analisi dei documenti ministeriali e delle azioni recenti del ministero, al netto di un dibattito pubblico confuso, e spesso confusionario, dimostra come questo governo abbia preso sul serio le problematiche della scuola, abbia stanziato fondi ingenti, ma soprattutto abbia colto il potenziale di trasformazione ed innovazione che il terribile “cigno nero” del Covid-19 almeno ci concede. Il nostro futuro non è mai stato così indeterminato e così quello della scuola e della sua riapertura e tuttavia, il MIUR ha operato con energia e questo va riconosciuto al Ministro Azzolina, essere riuscita a fare della necessità una virtù, e provare a trasformare le necessità di un tragico problema in un’opportunità di rilancio. Mi chiedo perché l’attuazione di Piani per la didattica digitale integrata non sia stata estesa anche alla primaria e alla secondaria di secondo grado, in modo più graduale magari, per rendere – attraverso la didattica blended – meno “rischioso” il riavvio della scuola visti i milioni di bambine/i, ragazze/i, insegnanti e genitori coinvolti. Questa difficoltà del Governo, che in un primo momento era stato più possibilista anche rispetto agli altri ordini di scuola, ha una ragione culturale profonda che riguarda miopia di cultura e competenze tecnologiche del “Sistema Italia”.  Si tratta della profonda incomprensione di molte parti sociali e politiche italiane, nei confronti del ruolo del digitale nella gestione e innovazione dei processi sociali ed economici. Gli stessi imprenditori, i sindacati, i colleghi accademici, ma a volte anche i genitori e alcuni insegnanti non hanno, infatti, ancora metabolizzato la essenziale funzione dell’”aumento digitale” di tutti i contesti professionali e produttivi ed in specifico di quello dell’insegnamento/apprendimento e del sistema della formazione.

Oggi, infatti, in una società avanzata, la didattica non può che essere blended, cioè un mix efficace di formazione in presenza e on-line, non importa se a distanza o meno.  L’emergenza e la Didattica a distanza sono state realizzate in condizioni “estreme” dovute alla pandemia, ma le metodologie e i supporti digitali per l’apprendimento dovrebbero essere la norma dentro e fuori le classi e questo emerge  chiaramente dal Piano scuola 2020-2021  e dalle Linee guida per la Didattica digitale integrata. Non sappiamo come evolverà la pandemia e i dati della seconda metà di agosto non sono molto confortanti – ci auguriamo davvero che la didattica digitale integrata non venga mai attivata durante la pandemia nelle scuole primarie d’Italia. Ci auguriamo, però, anche  che la forza e l’orgoglio di molti insegnati e genitori nell’accettare la sfida del digitale e fondi e i provvedimenti legislativi adottati dal MIUR costituiscano un punto di non ritorno virtuoso che conduca ad uno strutturale aumento digitale della scuola italiana.

[1] Per il nido e la scuola dell’infanzia  sono state predisposte dalla Commissione Governativa Infanzia Sistema integrato Zero-sei (D.lgs. 65/2017) specifiche linee guida relative ai  Legami educativi a distanza LEAD.

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