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Direttore responsabile Alessandro Longo

startup

Business angel, quanto la normativa ignora la realtà nazionale

di Paolo Anselmo, Presidente di IBAN e Luca Scarani, CBA Studio Legale e Tributario

19 Mag 2016

19 maggio 2016

Il nuovo regolamento Consob introduce la categoria degli “investitori a supporto dell’innovazione”, che sostanzialmente attribuisce un primo “riconoscimento ufficiale” alla figura del business angel. Se l’intento di dare un riconoscimento giuridico agli investitori in innovazione è lodevole, il risultato però è poco coraggioso e un po’lontano dalle consuetudini operative più frequentemente riscontrabili nel nostro Paese

Nel vigente Regolamento Consob sull’equity crowdfunding, aggiornato con le modifiche apportate dalla delibera n. 19520 del 24 febbraio 2016, sono state introdotte novità di interesse per il mondo delle startup e degli investitori.

Ad esempio, è stata prevista una semplificazione della procedura di deal flow, attraverso la concessione delle verifiche di appropriatezza dell’investimento rispetto alle conoscenze e all’esperienza dell’investitore direttamente ai gestori dei portali; la semplificazione della disciplina punta a ridurre i costi di raccolta e ad ampliare il numero di investitori attraverso lo strumento in commento.

Tuttavia, la novità che si ritiene più importante consiste nell’introduzione della categoria degli “investitori a supporto dell’innovazione”, che sostanzialmente attribuisce un primo “riconoscimento ufficiale” alla figura del business angel. O meglio, possiamo dire che si inizia a fare un timido tentativo per definire il business angel. Se l’intento di dare un riconoscimento giuridico agli investitori in innovazione è lodevole, il risultato però è poco coraggioso e un po’lontano dalle consuetudini operative più frequentemente riscontrabili nel nostro Paese.

Ai sensi dell’art. 24 del Regolamento, infatti, rientrano in tale categoria i soggetti “aventi un valore del portafoglio di strumenti finanziari, inclusi i depositi in contante, superiore a cinquecento mila euro, in possesso dei requisiti di onorabilità previsti dall’articolo 8, comma 1 e di almeno uno dei seguenti requisiti: i) aver effettuato, nell’ultimo biennio, almeno tre investimenti nel capitale sociale o a titolo di finanziamento soci in start-up innovative o PMI innovative, ciascuno dei quali per un importo almeno pari a quindici mila euro; ii) aver ricoperto, per almeno dodici mesi, la carica di amministratore esecutivo in una start-up innovativa o PMI innovativa, diversa dalla società offerente”.

Grazie a tale novità normativa, il business angel è ora considerato al pari, ad esempio, di fondazioni bancarie o incubatori di startup innovative, e ciò dovrebbe agevolare di molto il successo delle campagne di equity crowdfunding. Come noto, infatti, ai fini del perfezionamento dell’offerta sul portale una quota pari almeno al 5% deve essere sottoscritta da un investitore professionale; e più sono i soggetti che rivestono tale qualifica, più startup hanno la possibilità che la loro campagna di raccolta di capitale di rischio abbia buon fine.

Tuttavia, forse, la figura del business angel meriterebbe una definizione meno ingessata e più vicina alla realtà nazionale, che andrebbe approfondita.

Ai fini dell’accertamento della qualità di investitore a supporto dell’innovazione, il business angel presenta al gestore: una o più dichiarazioni rilasciate da banche o imprese di investimento da cui risulta che il valore del portafoglio di strumenti finanziari, inclusi i depositi in contante, è superiore a cinquecento mila euro; le attestazioni (anche autocertificazioni) in ordine alla sussistenza dei requisiti di onorabilità; le visure camerali attestanti le cariche di amministratore di start-up innovativa o PMI innovative ricoperte e le relative deleghe; e/o per ciascuna operazione, la certificazione della start-up o PMI innovativa che attesti gli investimenti effettuati nell’ultimo biennio.

Il business angel, infatti, è la cerniera ideale tra impresa tradizionale e impresa innovativa, e quindi può attivare un circolo virtuoso nell’apporto di competenze manageriali / imprenditoriali e risorse finanziarie alle startup, fungendo da garante verso le imprese che decidono di investire o co-investire. Fondamentale riconoscerlo quindi, ma si deve osare di più.

Si tratta comunque di un primo passo molto importante per l’ecosistema, un primo riconoscimento formale e professionale di tale figura, da cui riteniamo che debbano però discendere ulteriori sviluppi.

Infatti, come avvenuto per i fondi EuVECA grazie alla direttiva Ue AIFM (sui gestori di fondi di investimento alternativi, i cosiddetti FIA) applicata da Banca d’Italia, Consob e Ministero dell’Economia e delle Finanze, il riconoscimento della figura del business angel permetterebbe di definire meglio i ruoli e creare un maggior collegamento all’interno di quella che dovrebbe essere la filiera di un’idea imprenditoriale di successo: dal business angel al venture capital e private equity che accompagnano l’impresa, passo dopo passo, con mezzi e risorse a crescere e strutturarsi in Italia e, perché no, nel mondo. 

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