Ministero sviluppo economico

Startup, scatta il primo “ricambio generazionale” in Italia: il bilancio Mise

Il 18 dicembre 2016 per 820 startup innovative è giunto a scadenza il termine temporale previsto dal Decreto Crescita 2.0. L’impatto sulle metriche demografiche ed economiche espresse dalla sezione dedicata del Registro delle Imprese, tuttavia, sembra essere stato attutito dal subentro di una nuova generazione di giovani aziende innovative. Ecco il commento di Mattia Corbetta, della Direzione Generale per la Politica Industriale del Mise

21 Gen 2017
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Il 17 dicembre 2012 veniva convertito il decreto-legge 179/2012, pietra miliare della strategia italiana per le startup innovative. Quattro anni dopo, scadevano i termini temporali per l’ultimo scaglione d’imprese – quelle costituite tra il 2010 e il 2012 – soggette al “clausola di salvaguardia” di cui all’art. 25, comma 3 del decreto: una soluzione escogitata a favore di quelle imprese di recente avvio che, pur dotate dei requisiti di innovatività previsti dal provvedimento, in assenza di una disposizione con portata retroattiva sarebbero state destinate a rimanere escluse dal nuovo regime agevolativo per il solo fatto, a loro non imputabile, di essere state fondate in un momento precedente, anche se di poco, all’approvazione del decreto. Questo tecnicismo, per chi volesse approfondire, è ben illustrato nella tabella a pag. 14 della Circolare 16/E emessa l’11 giugno 2014 dall’Agenzia delle Entrate.

Ancora a un paio di mesi dalla data citata, quando dal MISE abbiamo trasmesso un avviso alle imprese soggette alla scadenza per promuoverne la transizione verso il regime agevolativo delle PMI innovative, nella sezione speciale del Registro delle Imprese dedicata alle startup innovative figuravano ancora 820 imprese “decane”.

La fuoriuscita di queste imprese dalla sezione speciale induce a diverse osservazioni.

La prima, logica, è che dal 18 dicembre 2016 in poi hanno titolo a qualificarsi come startup innovative soltanto le imprese avviate successivamente alla conversione in legge del Decreto Crescita 2.0, quelle che autenticamente potremmo chiamare “figlie dello Startup Act italiano”: imprese potenzialmente agevolate in ogni fase del loro ciclo vitale dalle misure previste dalla policy, e di cui, al termine del percorso di cinque anni previsto dalla legge, sarà molto interessante studiare le caratteristiche.

La seconda, meno immediata, riguarda gli effetti statistici di questo esodo sugli indicatori demografici e di performance finanziaria e occupazionale che caratterizzano la popolazione “residua” – oltre seimila imprese – della sezione speciale del Registro delle Imprese riservata alle startup innovative: una piena comprensione dei dati descritti nell’ultimo report trimestrale sui trend delle startup innovative – pubblicato pochi giorni fa e riguardante proprio questi aspetti, nitidamente descritti nell’istantanea scattata dal sistema camerale il 31 dicembre 2016 – è impossibile senza tener conto dell’evoluzione descritta. A meno che non ci si accontenti di letture semplicistiche, parziali, o distorte da pregiudizio.

La platea delle startup innovative in uscita annovera infatti numerose aziende ormai mature, che esprimono risultati economici significativamente più elevati rispetto alla media generale delle startup innovative iscritte alla sezione speciale. Ad esempio, guardando agli ultimi dati espressi dalla sezione speciale del Registro prima del 18 dicembre, tra le aziende in scadenza ben 113 presentavano un fatturato superiore a 500mila euro, e ben 61 facevano registrare più di 10 dipendenti. Alla stessa data, tra le imprese non in scadenza – ben 5.889 – solo 176 presentavano un fatturato superiore a 500mila euro e solo 110 impiegavano più di 10 dipendenti.

Alla luce di questa osservazione, non sarebbe stato irragionevole aspettarsi un report contrassegnato da trend in caduta libera. Così non è stato. Al contrario, il peso delle circa 100 imprese già fuoriuscite tra il 18 e il 31 dicembre è stato quasi compensato in termini di valore della produzione, del tutto compensato in termini di occupazione, e più che compensato se guardiamo al saldo netto tra fuoriuscite e nuove entrate. Vediamo come.

Nel quarto trimestre 2016 il saldo delle iscrizioni è stato comunque positivo per un totale di 382 unità, un incremento del 6% simile a quello descritto nei rapporti precedenti, portando il totale a 6.745. Probabilmente non è un caso che ciò accada in concomitanza con un’evidente impennata nell’utilizzo della nuova modalità digitale e gratuita per la costituzione delle startup innovative, un servizio avviato a fine luglio 2016 che – come sarà descritto in un report in pubblicazione sul sito del MISE lunedì gennaio 23 gennaio – solo tra novembre e dicembre ha riguardato più di 100 imprese.

Secondo, l’uscita delle startup più anziane non ha ridotto il totale del personale coinvolto nelle imprese iscritte: cresce ancora sia il numero dei soci operativi (ora a quota 27mila, 1.381 in più rispetto al 30 settembre) che dei dipendenti (9.169, 127 in più rispetto al 30 settembre). L’effetto della fuoriuscita delle imprese più mature, semmai, si riscontra nel rallentamento del tasso di crescita del personale dipendente, in questo trimestre pari all’1,4% contro il 10,4% che troviamo nel report precedente. L’attuale media degli addetti, pari a 3,4 a impresa, è in ogni caso molto superiore di quanto registrato a fine 2015, quando non superava i 2,9.

Catturano maggiormente l’occhio le variazioni nei dati sul valore complessivo della produzione. Tra settembre e dicembre, nonostante l’incremento di 382 unità della popolazione della startup, tale valore è rimasto pressoché invariato, passando da 585,2 a 583,9 milioni di euro. Il fatturato medio per impresa, invece, pari a poco più di 144mila euro, risulta in calo del 5,1%. Questo perché il valore della produzione delle circa 100 imprese fuoriuscite ammonta a circa 30 milioni di euro, che le startup innovative neo-iscritte in possesso di almeno un bilancio (circa 200) compensano quasi del tutto in volume, ma ovviamente non in media.

Esplorando con ancora più attenzione le evidenze empiriche a nostra disposizione, un dato in particolare sembra confermare con chiarezza l’attendibilità della linea interpretativa illustrata in questo articolo: si tratta del valore mediano della produzione delle startup innovative – imprese che, come è noto, hanno per definizione meno di cinque anni di vita –, pari a 30mila euro. Un valore molto contenuto, emblematico di come la maggior parte delle startup innovative impieghi molto tempo a entrare sul mercato. A fondamento del fatto che la platea delle imprese subentrate, di recente o recentissima costituzione, presenta metriche economiche minime o ancora non rilevabili.

Nel concludere questo commento, è doveroso sottolineare come per un’analisi più compiuta dell’impatto dell’”esodo” del 18 dicembre 2016 sia necessario attendere la fuoriuscita di tutte le 820 startup giunte a scadenza. Alcune di queste, però, rimarranno nel registro delle startup innovative ancora per qualche tempo, in accordo con la locale Camera di Commercio, con la quale intuibilmente stanno gestendo la transizione, in piena continuità, verso la sezione speciale del Registro dedicata alle PMI innovative. Una procedura molto semplice – basta una semplice comunicazione d’impresa –, per la quale è necessario soddisfare i requisiti per l’iscrizione al nuovo regime: in genere le startup innovative mature li hanno tutti, tranne la certificazione legale del bilancio.

Il regime agevolativo per le PMI innovative nasce da una precisa intenzione del legislatore: far sì che le imprese che operano sulla frontiera dell’innovazione, ma che hanno superato la fase di “startup”, continuino a essere premiate per il loro contributo alla modernizzazione del tessuto produttivo del Paese. Così come quello di startup innovativa, lo status di PMI innovativa è a carattere opzionale, e dunque l’opportunità di scalare da un regime all’altro risiede innanzitutto nelle mani delle imprese stesse: del resto, chi meglio di loro può valutare l’utilità di agevolazioni godute per anni? Alle istituzioni, alla stampa e a tutti gli stakeholder dell’ecosistema spetta invece un altro compito importante: diffondere la conoscenza sulle opportunità offerte dalle politiche nazionali per l’innovazione, e impedire che esse vengano disperse per ragioni che nulla hanno a che vedere con il talento degli imprenditori e la qualità dei prodotti o servizi offerti. Un’esortazione che vale, a ben vedere, per qualsiasi moderna politica industriale.

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