amministrazione digitale

Quel sogno perduto di cambiare l’Italia grazie a una PA diversa

I grandi progetti di cittadinanza digitale non hanno ancora realizzato quel sogno di trasformare l’Italia a partire dalla PA. Eppure ci sono buone pratiche ed enti che possono mostrare la via

Pubblicato il 04 Mag 2017

Alessandra Talarico

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Quel sogno perduto di cambiare l’Italia grazie a una PA diversa

I progetti per gli open data della PA, di Spid e Anpr (Anagrafe nazionale della popolazione residente) hanno seguito diversi percorsi e inciampi, nella storia della Agenda digitale italiana. Tanto che possiamo essere portati a vederli come tasselli a sé stanti di un puzzle dai confini incerti. Tuttavia è importante ricordare che, per quanto diversi, questi progetti portano con sé un sogno comune. Una promessa. Fare della PA un motore di trasformazione, rendendola- da opaca, cartacea e ingessata com’è sempre stata-  una casa di vetro che sia anche fonte di servizi e business per i cittadini e le imprese. Un sogno, si diceva. Un’utopia? Eppure non sembrava difficile. Secondo gli annunci doveva già essere tutto attuato, tutto perfettamente funzionante. E invece…

E invece ai cittadini restano (ancora) le file agli sportelli, la miriade di password, le difficoltà a recuperare informazioni che pure dovrebbero essere facilmente reperibili; alle imprese resta tanta burocrazia e tanta frustrazione.

La digitalizzazione della PA, insomma, va a rilento: mentre ancora si attendono i correttivi del CAD, il Codice dell’amministrazione digitale, quelle che dovevano essere le fondamenta della casa digitale – vedi SPID e ANPR – rischiano di sgretolarsi sotto il peso di ritardi, inefficienze, mancanza di lungimiranza, assenza di corrispondenza tra politiche centrali e locali e nell’isolamento di dipendenti pubblici lasciati ad affrontare quello che dovrebbe essere un  cambiamento epocale senza un’adeguata formazione e informazione.

Eppure, non possiamo non sottolinearlo, nonostante tutto chi lavora bene c’è. C’è chi ha voglia di fare, di svecchiare, di dare nuove opportunità ai cittadini, alle imprese, al territorio, al paese. Troppo ottimistico? No, se si guarda a quello che alcune amministrazioni stanno facendo, partendo proprio da quella che dovrebbe essere la linfa della nuova economia: i dati.

Prendiamo il caso del Trentino: grazie ad un modello federato fra i livelli provinciali e comunali delle pubbliche amministrazioni e grazie soprattutto all’impegno del Consorzio dei Comuni Trentini, ogni attore del sistema pubblico della Regione ha trovato il suo modo per partecipare al flusso di un cambiamento la cui materia prima sono i dati, il loro riuso e le soluzioni per leggerli, interpretarli, incrociarli, trovare le conoscenze, quando e dove servono.

O della Lombardia, dove il portale open data di Regione – attivato a marzo 2012 –  dispone di oltre 2.600 oggetti pubblicati; una comunità che cresce; dati di qualità che si prestano per elaborazioni e personalizzazioni. Un successo dovuto all’attenzione che l’amministrazione ha dedicato alla diffusione della conoscenza, sia sul territorio, sia attraverso la realizzazione di interventi online, ci spiega Ferdinando Germano Ferrari della Direzione Generale Presidenza Struttura Semplificazione e Digitalizzazione Regione Lombardia.

Molti altri ancora sono gli esempi virtuosi e vorremmo – ci tenteremo – raccontarli tutti, come meritano. Ma la strada da fare è ancora tanta.

Nel frattempo, basterà, come sembra essere nei progetti di AgID, una task force per portare l’Intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione per “comprendere come la diffusione di queste nuove tecniche possa incidere nella costruzione di un nuovo rapporto tra Stato e cittadini e analizzare le conseguenti implicazioni sociali relative alla creazione di ulteriori possibilità di semplificazione, informazione e interazione”? Il deep learning, ci spiega Alessio Plebe dell’università di Messina, “offrirà alle Pubbliche amministrazioni un aiuto nell’adattare le loro decisioni e il loro agire alle esigenze della cittadinanza” e nell’elaborazione di “strategie vincenti” che in soldoni permetterebbero un potenziale di risparmio in Europa intorno ai 200 miliardi di Euro (rapporto McKinsey del 2011).

Ma c’è anche chi si chiede perché non far leva, innanzitutto, non tanto sulla intelligenza umana (sappiamo bene che le tecniche di intelligenza artificiale non sono alternative o sostitutive del lavoro delle persone, ma semmai accrescono e supportano le capacità analitiche e decisionali dell’uomo), bensì della “motivazione” umana. Quella di chi – nello specifico – nella Pubblica amministrazione ci lavora e non può trasformarsi come vorrebbe o potrebbe fare in “technology evangelist”, portatore e promotore del cambiamento digitale. Perché non si è pensato che forse, per accompagnare e accelerare l’innovazione digitale sarebbe stato importante anche formare e informare prima di tutto i dipendenti pubblici?

“Dedicare dei momenti di formazione ma soprattutto di informazione ai dipendenti della PA”, che sono innanzitutto cittadini, “…è una delle chiavi per motivare e diffondere la conoscenza di strumenti che possono realmente rendere la vita di tutti più semplice”, Spid in primis,  spiega Christian Tosolin, del Centro di Competenze di Compa fvg.

Come dargli torto?

Da questi casi traiamo una importante lezione: ben vengano gli sforzi per rafforzare le performance delle Pubbliche amministrazioni con l’Intelligenza artificiale, ma nel frattempo cerchiamo di puntare anche sulla comunicazione – tra i territori per lo scambio di buone pratiche, tra i vari livelli amministrativi e politici per costruire le riforme in maniera partecipata e condivisa – sulla formazione dei dipendenti pubblici e sulla loro motivazione a essere i primi agenti del cambiamento. A ben vedere, chi lo ha fatto ora festeggia coi risultati.

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