studio deda

Ma i Comuni sono davvero digitali? come passare dai servizi online ai servizi utili



Indirizzo copiato

La maturità digitale dei Comuni cresce in modo netto, ma il successo degli indicatori attuali mostra anche il limite del benchmark. Dopo il PNRR, la sfida diventa misurare qualità dei servizi, interoperabilità, uso dei dati, AI e sostenibilità organizzativa

Pubblicato il 16 giu 2026

Andrea Tironi

Project Manager – Digital Transformation



Mappa dei Comuni digitali 2025 mercato digitale in italia
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


C’è un momento preciso in cui qualsiasi benchmark smette di fare il suo lavoro. Non è quando i risultati sono buoni. È quando i risultati sono tutti buoni. Quando il 94% dei soggetti misurati ottiene il punteggio massimo o quasi, quella misurazione ha esaurito la sua funzione discriminante. Non misura più niente di utile. Certifica un livello raggiunto, certo, ma non dice dove andare. Non aiuta a capire chi è avanti e chi è indietro nella corsa che viene dopo.

Questa è esattamente la situazione in cui si trova oggi la PA italiana, almeno per quanto riguarda la digitalizzazione di base. L’ottava edizione dell’Indagine sulla maturità digitale dei Comuni capoluogo, realizzata da FPA per Deda Next e presentata a FORUM PA 2026, registra un salto storico: 103 comuni capoluogo su 110 si collocano nella fascia più alta dell’indice Digital Public Services, con un punteggio medio di 87,2 su 100. Nel 2024 erano 35. L’anno scorso erano 67.

Un risultato straordinario. Davvero. Nessuno vuole sminuirlo e questo certifica un risultato positivo delle politiche PNRR. Ma chi ha lavorato con benchmark, modelli di valutazione e sistemi di misurazione della performance sa che c’è un segnale preciso da riconoscere in questo tipo di dato: il benchmark è saturo. E un benchmark saturo non è più un benchmark. È una fotografia del passato o di un risultato raggiunto che ora richiede un pensare ad un nuovo livello.

L’effetto MMLU: quando i modelli superano il test, si cambia il test

Chi segue il mondo dell’intelligenza artificiale conosce bene questa dinamica. Per anni il benchmark MMLU (Massive Multitask Language Understanding) è stato lo standard di riferimento per misurare le capacità cognitive dei modelli linguistici. Poi, intorno al 2024-2025, i modelli più avanzati hanno cominciato a saturarlo, raggiungendo punteggi superiori al 90% in quasi tutte le categorie. GPT-4, Claude, Gemini: tutti abbondantemente sopra la soglia.

La comunità scientifica non ha festeggiato e si è fermata. Ha costruito MMLU-Pro, BIG-Bench Hard, GPQA, ARC-Challenge. Nuovi benchmark, più difficili, progettati per misurare capacità che i vecchi test non riuscivano nemmeno a intuire: ragionamento multi-step, incertezza epistemica, robustezza a framing alternativi. L’obiettivo non era punire i modelli che avevano fatto bene. Era capire dove stava il prossimo livello da raggiungere.

Con la PA italiana ci troviamo esattamente nello stesso punto. Il PNRR ha funzionato da acceleratore efficace: ha imposto scadenze, ha messo risorse, ha standardizzato il template del sito comunale, ha spinto sull’adozione di SPID, CIE, pagoPA, App IO. Ha creato le condizioni per cui 72 comuni su 110 raggiungono oggi un buon livello di maturità digitale complessiva. Il piano ha fatto quello che doveva fare. Il benchmark ha misurato quello che doveva misurare. Ora entrambi hanno finito il loro lavoro.

Le macchie di leopardo che svaniscono e cosa resta

Per anni, chiunque si occupasse di digitalizzazione della PA ha usato l’immagine del leopardo: esperienze radicalmente diverse a seconda del comune in cui ti trovavi, servizi eccellenti in una città e assenti nella città vicina, un mosaico di qualità che rendeva impossibile parlare di PA digitale italiana come di un sistema unitario. Il Comune A aveva l’app per i pagamenti, il Comune B ti mandava ancora a fare la fila allo sportello.

I dati 2026 raccontano che quelle macchie si sono notevolmente sbiadite. Tra i 72 comuni nella fascia più alta ci sono adesso 11 piccole città sotto i 50mila abitanti (erano 3 nel 2024), 24 realtà medio-piccole (erano 9 nel 2024), e ben 17 città del Mezzogiorno (erano 3 nel 2024). Il divario geografico non è scomparso, ma la distanza si è ridotta in modo significativo. Per la prima volta si può parlare di una base comune, di un pavimento digitale nazionale.

Bene. Benissimo. Ma questa omogenizzazione verso l’alto risolve il problema della misurazione della presenza e ne crea uno nuovo: se tutti hanno più o meno gli stessi servizi di base, come distinguiamo chi governa meglio il digitale da chi lo subisce passivamente? Come misuriamo la qualità reale dell’esperienza del cittadino, e non solo la presenza o assenza di una funzionalità tecnica? Come capiamo chi è pronto per il prossimo passo e chi sta solo mantenendo il livello raggiunto a fatica?

Il vero banco di prova: la PDND racconta un’altra storia

C’è una dimensione nei dati FPA 2026 che stona leggermente con l’ottimismo generale, e che merita di essere letta con attenzione proprio perché è meno rumorosa delle altre. È quella sulla PDND, la Piattaforma Digitale Nazionale Dati, il sistema che dovrebbe abilitare l’interoperabilità reale tra amministrazioni.

A fine aprile 2026 erano oltre 11.400 gli e-service erogati dai comuni sulla PDND. Un numero che suona bene. Ma la distribuzione racconta una storia diversa: i servizi più popolari sono quelli sull’Albo pretorio (1.604 servizi) e sul Protocollo (1.479). Cioè i servizi più semplici da erogare, quelli che un ente eroga e basta, senza che nessun altro debba fare nulla di particolare per fruirli. Sempre che rendere disponibile l’albo pretorio sia utile … I servizi welfare sono 310. La mobilità 335. L’edilizia e il catasto 218.

Sul fronte della fruizione, è ancora relativamente basso il numero di enti abilitati ai servizi che davvero cambiano la vita dei cittadini: il Contrassegno unificato disabili europeo (CUDE), la consultazione dell’ISEE, le basi dati ANIS e ANIST per l’educazione. Questi servizi sono stati identificati come prioritari per l’abilitazione di servizi interoperabili in ambito mobilità, welfare ed educazione. Eppure restano ai margini dell’adozione reale.

Quello che la PDND rivela è che la PA italiana ha imparato a erogare servizi digitali (o li ha erogati come obiettivo del PNRR), ma non ha ancora imparato a connettere servizi digitali in modo intelligente. Sa pubblicare, ma fatica a dialogare. Sa mettere online, ma stenta a costruire ecosistemi. E questa differenza non è tecnica. È culturale e organizzativa e a quanto rilevo da esperienza diretta sul campo nelle ultime settimane è più un problema di fornitori che non di PA. La PA vorrebbe risparmiare tempo connettendo le basi dati, ma i fornitori latitano. Ho chiesto a 13 fornitori di darmi le loro API: 1 ha risposto con uno swagger, 2 hanno chiesto chiarimenti in merito a cosa volevo, 10 non hanno risposto. Come possiamo creare un ecosistema di dati della PA con una situazione del genere?

Quali nuovi benchmark per la PA del futuro?

Se il vecchio benchmark ha saturato, quale sarà il nuovo? Non è una domanda retorica, è una domanda operativa. Misurare significa orientare. Ciò che si misura diventa priorità, ciò che non si misura scompare dall’agenda. Quindi la scelta delle nuove dimensioni da monitorare è una scelta politica prima ancora che tecnica.

Alcune direzioni da esplorare:

Qualità dell’esperienza reale

Qualità dell’esperienza reale, non solo disponibilità del servizio. Avere un servizio online non significa che funziona bene. I nuovi indicatori dovrebbero misurare i tassi di completamento delle transazioni digitali, i tempi di risposta, la percentuale di utenti che abbandonano a metà processo. Il cittadino che inizia a pagare la TARI online e si ferma a metà è un fallimento del servizio digitale, anche se formalmente il servizio esiste.

Servizi proattivi basati su eventi della vita

Capacità di erogare servizi proattivi basati su eventi della vita. La vera maturità digitale non è rispondere a una richiesta del cittadino, ma anticiparla. Se so che un cittadino ha appena avuto un figlio, devo essere in grado di proporgli automaticamente i servizi a cui ha diritto: assegno unico, iscrizione all’asilo nido, aggiornamento dello stato di famiglia. Il modello dei life events, previsto nella visione strategica europea, richiede un livello di integrazione e proattività che va molto oltre il sito web ben fatto.

Intelligenza artificiale nei processi interni

Maturità nell’uso dell’intelligenza artificiale nei processi interni. Non solo AI nei chatbot di front-end, ma AI nell’analisi documentale, nella gestione dei procedimenti, nel supporto alle decisioni. Quanti comuni hanno integrato strumenti di AI nei flussi di lavoro reali? Quanti hanno una policy di governance dell’AI? Quanti hanno formato il personale non solo sull’uso degli strumenti, ma sui rischi e sulle responsabilità?

Co-progettazione dei dati tra enti

Capacità di co-progettazione dei dati tra enti. La PDND non è un catalogo di servizi: è un’infrastruttura per costruire ecosistemi informativi. Il nuovo benchmark dovrebbe misurare non solo quanti e-service un ente eroga, ma quanti ne fruisce attivamente, quante integrazioni ha attivato con altre amministrazioni, se ha una strategia di data governance documentata e operativa.

Sostenibilità organizzativa del digitale

Sostenibilità organizzativa del digitale. Uno dei rischi reali del post-PNRR è che i servizi implementati con i fondi europei vengano abbandonati perché non c’è personale formato per mantenerli, aggiornarli, migliorarli o peggio non vengono usati dai cittadini perché non fruibili o nemmeno sanno che esistono. Il benchmark del futuro dovrebbe includere indicatori di capacità organizzativa: presenza di figure dedicate (RTD realmente operativi, non solo nominati), piani di formazione continua, budget dedicato all’innovazione digitale a prescindere dai fondi straordinari.

Dalla città digitale alla città cognitiva: una transizione che richiede coraggio

Gianni Dominici, CEO di FPA, parla di passaggio dalla ‘città digitale’ alla ‘città cognitiva’. È una formula che mi piace, anche perché non è solo marketing: coglie qualcosa di reale. Una città digitale ha i servizi online. Una città cognitiva usa i dati e l’intelligenza per migliorare continuamente quei servizi, per anticipare i bisogni, per prendere decisioni migliori. Non è solo una questione di tecnologia più avanzata. È una questione di cultura diversa. Posso anche spegnere un servizio, e può essere una scelta perché la demografia è cambiata, non solo una scelta per motivi di costi o spesa corrente.

Il PNRR ha aiutato a costruire la città digitale. Ha fornito i mattoni: siti, piattaforme, identità digitali, pagamenti online. Ha imposto scadenze che hanno costretto anche le amministrazioni e i fornitori più resistenti ad adeguarsi. Ha creato un livello minimo comune, che fino a qualche anno fa era un sogno. Ma i mattoni non fanno una città. Li tiene insieme il progetto, la visione, la capacità di chi abita quegli spazi di usarli in modo intelligente.

La transizione verso la città cognitiva richiede qualcosa che i fondi europei non possono comprare: tempo di riflessione, investimento nella formazione delle persone, cultura del dato come risorsa strategica e non come adempimento burocratico, leadership digitale che sappia tradurre la visione in azioni concrete, analisi dei processi e change management.

Richiede RTD che siano davvero responsabili della trasformazione digitale, non semplici firmatari di atti amministrativi o figure elette senza competenza ma per adempimento.

Richiede segretari comunali che capiscano le implicazioni giuridiche dell’AI prima che queste implicazioni diventino contenziosi.

Richiede sindaci che abbiano il coraggio di investire in innovazione anche quando non ci sono bandi a coprire la spesa.

Non è la fine. È la fine dell’inizio

I dati di FPA 2026 vanno letti con soddisfazione e con lucidità, insieme. Con soddisfazione perché certificano che un lavoro enorme, fatto in condizioni difficili, con risorse umane mai sufficienti e scadenze spesso impossibili, ha prodotto risultati reali. I cittadini di 72 comuni capoluogo hanno oggi accesso a servizi digitali che tre anni fa non esistevano o non funzionavano. Questo è un fatto concreto, misurabile, importante.

Con lucidità perché il benchmark saturo non può diventare l’alibi per non costruirne uno nuovo. Nel mondo degli LLM, quando un modello raggiunge il 90% su MMLU, nessuno dice ‘abbiamo finito, l’intelligenza artificiale è risolta’. Si costruisce il test successivo, si alza l’asticella, si cerca il prossimo livello. La PA italiana deve fare lo stesso.

La vera domanda post-PNRR non è ‘abbiamo raggiunto gli obiettivi?’ (sì, in larga misura a livello di parametri che misuriamo), ma ‘quali sono i prossimi obiettivi?’. E questa domanda non può essere delegata ai fondi europei del prossimo ciclo. Deve nascere da una visione nazionale condivisa, da un Piano Triennale che sia davvero un piano strategico innovativo che aspettiamo a settembre perché quello del triennio precedente era stato fatto con l’AI appena arrivata, da un modello di misurazione di seconda generazione che misuri la profondità dell’innovazione e non solo la sua presenza.

Le macchie di leopardo si sono sbiadite. Il pavimento digitale comune è stato costruito. Ora bisogna decidere che edificio ci vogliamo costruire sopra. E la risposta la possiamo dare solo noi, che lavoriamo nella PA, probabilmente unendo idee dall’alto e idee dal basso.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x