la manovra 2020

Innovazione sostenibile ai tempi del coronavirus: le idee sul tavolo

Un equilibrato sviluppo socio-economico implica il dispiegamento di politiche pubbliche basate sull’innovazione e la sostenibilità – ambientale, etica, sociale ed economica. Alcune proposte per azioni di Governo che aiutino le PMI a produrre innovazione sostenibile, specialmente alla luce delle sfide poste dal coronavirus

27 Mar 2020
Fulvio Ananasso

Presidente Stati Generali dell’Innovazione - Consigliere Club Dirigenti Tecnologie dell’Informazione


L’attuale pandemia del coronavirus (Covid-19) pone non solo interrogativi e sfide di tipo sanitario, ma anche un cambio di paradigma nel nostro modo di vivere e rapportarci (con e) nelle nostre comunità, che probabilmente cambierà radicalmente – a problema risolto – il nostro approccio alla trasformazione digitale di tutti gli ecosistemi sociali. Non più strumento di miglioramento della qualità della vita ma nuovo modello di vita.

Occorre guardare con occhi nuovi all’innovazione sociale “aperta”, soluzioni applicative (spinoff dalla ricerca e/o prodotte in crowd-sourcing dalla comunità degli innovatori) accettate dal mercato che rispondano ai bisogni sociali e migliorino la qualità della vita. L’innovazione non è solo tecnologica, ma (soprattutto) sociale, di processo e ‘disruptive’ degli orientamenti e regole usati sinora, nel rispetto dei paradigmi di Etica, Responsabilità Sociale e Sostenibilità.

In tale scenario, uno degli auspicabili cambiamenti culturali che resteranno a conclusione della pandemia sarà l’attenzione all’innovazione responsabile nei nostri modelli di vita. Nuove forme di interazione sociale e produzione di beni e servizi basate su investimenti in Innovazione che possano stimolare una crescita responsabile, collegati in modo diretto o indiretto all’uso di Information & Communication Technologies (ICT) per uno sviluppo maggiormente sostenibile.

Da questo punto di vista, sarebbe fortemente auspicabile che parte degli stanziamenti mobilitati[1] per combattere il coronavirus e la successiva ricostruzione economica fossero destinati a investimenti urgenti per stimolare l’Innovazione, specialmente proteggendo ed incentivando le micro / piccole e medie imprese (PMI) vitali per il nostro tessuto produttivo, protagoniste indiscusse di Open Innovation ma minacciate dagli sconvolgimenti del Covid-19 e dai rischi di esistenza stessa per via delle posizioni dominanti dei grandi gruppi che sopravviveranno.

Stati Generali dell’Innovazione (SGI) è attiva da tempo in azioni di stimolo istituzionale per promuovere l’Innovazione in azioni concrete di Governo, così come il monitoraggio delle stesse nelle relative declinazioni formali – leggi di Bilancio e quant’altro. Un contributo in tal senso è stato fornito nell’analisi della legge 27 dicembre 2019, n. 160 (Legge di Bilancio 2020) dal punto di vista dello stimolo ad una crescita sostenibile, nell’ambito dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). In questa sede, proviamo a mettere in luce alcune sub-ottimalità della stessa manovra, con suggerimenti e proposte per ovviare alle stesse utilizzando parte degli stanziamenti del Covid-19, onde incentivare in maniera anticiclica l’innovazione sostenibile e accelerare il ristoro dello sviluppo economico, sicurezza e benessere psico-fisico del Paese.

Legge di Bilancio 2020

Come sottolineato nel Rapporto ASviS sulla Legge di Bilancio 2020, essa rappresenta una indubbia discontinuità rispetto al passato per l’attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, coerentemente con le linee programmatiche del nuovo Governo — nazionale ed UE. Si pensi al varo del Green New Deal italiano, agli incentivi per Impresa 4.0 ed economia circolare, all’impegno per la mobilità sostenibile e l’Innovazione sociale, ecc. I 21 (dei 169) target dei 17 Sustainable Development Goals (SDG) dell’Agenda Globale 2030 per lo Sviluppo Sostenibile in scadenza nel 2020 sono però in secondo piano rispetto al contrasto all’emergenza del Coronavirus, che assorbirà prioritariamente un’enorme quantità di risorse. Sarebbe lungimirante destinarle anche all’innovazione responsabile per un cambio di paradigma delle nostre esistenze.

La Legge di Bilancio 2020 ipotizza una crescita del PIL dello 0,6% nel 2020 (1% nei due anni successivi), a fronte di un deficit del 2,2%. In un contesto di inflazione zero e politica monetaria BCE tuttora espansiva, si tratta(va) di obiettivi purtroppo modesti, con poco spazio per investimenti sostanziali e rischi di criticità – quali ad esempio l’ormai certo effetto recessivo del Coronavirus, preliminarmente stimato in (almeno) 1-2 punti percentuali, con un deficit di bilancio già oggi indicato oltre il 3%. Svimez parla di un Paese non ancora tornato ai livelli PIL pre-crisi (2008). Solo il Centro-Nord sarebbe tornato nel 2020 (in assenza del Coronavirus) a tali livelli, mentre il Sud sarà ancora una decina di punti al di sotto — al netto del Coronavirus.

Dal punto di vista della “InnovaBility” (innovation + sustainability), c’è indubbiamente nella Manovra 2020 uno stimolo per una crescita sostenibile, con attenzione alla digitalizzazione e ammodernamento delle infrastrutture, all’industrializzazione sostenibile, all’Innovazione tecnologica 4.0, ecc. E ancora, alla rigenerazione urbana, all’impiego di tecnologie sostenibili per la riqualificazione di immobili non utilizzati e aree dismesse, al bonus facciate, al rifinanziamento del bonus cultura per i diciottenni, all’aumento degli utili del gioco del Lotto destinato alla conservazione e recupero dei Beni Culturali, ecc.

Il Green New Deal è una delle maggiori innovazioni della manovra finanziaria (commi 85÷99), con 470 M€ nel 2020, 930 M€ nel 2021, 1.420 M€ annui nel 2022 e 2023. Tuttavia, il frazionamento degli interventi ne complica la gestione amministrativa e rischia di dilatarne i tempi di realizzazione, mentre dovrebbe essere coordinato con gli altri interventi attraverso la sempre più urgente Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile. Il rischio è che il termine “green new deal” diventi una sorta di buzzword multi-uso ardua da realizzare concretamente se non si attuano strumenti disruptive di gestione di infrastrutture, beni e servizi sulla base delle nuove tecnologie. Sarebbe opportuno definire nei decreti attuativi le declinazioni concrete in termini di tecnologie, piattaforme e sistemi innovativi degli investimenti in settori “verdi”, in modo che si passi dall’enunciazione teorica di sviluppo sostenibile a realizzazioni pratiche di processi organizzativi e produttivi sostenibili e socialmente responsabili utilizzando la digitalizzazione.

Altri aspetti positivi nella legge di Bilancio riguardano lo stimolo all’innovazione delle imprese, quali il rinnovato sostegno a Impresa 4.0 attraverso il credito d’imposta (al posto dell’iper- / super-ammortamento) per investimenti in ricerca e sviluppo, l’innovazione tecnologica e altre attività innovative per la competitività delle imprese (commi 198÷209), il finanziamento dei voucher per il sostegno economico alle micro / PMI attraverso gli Innovation Manager, ecc.

La manovra presenta però anche vari punti controversi. Ad esempio, la legge non sembra considerare strumenti operativi per lo stimolo alla imprenditorialità sostenibile. Mancano (o risultano ambigue) norme specifiche del procurement pubblico per l’Innovazione sostenibile, al fine di promuovere il ruolo centrale della P.A. nella transizione “green” del Paese. In particolare, due temi meritano a nostro avviso attenzione e proposte migliorative specifiche: il Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo e il Monitoraggio delle Infrastrutture (sospese).

Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo

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Le piccole e medie imprese (PMI) costituiscono oltre il 95% della forza produttiva del Paese. Per poter competere, hanno bisogno di innovare e – dati gli esigui fondi propri da dedicare alla Ricerca e Sviluppo (R&D) – di finanziamenti pubblici per Ricerca e Innovazione, erogati da tutti i Paesi avanzati – USA in primis con lo Small Business Act (SBA) ed altri capitoli di spesa.

In questo contesto di aiuti, il DL 23/12/2013 n. 145 (“Destinazione Italia”) introduceva all’art.3 il Credito di Imposta per Ricerca e Sviluppo, che consentiva di portare in compensazione nel periodo di imposta successivo a quello di sostenimento dei costi di R&D (incrementali rispetto al triennio 2012÷2014) il 50% degli stessi. Questa modalità era prevista fino al 31/12/2020, e pur non trattandosi di libera disponibilità di cassa, rappresentava nel cash flow mensile un grande risparmio, andando a compensare (con ‘soldi veri’) i versamenti fiscali dovuti via F24.

Ad esempio, un’azienda che avesse iniziato nel 2015 un progetto di ricerca spendendo X in stipendi di laureati dedicati al progetto, avrebbe goduto nell’2016 di un credito di Imposta pari a X/2, cioè il 50% dei costi della ricerca — pagandola quindi la metà del costo reale. Questo meccanismo ha incentivato molte imprese a fare Ricerca e Sviluppo, permettendo all’Italia di diventare il primo Paese al Mondo (!) per attrattività fiscale dell’Innovazione (fonte PWC).

La Manovra 2020 ha fatto scadere con un anno di anticipo (31 dicembre 2019) questa normativa, sostituendola con una nuova norma applicabile al periodo d’imposta 2020 e riguardante gli investimenti in R&D, transizione ecologica, Innovazione tecnologica 4.0 e altre attività innovative. La nuova normativa (commi 198-209) riduce il credito d’imposta per R&D dal 50% al 12% (con un tetto di 3 M€), utilizzabile (in compensazione) in tre quote annuali di pari importo (e non più in un anno) a decorrere dal periodo d’imposta successivo. Quindi un’azienda che fino al 2019 investiva in R&D 100.000 €, ne ricavava 50.000 € da usare in compensazione nell’anno successivo, mentre oggi per la stessa spesa ne ricava 12.000 € da utilizzare in quote da 4.000 € per i tre anni successivi. Con la vecchia normativa avrebbe avuto un credito di imposta pari al 50%, da quest’anno avrà un credito del 4% (12% spalmato su 3 anni), con un taglio del credito di imposta per ricerca e sviluppo del 92% — dal 50% al 4% su base annua.

Il miliardo di euro circa inizialmente allocato per tali capitoli di spesa è stato probabilmente destinato alle altre iniziative di sostegno a Impresa 4.0, causando però un danno non irrilevante alle attività di R&D delle PMI. Sarebbe il caso di ripensarlo, nell’ambito dei fondi da destinare al sostegno e rilancio economico delle imprese per il Coronavirus – al cui contrasto le PMI innovative possono peraltro dare un contributo determinante, soprattutto per quanto concerne applicazioni e soluzioni innovative per smart working, e-health / telemedicina, piattaforme di e-learning / co-working, ecc. Ad esempio, è grazie alla Ricerca finanziata dal Credito di Imposta di “Destinazione Italia” che Mediavoice ha potuto realizzare nuove soluzioni tecnologiche per non vedenti (e donare il 2% dell’utile alla formazione dei paesi in via di sviluppo). Ovvero se in questo momento malati di Coronavirus o in isolamento a casa possono essere monitorati e assistiti dalle ASL romane grazie alla piattaforma ADilLife (App Covid19). O ancora se GT 50 ha potuto approfondire le potenzialità della tecnologia Blockchain e realizzare il servizio di notarizzazione documentale “Lambda Service”, cui Assintel ha conferito il premio “Associato del Mese” (Marzo 2019). E così via.

Un dato su cui riflettere è che le varie modifiche della legge originaria avevano stabilito un tetto massimo al credito di imposta di 20 milioni di euro. Ciò significa che un’Azienda poteva dichiarare costi ammissibili di R&D pari a 40 M€ (o più se già effettuava investimenti R&D negli anni 2012-2014), cioè un fatturato di 400-800 M€ — assumendo 5-10% del fatturato investito in R&D. Non sembra avere molto senso finanziare con lo stesso modello una grande azienda di fatturato 800 M€ ed una PMI da 1 M€. Una grande Azienda per sua natura sa come organizzarsi in modo autonomo nell’R&D, a differenza delle micro-PMI che hanno bisogno di supporto al riguardo. Eventuali tagli nei finanziamenti in R&D dovrebbero quindi risparmiare le PMI, a scapito di piccoli sacrifici da chiedere alle aziende medio-grandi. Tagliando a queste (specialmente se con presenze essenzialmente commerciali nel nostro Paese) anche solo il 10-15% degli incentivi avrebbe probabilmente consentito addirittura di aumentare quelli alle PMI.

Infrastrutture e sicurezza stradali

Il tema è di estrema rilevanza. Il tragico crollo del viadotto di Genova ha portato alla luce gravi carenze di monitoraggio e manutenzione sull’intera rete autostradale. Vari studi concordano su durate di vita limitate a 50-70 anni per i ponti in calcestruzzo, a causa del deterioramento dei materiali, variazioni termiche e fenomeni meteorologici estremi, terremoti, assestamenti strutturali, aumento dei carichi da traffico, vibrazioni, … che rendono le condizioni di utilizzo molto più gravose di quelle stimate in fase di progettazione. Queste a loro volta accelerano il processo di deterioramento dei materiali, imponendo un monitoraggio continuo per poter stimare lo stato di salute delle strutture ed intervenire con tempestività laddove richiesto.

Nel caso del calcestruzzo (o cemento) armato, la porosità e permeabilità dei materiali sono tra le principali cause di degradazione strutturale, non potendo impedire agli agenti aggressivi esterni di penetrare all’interno della struttura e causare formazioni di carbonati e ossidi (“carbonatazione”), che riducono le dimensioni e resistenze delle armature in ferro, compromettendone le prestazioni e la vita utile.

Il grosso delle strutture di ingegneria civile del Paese è stato realizzato tra gli anni ’60 e ’70, età pericolosamente vicina alla citata vita media di 50-70 anni, e deve resistere da decenni ad un aumento esponenziale dei carichi applicati, degradazione dei materiali e impatti degli agenti ambientali. Dovrebbe pertanto diventare obbligatoria la valutazione del risultante comportamento strutturale con moderne tecniche predittive – tipiche degli algoritmi AI (intelligenza artificiale) – in modo che i potenziali difetti possano essere rilevati nelle fasi iniziali e la sicurezza garantita mediante adeguata manutenzione mirata. Le (sole) ispezioni visive (peraltro saltuarie) non possono fornire informazioni sufficienti sulla durata della struttura, mentre un monitoraggio strutturale ICT permetterebbe di rilevare con tempestività eventuali anomalie, ottimizzando gli interventi di manutenzione e così riducendone i costi operativi.

In questo quadro la digitalizzazione è fondamentale. Miyamoto e Yabe pubblicavano già nel 2011 sul Journal of Physics considerazioni del tutto applicabili al nostro Paese, visto che anche le infrastrutture giapponesi risalgono agli anni ‘60 e ‘70. Sostanzialmente, occorre monitorare ogni ponte su base giornaliera, e decidere le necessarie azioni manutentive sulla base di priorità derivanti dalle moderne tecniche di structural health monitoring (SHM), che consentono un monitoraggio continuo e sistematico delle infrastrutture — ben più efficace delle telecamere. Grazie all’ampia disponibilità di tecnologie per la raccolta, l’archiviazione e l’analisi di dati è possibile realizzare una manutenzione predittiva (‘su condizione’) al posto di (o insieme a) quella ‘programmata’ (più costosa e meno efficace), utilizzando i continui progressi nel machine learning. Oltre ai sensori da installare in loco per il monitoraggio strutturale (integrità delle giunture, fibre ottiche nelle strutture per rilevarne le deformazioni mediante variazioni delle prestazioni elettromagnetiche, misura delle vibrazioni mediante accelerometri e altro, … ), ci sono il 5G, i droni, le tecnologie satellitari in grado di monitorare anche piccoli spostamenti delle strutture – e.g. synthetic aperture radar (SAR) -, ecc.

Per le nuove opere (“greenfield”), vanno usati nuovi strumenti di progettazione strutturale, con norme vincolanti che equiparino la prevenzione infrastrutturale alla normativa vigente per la sicurezza. Ad esempio utilizzando sinergie tra Impresa 4.0 e Intelligenza Artificiale, dalla cui unione nasce il “digital twin”, un approccio innovativo di confronto tra dati reali rilevati e sistemi di analisi, simulazione e calcolo, capace di analizzare e stimare virtualmente prestazioni reali. Il digital twin consente di costruire una copia virtuale dell’impianto reale, in grado di replicarne il funzionamento effettivo e prevederne i possibili comportamenti. Si potrebbe cioè realizzare, per ciascuna nuova opera, un modello ‘gemello’ su cui simularne i comportamenti sulla base di dati reali rilevati in situazioni analoghe – utilizzando ad esempio tecniche di supervised machine learning.

Gartner stima una crescita esponenziale dei progetti IoT che utilizzeranno “gemelli digitali” per poter testare le soluzioni prima di realizzarle effettivamente.

Un primo passo fondamentale consisterebbe nella mappatura delle infrastrutture, attraverso l’Archivio Informatico Nazionale delle Opere Pubbliche (AINOP). Il limitato numero di attori nelle infrastrutture stradali (AISCAT, ANAS, Autostrade per l’Italia, EE.LL., …) potrebbe ragionevolmente consentirne una realizzazione molto più rapida dell’analogo archivio SINFI per le reti di telecomunicazione, non ancora completato data la vasta moltitudine di player. Una tale mappatura, attraverso banche dati regionali / nazionali con anagrafiche e comportamenti delle strutture monitorate, costituirebbe un registro informatizzato delle opere civili (ad es. basato su tecnologia blockchain per il tracciamento degli interventi) che ne individui età, parametri strutturali, storico degli interventi manutentivi, stato di salute, ecc., cioè un ‘catasto’ organizzato per classi di rischi potenziali e relative priorità degli interventi manutentivi da porre in essere.

Data la criticità di tutte le nostre infrastrutture, è cruciale intervenire senza ulteriori indugi applicando moderni criteri progettuali di prevenzione strutturale basati sulle nuove tecnologie SHM e relativi algoritmi predittivi / AI, che consentano di monitorare con continuità lo stato di salute delle strutture e di conseguenza una manutenzione mirata (e non solo programmata), contribuendo più efficacemente ad impedire situazioni di crollo. Purtroppo, non si rilevano nella Legge di Bilancio interventi di rilievo ad hoc sulla manutenzione predittiva. Ciò pone ulteriore stimolo al progetto IMPREM (“Infrastructure Monitoring for Predictive Maintenance”) di Stati Generali dell’Innovazione, che mira ad approfondire la questione nel suo complesso, onde elaborare proposte concrete a livello politico-istituzionale.

Conclusioni e raccomandazioni per i decisori governativi

La Legge di Bilancio 2020 rappresenta una discontinuità rispetto al passato per l’attenzione ai temi dell’industrializzazione e sviluppo sostenibili, Innovazione tecnologica 4.0, digitalizzazione, ammodernamento delle infrastrutture, ecc. Tuttavia, andrebbero corrette con urgenza alcune carenze della Manovra (auspicabilmente nell’ambito degli stanziamenti per il ripristino delle funzionalità economiche di contrasto al Covid-19), relativamente (almeno) a (i) Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo e (ii) Monitoraggio delle Infrastrutture critiche.

Relativamente al punto (i), andrebbe ripristinata la preesistente normativa (“Destinazione Italia”) sul 50% di Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo nell’anno successivo, ri-allocando almeno 500 milioni di euro del miliardo inizialmente previsto per il corrente anno, in attesa di confermare tale normativa nella manovra 2021. Ove in precedenza l’automatismo della legge (che senza particolari vincoli, rendicontazioni e controlli concedeva l’uso compensativo del credito d’imposta) avesse dato luogo a eccessi o illegittime utilizzazioni dei fondi, sarebbero eventualmente benvenuti vincoli ex ante più stringenti e/o severi controlli ex post.

Relativamente al punto (ii) andrebbero identificati finanziamenti specifici per interventi per il monitoraggio strutturale, la manutenzione (“predittiva”) e la messa in sicurezza di infrastrutture, reti e servizi basati su ICT / intelligenza artificiale che minimizzino rischi di crolli ed eventi distruttivi – interventi valutati preliminarmente in 1-1,5 miliardi all’anno per 3-5 anni.

Un’ultima considerazione riguarda la necessità di salvaguardare l’operatività delle micro / piccole e medie imprese (PMI), vitali per il nostro tessuto produttivo ma pesantemente sotto scacco per il Coronavirus e i rischi di esistenza stessa per via delle posizioni dominanti dei grandi gruppi che sopravviveranno. Oltre al citato ristoro degli incentivi per l’R&D, è il caso di richiamare la questione dei ritardi di saldo delle fatture, che, a causa del loro limitato potere negoziale, vedono le PMI strette tra rigide scadenze fiscali e bancarie e i ritardi di pagamento dei committenti – finendo spesso col finanziare le grandi aziende con i propri debiti bancari.

Per superare questi problemi, è allo studio una piattaforma di pagamento basata su tecnologia blockchain, nella quale si potrebbero pagare servizi e/o merci fornite dalle aziende che la utilizzano per avere un credito immediato delle loro fatture elettroniche – attraverso “smart contract”. Essa potrebbe pertanto essere impiegata per la gestione dei crediti di imposta, valori economici per loro natura non monetizzabili, ma utilizzabili per il pagamento di contributi tramite F24. Su tale argomento torneremo non appena disponibili i relativi approfondimenti.

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  1. il Decreto Cura Italia prevede garanzie bancarie per un effetto leva stimato in 350 miliardi a fronte dei 25 miliardi stanziati, un enorme sforzo di ricostruzione come se si trattasse della 3a guerra mondiale
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