L’Europa si prepara a mettere a disposizione dei cittadini l’EUDI Wallet, il portafoglio di identità digitale previsto dal regolamento eIDAS2. La sua diffusione richiede un ecosistema capace di sostenere nel tempo i costi di emissione, gestione e verifica delle attestazioni. Il Business Models Study Report, pubblicato dalla Commissione europea nel 2026, esamina come finanziare questi servizi[1].
Indice degli argomenti
Chi finanzia l’EUDI Wallet e l’identità digitale europea
Un cittadino presenta una patente digitale a un autonoleggio. L’impresa ne verifica l’autenticità e acquisisce le informazioni necessarie al contratto. Per rendere possibile questa operazione occorrono un soggetto che emetta l’attestazione, un portafoglio che la custodisca e strumenti per verificarla. Ciascuno sostiene dei costi; il risparmio eventualmente ottenuto dall’autonoleggio non diventa automaticamente un ricavo per tutti coloro che hanno contribuito al servizio.
Il report affida un ruolo rilevante alla disponibilità delle imprese a pagare per verifiche più efficienti e nuovi servizi. Le scadenze del 24 dicembre 2026, per la disponibilità dei wallet, e del 24 dicembre 2027, per la loro accettazione da parte dei privati interessati dall’obbligo, rendono concreta la domanda: chi sosterrà i costi e a quali condizioni?
I modelli di business e il caso IT-Wallet
L’articolo esamina i modelli proposti dal report, distinguendo le opportunità economiche dalle ipotesi ancora da dimostrare. L’analisi riguarda la disponibilità delle imprese a pagare, la distribuzione dei ricavi fra fornitori, emittenti e intermediari e la copertura dei servizi utili ai cittadini ma poco remunerativi.
Un capitolo è dedicato all’IT-Wallet, per confrontare il percorso europeo con i principi economici già adottati in Italia e con le decisioni rinviate alla disciplina attuativa. Il criterio di valutazione è la capacità di assicurare continuità del servizio e tutela dei cittadini, insieme a condizioni sostenibili per gli operatori.
La proposta dell’autore: verificare i pagamenti proteggendo la riservatezza
La remunerazione basata sull’uso pone anche un problema di riservatezza: come dimostrare che un pagamento è dovuto senza ricostruire le attività del cittadino?
Su questo punto, l’articolo sviluppa una proposta dell’autore, distinta dalle indicazioni del report, basata sulle Zero-Knowledge Proof (ZKP), strumenti crittografici che consentono di verificare un’affermazione senza rivelare i dati riservati che la dimostrano. La proposta combina queste prove con accorgimenti per limitare le informazioni esposte dalla rendicontazione.
Ne vengono discussi funzionamento, limiti e condizioni da verificare, compreso il costo: anche la protezione della riservatezza deve trovare una copertura nel modello economico dell’ecosistema.
Le due scadenze dell’EUDI Wallet e la questione della sostenibilità economica
L’EUDI Wallet permette di identificarsi e presentare attestazioni digitali, come una qualifica professionale o un titolo di studio, mantenendo il controllo sulle informazioni condivise. La sua utilità dipende dalla disponibilità di credenziali affidabili e di servizi capaci di accettarle. Un portafoglio senza occasioni d’uso frequenti difficilmente giustifica, agli occhi del cittadino, il cambiamento delle proprie abitudini.
Il 24 dicembre 2026: mettere a disposizione il wallet
Entro il 24 dicembre 2026 ciascuno Stato membro deve fornire almeno un EUDI Wallet. Il termine deriva dai ventiquattro mesi previsti dall’articolo 5 bis del regolamento eIDAS, calcolati dall’entrata in vigore degli atti di esecuzione pertinenti, avvenuta il 24 dicembre 2024[2].
La disponibilità di una soluzione conforme costituisce il punto di partenza. L’impiego quotidiano richiede che amministrazioni e imprese adattino procedure e sistemi, che gli emittenti rendano disponibili le attestazioni e che il cittadino trovi un vantaggio concreto nell’utilizzarle.
Il 24 dicembre 2027: l’accettazione da parte dei privati interessati
Il 24 dicembre 2027 scade il termine di trentasei mesi per l’accettazione da parte dei privati ai quali la legge o un obbligo contrattuale impongono l’autenticazione forte per l’identificazione online. Sono escluse microimprese e piccole imprese; l’accettazione avviene su richiesta volontaria dell’utente. Pubbliche amministrazioni e piattaforme online di dimensioni molto grandi sono oggetto di disposizioni distinte[3].
L’obbligo crea una base di servizi accessibili, senza assicurare quanti cittadini sceglieranno il nuovo canale. Un’impresa può dover sostenere i costi dell’integrazione prima che l’utilizzo raggiunga volumi sufficienti a compensarli. Questa distanza fra adempimento e convenienza economica attraversa l’intero problema del finanziamento.
Che cosa propone il report e che cosa lascia aperto
Il report distingue chi fornisce il wallet, chi emette le attestazioni e chi le utilizza per erogare un servizio. Quest’ultimo soggetto è la relying party, o parte facente affidamento: nell’esempio iniziale, l’autonoleggio.
Gli attori che sostengono i costi e quelli chiamati a pagare
Gli emittenti rendono disponibili informazioni verificabili; i fornitori dei wallet gestiscono le applicazioni e i servizi collegati; gli intermediari possono curare integrazione tecnica, rapporti commerciali e distribuzione dei ricavi. Il cittadino presenta le credenziali necessarie alla specifica operazione.
Lo studio assume che le parti facenti affidamento private possano tradurre più facilmente questi servizi in un beneficio economico e siano quindi i principali soggetti disposti a pagare. I loro corrispettivi dovrebbero remunerare, direttamente o indirettamente, gli altri partecipanti[4].
Questa rappresentazione chiarisce il flusso atteso del denaro. Rimane da verificare se il beneficio di chi acquista il servizio sia abbastanza ampio da finanziare tutti i passaggi, lasciando a ciascun operatore un incentivo adeguato.
Dall’avvio pubblico alla crescita commerciale
Il percorso delineato comprende quattro fasi. Il settore pubblico sostiene l’avvio e favorisce l’adozione iniziale. L’espansione coinvolge nuove imprese e attestazioni pubbliche. La commercializzazione aggiunge attributi provenienti da soggetti privati e forme di remunerazione più articolate. Il consolidamento dovrebbe consentire una redistribuzione stabile dei ricavi.
Lo studio presenta questa sequenza come una proposta di sviluppo. Non definisce prezzi dettagliati e dichiara di non voler produrre una quantificazione esaustiva del mercato. La metodologia comprende analisi documentale e interviste a esperti e partecipanti ai progetti pilota.
Il contributo degli operatori aiuta a individuare ostacoli reali. Il loro accordo sulla plausibilità del modello non dimostra, però, che i ricavi attesi copriranno i costi nelle diverse configurazioni nazionali. Il documento offre una base per costruire piani economici; non consente ancora di considerarli verificati.
Cinque modalità di finanziamento, con effetti diversi sull’ecosistema
Corrispettivi per transazione e per numero di utenti
La prima opzione consiste nel far pagare la parte facente affidamento in funzione delle operazioni. Nel report, la transazione corrisponde alla richiesta di verifica avviata dall’utente presso il servizio, indipendentemente dall’esito. Il collegamento fra utilizzo e corrispettivo è intuitivo, ma richiede di definire con precisione che cosa venga contabilizzato[5].
Una richiesta ripetuta, una verifica fallita o la presentazione di più attestazioni nella stessa procedura possono produrre risultati economici differenti. In assenza di regole comprensibili, il costo effettivo per il servizio rischia di essere meno prevedibile di quanto suggerisca una semplice tariffa unitaria.
La seconda opzione commisura il pagamento al numero di utenti. Il debitore resta l’operatore: il numero delle persone costituisce la base di calcolo. Lo studio considera sia utenti attivi in un periodo sia una platea potenzialmente raggiungibile. Nel secondo caso, la distanza fra pagamento e valore realizzato aumenta: avere accesso a una popolazione numerosa non garantisce che questa utilizzi il servizio.
Lo stesso report riconosce che questi modelli possono favorire gli impieghi ad alta frequenza, le platee estese e i clienti più grandi. Il rischio, per la cittadinanza digitale, è che servizi socialmente utili ma utilizzati raramente ricevano minore attenzione commerciale.
Integrazione tecnica, accesso e finanziamento pubblico
I corrispettivi di integrazione remunerano strumenti, collegamenti informatici e assistenza tecnica. Possono assumere la forma di un pagamento iniziale o di un canone. Le tariffe di accesso riguardano invece la partecipazione all’ecosistema e, nella classificazione del report, non comprendono necessariamente servizi tecnici.
La distinzione incide sulla concorrenza. Pagare per un’attività di integrazione identificabile permette di confrontare offerte e prestazioni. Pagare per accedere a un’infrastruttura richiede anche di capire chi stabilisca le condizioni, quali alternative esistano e come sia garantito un trattamento proporzionato.
Il finanziamento pubblico completa il quadro. Lo studio lo considera necessario soprattutto all’avvio, mantenendolo fra le fonti possibili anche nelle fasi successive5.
Combinare queste opzioni offre flessibilità, ma può sommare costi di ingresso, canoni e pagamenti per utilizzo. La sostenibilità va valutata sul prezzo complessivo sostenuto dalla parte facente affidamento. La redditività di ciascun anello, osservata separatamente, potrebbe risultare incompatibile con la convenienza dell’intera operazione.

Figura 1. Chi paga e chi sostiene i costi dell’EUDI Wallet.
La disponibilità a pagare delle imprese deve essere dimostrata
Dai risparmi attesi al beneficio economico effettivo
Il report collega la domanda di servizi a minori frodi, verifiche più rapide, semplificazione delle procedure e nuove opportunità commerciali. Questi benefici dipendono dal caso d’uso. Una procedura prevalentemente manuale offre margini di risparmio diversi da un servizio già automatizzato.
Per stimare quanto un’impresa sia disposta a pagare occorre confrontare il beneficio ottenibile con i costi aggiuntivi: integrazione, gestione delle anomalie, aggiornamenti, assistenza e responsabilità. L’autenticità di una credenziale, da sola, non dimostra che ogni controllo previsto dal processo aziendale possa essere eliminato. Anche il mantenimento di canali alternativi può limitare la riduzione dei costi complessivi.
Il beneficio potenziale dell’identità verificabile deve essere tradotto in risultati misurabili per singolo processo. Solo una parte dei risparmi potrà essere assorbita dalle tariffe senza indebolire l’incentivo dell’impresa a adottare il servizio.
Chi finanzia la transizione se l’adozione cresce lentamente?
I costi iniziali precedono la domanda. Se gli utenti attivi aumentano lentamente, le spese di sviluppo, sicurezza e gestione devono essere ripartite su poche operazioni. Tariffe elevate possono rallentare l’adesione delle imprese; tariffe contenute richiedono risorse che coprano il disavanzo.
Lo studio descrive il contributo pubblico e la progressiva apertura a ricavi commerciali, ma non quantifica la durata della transizione né le risorse necessarie nei diversi scenari. Le quattro fasi non costituiscono un calendario finanziario.
Un piano verificabile dovrebbe mostrare come cambiano i risultati quando diminuisce la frequenza d’uso, ritarda l’ingresso degli emittenti o aumentano i costi di assistenza. Dovrebbe anche identificare chi sostiene lo scostamento rispetto alle previsioni. Senza questo passaggio, la prospettiva della crescita futura rischia di lasciare poco definita la copertura dei costi presenti.
Remunerare i servizi rispettando la riservatezza degli utilizzi
Il regolamento eIDAS2 limita la raccolta, da parte del fornitore del wallet, di informazioni sull’utilizzo non necessarie alla prestazione dei suoi servizi. Questa garanzia pone un problema concreto ai modelli che collegano i ricavi alle operazioni: come provare che un corrispettivo è dovuto senza produrre una cronologia delle attività del cittadino[6]?
Il report richiama tecniche e protocolli per conciliare remunerazione e non osservabilità, inclusi lavori dell’ETSI, l’Istituto europeo per le norme di telecomunicazione, sui servizi di convalida delle attestazioni. Discute anche il possibile ruolo degli intermediari nella fatturazione e nella raccolta dei ricavi[7].
Il riferimento a queste soluzioni documenta una direzione di lavoro. La loro idoneità deve essere valutata rispetto a ciò che ogni attore può effettivamente conoscere, ai dati necessari per contestare una fattura e ai costi del sistema. Spostare la contabilizzazione presso un intermediario, di per sé, non dimostra che il problema sia risolto.
La scelta economica dipende dall’architettura tecnica. Un canone può ridurre la necessità di conteggi dettagliati, distribuendo però gli oneri in modo meno aderente all’utilizzo. Una tariffa per operazione può essere più proporzionale, ma richiedere strumenti aggiuntivi di verifica e protezione dei dati. Anche questi strumenti hanno un costo da includere nel modello.
Una proposta dell’autore: usare le Zero-Knowledge Proof per verificare i corrispettivi
A giudizio di chi scrive, una strada da sperimentare consiste nell’impiego delle Zero-Knowledge Proof (ZKP) per verificare i presupposti della remunerazione senza rendere visibili i dati personali delle operazioni sottostanti. La proposta qui delineata costituisce una valutazione personale dell’autore, distinta dalle indicazioni del report della Commissione. La sua applicabilità all’ecosistema EUDI Wallet richiederebbe una specifica validazione.
Come anticipato, le ZKP consentono di dimostrare la verità di un’affermazione senza rivelare le informazioni riservate utilizzate per provarla. Per comprenderne la logica, si può immaginare di dimostrare che un importo è stato calcolato correttamente su documenti autentici senza mostrare al destinatario i dettagli contenuti in quei documenti. La garanzia riguarda l’affermazione verificata; ciò che viene dichiarato pubblicamente resta visibile[8].
Applicata alla remunerazione, questa proprietà potrebbe permettere a un operatore di dimostrare che il totale fatturato corrisponde a un insieme di eventi ammissibili, conteggiati una sola volta e valorizzati secondo la tariffa concordata. Chi controlla il corrispettivo conoscerebbe l’importo, il periodo e gli elementi commerciali necessari alla liquidazione, senza ricevere l’identità dei cittadini o il contenuto delle attestazioni presentate.
L’impresa che eroga il servizio continuerebbe a trattare le informazioni necessarie alla propria attività. Il vantaggio consisterebbe nell’evitare che la rendicontazione ne imponga la circolazione presso ulteriori soggetti: consentire a chi liquida i corrispettivi di verificarne la correttezza senza ricevere gli elementi necessari a ricostruire gli utilizzi individuali.
Per costruire questo meccanismo occorrerebbe anzitutto definire l’evento che dà diritto al pagamento: una richiesta di verifica, una verifica completata o un’altra prestazione contrattualmente individuata. A quell’evento dovrebbe corrispondere una ricevuta crittografica verificabile, progettata senza identificativi persistenti del cittadino. La prova dovrebbe attestare l’autenticità delle ricevute, la loro appartenenza al periodo considerato, l’assenza di duplicazioni e la correttezza del calcolo. Servirebbe anche un controllo contro il riutilizzo della stessa ricevuta in rendicontazioni successive, evitando che tale controllo permetta di collegare attività diverse della stessa persona.
La qualità delle ricevute sarebbe decisiva. Una prova matematica può verificare che i dati rispettino determinate regole, ma non rende autentico un evento inventato alla fonte. Occorrerebbe stabilire chi possa emettere le ricevute, come queste siano legate alla prestazione e quali controlli impediscano agli operatori di generare addebiti fittizi. Anche la ripartizione dei ricavi richiederebbe regole esplicite: dimostrare che una somma è dovuta non determina quale quota spetti all’emittente dell’attestazione, al fornitore del wallet o all’intermediario.
Per contenere i costi, chi scrive proporrebbe di sperimentare la produzione di prove su gruppi di operazioni, con rendicontazioni periodiche, valutando quanta elaborazione possa essere svolta dai sistemi degli operatori senza trasferire loro ulteriori dati personali. L’obiettivo sarebbe limitare il lavoro richiesto allo smartphone e separare, dove possibile, la verifica contabile dal momento in cui il cittadino utilizza il servizio. La convenienza andrebbe misurata attraverso tempi di generazione e controllo delle prove, consumo di risorse, costi per operazione e gestione delle contestazioni, confrontandola con soluzioni più semplici.
Proteggere anche le informazioni che possono rendere riconoscibile un utilizzo
Le ZKP proteggerebbero i dati riservati utilizzati per dimostrare la correttezza del corrispettivo, ma altre informazioni raccolte dai sistemi potrebbero comunque permettere di risalire al cittadino e al servizio utilizzato. Per esempio, se un registro tecnico conserva l’indirizzo di rete del dispositivo e l’ora di accesso, chi può consultarlo potrebbe confrontarli con l’orario dell’operazione fatturata. Anche una rendicontazione che raggruppa le operazioni offre una protezione limitata quando, nel periodo considerato, il servizio è stato utilizzato da una sola persona e chi riceve il rendiconto sa chi sia.
I documenti dell’Internet Engineering Task Force (IETF), una comunità internazionale aperta di esperti che sviluppa specifiche tecniche e standard per il funzionamento di Internet, aiutano a comprendere questi rischi. Le sue pubblicazioni appartengono alla serie Request for Comments (RFC), che comprende sia specifiche di standardizzazione sia testi informativi. I riferimenti qui richiamati documentano principi tecnici, senza raccomandare prodotti commerciali: mostrano quanto la protezione dipenda anche dalle informazioni disponibili ai partecipanti e dalla possibilità di combinarle.
Nella proposta dell’autore, il primo accorgimento sarebbe evitare che ogni utilizzo del wallet generi una comunicazione immediata al soggetto che calcola o distribuisce i corrispettivi. L’operatore potrebbe raccogliere le ricevute e presentare periodicamente una prova del totale dovuto. Il destinatario riceverebbe il risultato della rendicontazione senza l’orario preciso di ciascun utilizzo, riducendo la possibilità di associare una richiesta del cittadino a un addebito osservato pochi istanti dopo.
Occorrerebbe anche limitare il dettaglio dei rendiconti. Un totale mensile suddiviso per servizio, comune e fascia oraria potrebbe comunque isolare una persona. Potrebbe essere proposto di comunicare soltanto le suddivisioni necessarie al pagamento, accorpando quelle che riguardano pochi utilizzi. Una soglia minima di operazioni sarebbe una precauzione, senza costituire da sola una garanzia di anonimato: conta anche ciò che il destinatario conosce già. Per servizi usati raramente, un canone potrebbe risultare più adatto di un conteggio puntuale.
La separazione dovrebbe riguardare anche gli accessi ai dati. Chi verifica il corrispettivo non dovrebbe ricevere indirizzi di rete dei cittadini, identificativi persistenti del wallet o copie delle attestazioni. Gli eventuali registri necessari alla sicurezza dovrebbero avere accessi e tempi di conservazione definiti ed essere separati dalla rendicontazione commerciale. Questa distinzione dovrebbe essere effettiva anche quando più funzioni appartengono alla stessa organizzazione.
Se fosse indispensabile una comunicazione diretta dal dispositivo a un servizio contabile, si potrebbe valutare un intermediario di rete che inoltri richieste cifrate. La finalità sarebbe separare chi vede l’indirizzo di rete del mittente da chi legge il contenuto della richiesta. La protezione dipenderebbe dall’assenza di collaborazione fra questi soggetti e non eliminerebbe automaticamente i collegamenti ricavabili dagli orari del traffico. Anche questa componente richiederebbe una valutazione dei costi e dei limiti.
La sperimentazione dovrebbe verificare insieme correttezza degli addebiti, riservatezza e costo complessivo, includendo gli scenari nei quali più operatori combinino le informazioni possedute. Le ZKP e gli accorgimenti descritti potrebbero rendere verificabile una componente della remunerazione senza costruire un archivio centralizzato degli utilizzi individuali. Il costo delle prove e dei controlli necessari dovrebbe però restare proporzionato al valore del servizio remunerato.

Figura 2. Verificare i corrispettivi senza ricostruire gli utilizzi individuali. Proposta dell’autore da sperimentare.
Il valore delle attestazioni e i limiti alla monetizzazione
Ma torniamo alla disamina del report della Commissione.
L’emissione, l’uso e la revoca del wallet sono gratuiti per le persone fisiche. Il documento distingue questa garanzia dall’eventuale costo di emissione di determinate attestazioni e segnala che addebiti ai cittadini potrebbero scoraggiare l’adozione o trasferire indirettamente su di loro costi di verifica.
La distinzione richiede trasparenza: il cittadino deve poter capire quale prestazione stia pagando e perché. La gratuità del contenitore avrebbe un’utilità limitata se credenziali necessarie per servizi ordinari diventassero economicamente difficili da ottenere.
Anche l’espressione “valore dei dati”, ricorrente nel report, va interpretata nel suo contesto. La remunerazione può riguardare l’affidabilità dell’attestazione, la sua emissione o i servizi di verifica. Da questa possibilità non discende una disponibilità indiscriminata delle informazioni personali per chi partecipa all’ecosistema.
Gli intermediari: servizi utili, potere contrattuale e distribuzione dei ricavi
Un intermediario può evitare a un’impresa di costruire collegamenti e rapporti separati con numerosi soggetti. Può gestire strumenti tecnici, contratti e pagamenti, facilitando anche l’uso transfrontaliero. Questa funzione ha un valore economico riconoscibile.
Il report assegna agli intermediari un ruolo crescente e prevede che possano raccogliere i corrispettivi delle parti facenti affidamento, redistribuendone una quota agli emittenti e ai fornitori dei wallet. Osserva anche che la fornitura del wallet potrebbe essere meno redditizia dell’intermediazione e risultare interessante per vantaggi strategici o attività complementari[9].
Si apre così una questione di potere contrattuale. Chi gestisce il rapporto con il cliente può influenzare condizioni economiche, accesso al mercato e ripartizione del valore. Se alcuni intermediari diventassero difficilmente sostituibili, la possibilità formale di scegliere fra fornitori potrebbe non bastare a mantenere una concorrenza effettiva.
Questa eventualità suggerisce di valutare fin dall’inizio costi di cambio del fornitore, interoperabilità commerciale e trasparenza dei criteri di redistribuzione. Andrebbe chiarito anche come evitare che la stessa funzione sia remunerata più volte attraverso livelli contrattuali diversi.
L’interesse pubblico riguarda la continuità dell’intera catena. Un’infrastruttura che genera margini commerciali senza assicurare risorse sufficienti a chi mantiene credenziali e servizi essenziali rimane economicamente fragile.
IT-Wallet: i principi economici adottati e le decisioni attuative
Il sistema italiano comprende una soluzione pubblica, resa disponibile attraverso App IO, e soluzioni private. Il Dipartimento per la trasformazione digitale descrive un percorso di progressivo adeguamento al quadro europeo, distinguendolo dalla funzionalità “Documenti su IO”, disponibile dal dicembre 2024[10].
Questa distinzione evita di misurare la maturità dell’ecosistema soltanto attraverso la presenza di documenti nello smartphone. Per la sostenibilità contano i servizi nei quali vengono utilizzati, i costi della loro gestione e le condizioni di partecipazione degli operatori.
L’Italia affronta quindi lo stesso problema descritto dallo studio europeo, con una configurazione nazionale nella quale infrastruttura pubblica e iniziativa privata devono trovare un equilibrio operativo ed economico.
Servizi gratuiti, servizi remunerabili e ripartizione degli oneri
Il D.P.C.M. del 19 marzo 2026, pubblicato il 3 agosto 2026, contiene già principi di sostenibilità.
L’articolo 7 distingue servizi base gratuiti per i cittadini e servizi remunerabili, contempla tariffe per verificatori privati e ulteriori prestazioni e rinvia a un successivo decreto la definizione di elementi essenziali del modello. Il rinvio comprende servizi e modalità di remunerazione, contributi per registrazione e mantenimento del registro, attestati riservati alla soluzione pubblica e stima degli eventuali oneri iniziali per la finanza pubblica[11].
Alla data del 14 ottobre 2026, nelle fonti istituzionali consultate per questa analisi non è stata individuata la pubblicazione del provvedimento successivo. La verifica consente di documentare il rinvio normativo, senza trasformare il mancato reperimento in una certificazione della sua assenza.
Le decisioni richiamate dal decreto incidono direttamente sugli investimenti. Un operatore deve conoscere quali servizi potrà offrire, quali costi sosterrà e su quali entrate potrà ragionevolmente contare. Se questi elementi restano incerti, anche un’integrazione tecnicamente praticabile può risultare difficile da giustificare sul piano economico.
Il confine fra servizi base e remunerabili merita particolare attenzione. Definisce la parte dell’esperienza del cittadino protetta dalla gratuità e quella aperta alla remunerazione. Le condizioni applicate ai verificatori influenzeranno, a loro volta, la convenienza ad accettare le attestazioni e ad ampliare gli utilizzi.
Il confronto con il report europeo suggerisce di accompagnare le regole con ipotesi di costo e domanda verificabili. La proporzionalità di una tariffa dipende dalla prestazione finanziata, dai volumi previsti e dall’eventuale contributo pubblico già disponibile. Senza questa visibilità è difficile valutare se gli oneri siano distribuiti coerentemente fra cittadini, imprese e amministrazioni.
La sostenibilità economica come condizione della cittadinanza digitale
Una credenziale utilizzata poche volte può essere necessaria per esercitare un diritto o accedere a una prestazione. La frequenza delle transazioni misura una componente della domanda, ma non esaurisce il valore pubblico del servizio.
Il report riconosce che alcuni meccanismi possono favorire gli utilizzi più frequenti e le platee più ampie. Per questo, la capacità di attrarre operatori commerciali dovrebbe essere valutata insieme alla copertura degli impieghi meno remunerativi. Il finanziamento pubblico può rispondere a questa esigenza anche oltre la fase iniziale, purché obiettivi, costi e risultati siano espliciti.
La crescita commerciale proposta dallo studio è una strada da verificare attraverso dati di utilizzo, costi effettivi e accordi di distribuzione dei ricavi. Il documento aiuta a identificare le componenti del problema; le decisioni attuative devono trasformarle in impegni sostenibili per chi fornisce i servizi. Anche le soluzioni crittografiche, proposte da chi scrive, discusse in questo articolo dovrebbero essere valutate secondo lo stesso criterio: quanto proteggono il cittadino, a quale costo e con quali responsabilità per gli operatori.
Il 24 dicembre 2026 e il 24 dicembre 2027 scandiscono disponibilità e accettazione del wallet. La durata dell’infrastruttura dipenderà anche da chi finanzierà ciò che il mercato remunera poco: assistenza, accessibilità, continuità e credenziali di interesse pubblico. Rendere esplicita questa responsabilità permetterà di valutare se i modelli di business sostengano davvero l’esercizio della cittadinanza digitale.
Note
[1] Commissione europea, DG CONNECT, Business Models Study Report: EUDI Wallet Ecosystem Sustainability and Business Models, 2026, DOI 10.2759/6026327, sintesi esecutiva, pp. 8-10, e obiettivi, p. 11.
[2] Regolamento (UE) 2024/1183, disposizioni che introducono l’articolo 5 bis, paragrafo 1, nel regolamento eIDAS. Per il riferimento temporale, si vedano i regolamenti di esecuzione 2024/2979 e 2024/2981, entrati in vigore il 24 dicembre 2024.
[3] Regolamento (UE) 2024/1183, articolo 5 septies del regolamento modificato, in particolare paragrafi 1-3. Nella versione inglese, la disposizione è numerata Article 5f. Il termine di trentasei mesi appartiene al paragrafo 2.
[4] Business Models Study Report, cit., catena del valore, pp. 21-22; percorso di sviluppo, pp. 29-39; metodologia, pp. 48-49. Le raccomandazioni sono presentate come non vincolanti.
[5] Ivi, opzioni di monetizzazione, pp. 17-18; combinazioni nelle diverse fasi, pp. 40-45; vantaggi e svantaggi, allegato 6.5, p. 60.
[6] Regolamento (UE) 2024/1183, articolo 5 bis, paragrafi 13-16, del regolamento modificato: gratuità, controllo dei dati, volontarietà e garanzie tecniche.
[7] Business Models Study Report, cit., pp. 18, 40-43 e 50-51. Il richiamo a ETSI TR 119 479-2 V1.1.1 riporta il riferimento utilizzato dallo studio e non costituisce una valutazione autonoma dello stato attuale o della conformità delle implementazioni.
[8] NIST, Privacy-Enhancing Cryptography: Zero-Knowledge Proof, per la definizione e le proprietà generali delle ZKP. IETF, RFC 9576, The Privacy Pass Architecture, giugno 2024, documento informativo sui requisiti di riservatezza, sui rischi di correlazione e sulle ipotesi di fiducia fra partecipanti; RFC 9458, Oblivious HTTP, gennaio 2024, specifica del percorso di standardizzazione IETF per la separazione fra informazioni di rete del mittente e contenuto delle richieste. Questi riferimenti sostengono i principi tecnici richiamati; non documentano né validano lo schema di remunerazione proposto dall’autore per l’EUDI Wallet e non costituiscono raccomandazioni di prodotti commerciali.
[9] Business Models Study Report, cit., ruolo degli intermediari, pp. 38-39; commercializzazione e consolidamento, pp. 44-45.
[10] Dipartimento per la trasformazione digitale, Sistema IT-Wallet, pagina aggiornata il 6 agosto 2026.
[11] Decreto 19 marzo 2026, “Disciplina del Sistema IT-Wallet e dei relativi servizi”, Gazzetta Ufficiale n. 178 del 3 agosto 2026, articolo 7. Il comma 6 rinvia a un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri oppure dell’autorità politica delegata, adottato con i concerti e i pareri indicati dalla disposizione.




























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