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Certificazioni cybersecurity, il nuovo decreto ACN: ecco l’impatto sul sistema Paese

In arrivo nuove norme per le modalità di accreditamento dei Laboratori Accreditati di Prova, che supporteranno il Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale nella valutazione e nella certificazione di prodotti ICT rispetto a vincoli di cyber security. Ecco cosa cambia e cosa significa per l’Italia

18 Lug 2022
Luisa Franchina

Presidente Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche

Strategia cybersecurity nazionale,

Con la consueta tempestività che contraddistingue l’ACN, Agenzia per la Cyber security Nazionale, e in particolare il suo ufficio legislativo, arriva l’ultimo Dpcm di attuazione del PSNC, Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica.

Si tratta di una norma che identifica le modalità di accreditamento dei LAP, Laboratori Accreditati di Prova, che supporteranno il CVCN, Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale, nella valutazione e nella certificazione di prodotti ICT rispetto a vincoli di cyber security.

Cybersicurezza, l’Italia s’è desta: luci e ombre della strategia nazionale

Cybersecurity, perché l’Italia è all’alba di un nuovo mondo

Il panorama delle Autorità di certificazione di prodotto per la cyber security in Italia è dunque all’alba di un nuovo mondo: dal lato italiano, lo spostamento del CVCN nell’Agenzia e l’attribuzione all’ACN delle competenze di Autorità Nazionale di Sicurezza, con i decreti già emanati, posiziona sia il neo-operativo Centro che il pluridecennale OCSI, Organismo di Certificazione di Sicurezza Informatica, nuovamente nello stesso luogo giuridico e fisico.

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Dal lato europeo, l’applicazione del Cyber Security Act del 2019 impone un processo per quanto lungo di identificazione e designazione di un nuovo Schema, Europeo questa volta e non più nazionale, di certificazione di prodotto. Anzi, per essere più precisi, di un insieme, ampio a piacere, di schemi europei di certificazione di prodotto in ambito cyber security.

La riunione di OCSI e CVCN sotto l’egida della ACN è un traguardo importante per la postura italiana di cyber security. La certificazione di prodotto potrà diventare lo standard di stabilizzazione e consolidamento della disciplina della cyber security, esattamente come ha fatto nel mercato in ottica di safety, di compatibilità elettromagnetica e di sicurezza chimica e biologica.

Una cyber security alla portata di tutti

L’obbligatorietà porterà nuove abitudini e si diffonderà grazie al mercato della supply chain e delle forniture, dando vita a nuovi standard e a nuove professionalità. Questo è il disegno dell’Unione Europea. Una cyber security professionale e standardizzata, non più appannaggio di pochi eletti, ma dilagante, diffusa e condivisa.

Fin dal 1995 esiste in Italia uno schema per la certificazione della sicurezza di sistemi/prodotti ICT, utilizzabile esclusivamente nell’ambito della sicurezza nazionale (sistemi/prodotti ICT che trattano informazioni classificate). Nel 2003, con la creazione dell’OCSI presso l’ISCOM, Istituto Superiore delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione, è stato istituito un secondo Schema Nazionale idoneo a fornire servizi di certificazione a tutti i settori che non afferiscono a tale contesto. La struttura degli schemi è basata sugli standard di riferimento Common Criteria ed ITSEC.

Attualmente le certificazioni OCSI seguono i livelli 1-7 dei common criteria internazionali, ma tipicamente lavorano i livelli da 1 a 4, mentre l’Autorità Nazionale della Sicurezza del DIS certifica i livelli più alti tipicamente usati per gli apparati che trattano dati classificati.

L’OCSI è poi parte del SOG-IS MRA (Senior Officials Group – Information Systems Security, Mutual Recognition Agreement), alleanza internazionale per il mutuo riconoscimento dei certificati di sicurezza nazionali per prodotti e sistemi ICT basati su Common Criteria e ITSEC.

All’avvio dello schema di certificazione europeo, o meglio degli schemi, sarà l’Europa che dovrà rinegoziare il mutuo riconoscimento presso il SOG-IS e gli Stati Membri, come noi, perderanno la prerogativa acquisita, peraltro con tanta fatica e dedizione da parte degli Uffici competenti.

In ogni caso il tema della certificazione sembra portare una ventata di aria nuova nella cyber security. L’Europa prevede schemi generali e schemi specifici per alcune tecnologie (come il 5G, il cloud, l’IoT, ecc.), oltre che schemi specifici per determinati ambiti di uso, come automotive, privacy, health. Se questo disegno verrà realizzato come ad oggi delineato, la certificazione potrà vedere un giovamento in termini di tempistiche degli iter e di costi, divenendo uno schema complesso matriciale (per tecnologie e per uso). Gli ambiti di uso potranno costituire una sorta di protection profile “perenni”, di fatto realizzando una contestualizzazione settoriale sovradelineata che consentirebbe di accelerare, appunto, i tempi del conseguimento del certificato e quindi ridurre anche i costi.

Certificazione di prodotto e sovranità nazionale

Contiamo che la certificazione di prodotto di fatto obbligatoria dia un contributo anche all’altro argomento molto caro alla Agenzia per Cyber security Nazionale, ossia la sovranità nazionale in tema digitale. Questo concetto esprime una posizione autarchica che va contestualizzata e perimetrata: una autarchia hard, ossia tecnologica, implica una capacità autonoma di produzione che copra tutto il flusso della catena del valore, comprese materie prime e logistica, comprese le fonderie dei microchip, e così via. Il perimetro di tale autonomia non può che essere europeo, ma anche in questo caso dovrà necessariamente comprendere punti di fornitura extra europei per le materie prime, cosa che apre il concetto di sistema chiuso legato all’autarchia.

La logica dell’autarchia parte dal perimetro e dagli ambiti di applicazione. E automaticamente ci si accorge che è impossibile creare sistemi chiusi, completamente avulsi dal contesto. Naturalmente l’ACN non parla di autarchia in termini di sistema chiuso, ma di sovranità nazionale in termini di capacità di espressione di una posizione aggiornata e tecnologicamente avanzata da parte dell’Italia.

Sovranità digitale e competenze

Esiste poi una sovranità digitale “soft” che non considera solo il software, ma anche la parte “human soft”, ossia i cervelli e la loro formazione. Qui il perimetro è prettamente italiano e richiama addirittura cervelli dall’estero con la promozione di un flusso “di rientro” per i nostri laureati con competenze altamente specializzate. Tuttavia, la corsa al rialzo degli stipendi, lungi dal generare un rientro di cervelli, sta causando il depauperamento di tutte le PMI italiane a favore delle big company straniere operanti in Italia, che si possono permettere di pagare anche giovani neolaureati il doppio di quanto sarebbe previsto da un normale contratto di lavoro del settore cyber security.

Se già la globalizzazione ha, di fatto, favorito i colossi e tutti i piccoli produttori (non solo di microchip) sono destinati ad essere “mangiati”, adesso la bolla della corsa all’accaparramento delle risorse umane con titoli (o sedicenti tali) in cyber security sta cancellando le PMI italiane della tecnologia. Occorre pensare velocemente una strategia nuova, che contenga aspetti di de-globalizzazione nelle produzioni strategiche (come l’IT e la cyber security).

E così torniamo alla necessità di avere persone preparate a tutti i livelli, tattici, operativi e strategici, in quantità sufficiente da coprire le richieste del mercato. Il sistema scolastico e universitario è dunque il primo chiamato in causa per promulgare curricula tecnici e, in modo diffuso e uniforme, competenze tecniche anche nelle discipline più remote dai tecnicismi.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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