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Dall’European Innovation Scoreboard consigli al Governo: così si cambia l’Italia

Secondo lo European Innovation Scoreboard 2018 il rendimento innovativo europeo cresce ma non abbastanza e con grandi divari tra i Paesi. Valutando le maggiori carenze rilevate per l’Italia, possono essere individuate tre principali direttrici di cambiamento, da porre sul tavolo delle politiche di innovazione

07 Ago 2018

Nello Iacono

Stati Generali dell'Innovazione


Il ruolo fondamentale dello Stato, diretto e indiretto, per generare innovazione. E’ forse la lezione più importante che si ricava dalla recente pubblicazione dello European Innovation Scoreboard 2018 (EIS2018). Il nuovo indice per il resto, infatti, non riserva molte sorprese, se si eccettua la regressione della Germania, che lascia il gruppo dei Paesi “innovation leaders” per quello dei “forti innovatori”.

L’Europa mantiene un buon ritmo, anche se inferiore a quello dei Paesi asiatici e non ancora sufficiente per recuperare sugli Stati Uniti.

Per l’Italia si conferma, invece, un sostanziale stallo all’interno del gruppo dei Paesi “Innovatori moderati”, con piccoli miglioramenti diffusi e alcune regressioni sul fronte delle PMI. Ma, soprattutto, un ritardo ancora grave sul fronte del livello di istruzione e della formazione. In generale, un quadro nazionale che sembra naturale frutto di una politica sull’innovazione e sul digitale che è stata fin qui monca e disorganica, tutto il contrario di quanto sarebbe necessario.

European Innovation Scoreboard, l’innovazione europea

I dati di quest’anno dello European Innovation Scoreboard 2018 rivelano che la performance dell’Unione Europea continua ad aumentare e che negli ultimi anni è stata registrata un’accelerazione dei progressi, tendenza che dovrebbe proseguire, nonostante sia il frutto di una disomogeneità profonda tra i Paesi europei.

L’Unione Europea anche in questo rapporto continua a migliorare la propria posizione nei confronti di Stati Uniti, Giappone e Canada, mentre perde terreno rispetto alla Corea del Sud. La Cina, in recupero rispetto agli altri Paesi, ha un tasso di crescita della performance di innovazione tre volte superiore rispetto a quello dell’Unione Europea (pari al 6% rispetto al 2010), che mantiene una performance notevolmente maggiore di Brasile, India, Russia e Sud Africa.

La crescita europea è però la media tra l’effettiva crescita registrata in 18 paesi e la decrescita registrata nei restanti 10 paesi dell’Unione. L’aumento maggiore è stato osservato in Lituania, a Malta, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, mentre il calo più significativo è stato di Cipro e Romania.

Rendimento in innovazione, i quattro gruppi

L’indice di innovazione europeo prevede la classificazione dei Paesi in quattro gruppi, secondo il “rendimento in innovazione”:

  • gli Innovation Leader, dove si collocano Danimarca, Finlandia, Lussemburgo (in forte crescita), Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia, con un rendimento innovativo nettamente superiore alla media dell’UE;
  • gli Innovatori forti, dove si collocano Austria, Belgio, Francia, Germania (in regressione, lasciando il gruppo dei leader), Irlanda e Slovenia, con un rendimento innovativo superiore o vicino alla media dell’UE;
  • gli Innovatori moderati, dove si collocano Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna e Ungheria, con rendimento medio inferiore alla media dell’UE;
  • gli Innovatori modesti, dove si collocano Bulgaria e Romania, con un rendimento innovativo molto inferiore alla media dell’UE.

L’EIS2018 distingue quattro tipi principali di indicatori e dieci dimensioni dell’innovazione, per un totale di 27 indicatori diversi.

Indicatori e dimensioni dell’innovazione

  • Condizioni quadro” individua i principali motori del rendimento innovativo all’esterno delle aziende e comprende tre dimensioni dell’innovazione: Risorse umane, Sistemi di ricerca attraenti e Ambiente favorevole all’innovazione. Qui è rilevante notare come dal 2010 i progressi più significativi sono stati compiuti negli ambiti dell’Ambiente favorevole all’innovazione (soprattutto per il tasso di diffusione della banda larga), delle Risorse umane (in particolare per quanto riguarda il numero di titolari di dottorato) e dei Sistemi di ricerca attraenti (specialmente per quanto concerne le co-pubblicazioni internazionali);
  • Investimenti” individua gli investimenti pubblici e privati nella ricerca e nell’innovazione e si articola in due dimensioni: Finanziamenti e aiuti e Investimenti delle aziende. Qui è da segnalare l’aumento significativo registrato nell’ambito degli Investimenti delle aziende e degli investimenti di capitale di rischio, mentre il livello di spesa pubblica per R&S in percentuale del PIL è invece diminuito e rimane al di sotto di quello registrato nel 2010;
  • Attività di innovazione” tratta le attività innovative a livello di azienda, raggruppate in tre dimensioni dell’innovazione: imprese innovatrici, relazioni tra innovatori e asset intellettuali. Qui è da rilevare come nell’ultimo decennio sia calata la quota di PMI che introducono innovazioni, anche se i dati preliminari dell’indagine europea sull’innovazione (secondo quanto riportato nei comunicati della commissione europea) sembrano indicare una recente e positiva inversione di tendenza;
  • Impatti” riguarda gli effetti delle attività di innovazione delle aziende considerando due dimensioni: effetti sull’occupazione ed effetti sulle vendite, con rendimenti medi europei in crescita.

Secondo lo European Innovation Scoreboard 2018, la prospettiva europea è positiva, grazie agli attesi ulteriori aumenti del tasso di diffusione della banda larga e degli investimenti di capitale di rischio, in grado nei prossimi anni di favorire in modo significativo le attività innovative delle imprese e quindi un’accelerazione della crescita della performance media europea. Certamente pesa negativamente il divario e la disomogeneità tra le performance dei Paesi (soprattutto tra i Paesi collocati nei primi due gruppi e gli altri), ormai da considerarsi cronici in assenza di interventi e politiche efficaci di riequilibrio.

European Innovation Scoreboard, la performance dell’Italia

Un dato può essere esemplificativo del rendimento italiano: dal 2010 ad oggi è passato dal 76% al 78% del rendimento dell’Unione Europea. Sostanzialmente invariato e consistentemente dietro la media europea. Sono dati in stretta coerenza con quelli che si registrano con altri indicatori sull’economia digitale (come il Digital Economy and Society Index – DESI), e che mostrano un Paese in situazione, insieme, di arretratezza e di stallo.

Nello specifico, gli ambiti in cui l’Italia ha una

  • performance maggiore della media europea sono in particolare quelli relativi agli “asset intellettuali” (soprattutto però per il design non tecnologico, molto più bassi i dati dei brevetti tecnologici) e degli aspetti di innovazione delle PMI (dati però da valutare con cautela, poiché basati su survey, e quindi molto influenzati dall’autopercezione delle imprese stesse);
  • performance molto più bassa della media europea sono quelli relativi al contesto finanziario di supporto, con una spesa pubblica in Ricerca e Sviluppo e una presenza di venture capital pari alla metà della media europea, e alle Risorse Umane, con un peggioramento rispetto al 2010 nei confronti della media europea soprattutto dovuto al numero di nuovi titolari di dottorato e alla percentuale di popolazione giovane (25-34 anni) con istruzione terziaria. Qui siamo al 20% della media europea e davanti soltanto alla Romania, nonostante una crescita mostrata negli ultimi tre anni superiore a molti Paesi europei.

Un quadro già noto, con elementi di carenza strutturale, e che per questo richiede dei rapidi e profondi cambiamenti nelle politiche di innovazione e sul digitale.

Quale roadmap per la crescita

Cerco di costruire una traccia di proposta partendo da quanto viene suggerito nel “memo” a supporto dello European Innovation Scoreboard 2018. In particolare lì dove si tratta dei driver chiave di innovazione. La riflessione è semplice e chiara “I Paesi più innovativi hanno performance alte su tutti gli indicatori.

Per raggiungere un alto livello di rendimento innovativo, i Paesi hanno bisogno di un sistema di innovazione bilanciato che realizza buone performance su tutte le dimensioni. Hanno bisogno di un adeguato livello di investimento pubblico e privato in istruzione, ricerca, sviluppo delle competenze, efficaci partnership di innovazione tra aziende e università, così come un ambiente di business che facilita l’innovazione, incluse forti infrastrutture digitali, concorrenza nei mercati ed efficiente allocazione delle risorse. E un più ampio uso del procurement pubblico strategico potrebbe anche contribuire ulteriormente a creare e sostenere la domanda per soluzioni innovative.”

Le tre direttrici di cambiamento

Tutto questo si traduce, anche valutando le maggiori carenze rilevate dello European Innovation Scoreboard 2018 per l’Italia, in tre principali direttrici di cambiamento, che credo siano da porre sul tavolo delle politiche di innovazione:

  • lo Stato come attore protagonista dell’innovazione. Come scritto anche recentemente, qualsiasi politica sul digitale è asfittica senza una chiara politica industriale, ed è importante che a questa seguano strategie e programmi di investimento e di sviluppo, mobilitando risorse ed energie anche sul fronte privato. Poche priorità, chiare e nette, ma sostenute nell’intero percorso che va dall’istruzione alla ricerca agli interventi per lo sviluppo dell’innovazione nelle imprese, analizzando fino in fondo il perché del fallimento delle politiche di sostegno a Industria 4.0 (dai dati del Mise solo “il 56,9% delle imprese 4.0 dichiara di aver utilizzato almeno una misura di sostegno pubblico”);
  • la cultura come principale driver da sostenere. Il deficit culturale è diffuso su tutte le aree della popolazione: carenza di istruzione terziaria, analfabetismo funzionale, basso livello di competenze digitali di base e per il lavoro, bassa cultura di innovazione nelle grandi e nelle piccole aziende (fondamentale qui la cultura dell’open innovation come ha spiegato bene Carnovale su questa testata), nelle organizzazioni pubbliche, nelle istituzioni e nella politica. È un deficit che ci condanna alla marginalità nel futuro delle strategie internazionali, oltre che a sempre più gravi problemi di lavoro e occupazione qualificata (come dimostrano anche i dati sempre più elevati di “migrazione intellettuale” verso l’estero). Un’emergenza che deve essere affrontata come tale e quindi con un programma organico che parta dalle esperienze locali e internazionali oltre che dai suggerimenti europei;
  • gli ecosistemi come metodo di approccio alla crescita. Una delle principali carenze nazionali (rilevate anche nell’EIS2018) è quella di concepire la collaborazione, la condivisione, l’openness, tra tutti gli attori di un territorio (istituzioni, imprese, finanza, università, ricerca, cittadini, ..) come condizione di base per l’attuazione di politiche di crescita di medio-lunga prospettiva e quindi per sviluppi strutturali sociali ed economici. Lo sviluppo e il rafforzamento degli ecosistemi di innovazione sono possibili se l’attore pubblico assume questo come parte della propria missione e se il linguaggio tra gli attori (la cultura) permette loro di comunicare efficacemente.

Sono, credo, cambiamenti che consentono anche di porre le condizioni per evitare quella che possiamo definire come la trappola del determinismo tecnologico delle smart city, che rischia ancora oggi di far guidare lo sviluppo delle città dalle opportunità tecnologiche (IoT, Big Data, Intelligenza artificiale) e non dalle scelte di valore, di qualità e di benessere dei cittadini.

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