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AGID

Mochi: “La PA si apra alla ‘Governance collaborativa’ per attuare il piano triennale”

Bene il piano triennale, ma ora apriamo le stanze della PA. Per governare la trasformazione digitale, la PA deve condividerla. Collaborare con tutte le parti. Creare luoghi di confronto tra tutte le parti in causa, cittadini e imprese compresi. Ecco cosa c’è e cosa manca nel nuovo piano Agid

20 Mar 2019

Carlo Mochi Sismondi

FPA


Il recente piano triennale 2019-2021 elaborato da AgID, in collaborazione con il Team Digitale della Presidenza del Consiglio, non è solo un necessario aggiornamento del precedente piano 2017-2019, ma si propone anche di rafforzare la sua funzione di strumento di accompagnamento alle amministrazioni nel percorso verso la transizione al digitale.

Da questo punto di vista particolarmente significativo è il cap. 11 del Piano, dedicato a “Governare la trasformazione digitale”.

In questo capitolo, che costituisce in un qualche modo una summa dei capitoli precedenti sulle componenti del Sistema Informativo della PA, l’enfasi è sui principi guida per governare l’innovazione e sulle necessarie alleanze tra centro e territorio.

I quattro pilastri per governare la trasformazione digitale

Quattro sono i concetti-pillar, del tutto condivisibili, su cui appoggiare tutta la strategia:

  • lo sforzo continuo alla maggiore semplificazione possibile, rendere quindi le amministrazioni “veloci e vicine”, come recitava un nostro slogan di tanti anni fa;
  • la necessità di ripensare i processi per non digitalizzare l’esistente;
  • il ruolo di coordinamento che deve assumere il “responsabile della transizione al digitale”;
  • infine l’ineludibile obbligo a rafforzare le competenze, in primis delle stesse PA, ma anche dei cittadini e delle imprese che, specie le medio-piccole, soffrono di un grave divide di cultura digitale.

Governance collaborativa e progettazione partecipata

Se su questi aspetti non possiamo che convenire, auspicando un impegno maggiore perché i principi si tramutino in azioni, molto debole mi pare ancora la riflessione sulle necessarie sinergie ed alleanze, che il documento mette in evidenza solo dal punto di vista del “coordinamento sul territorio”. Il rischio è che sfugga, nell’individuazione della strategia di governance, quel principio guida che noi di Forum PA chiamiamo della “governance collaborativa”.

Le amministrazioni pubbliche, centrali e locali, devono abbandonare l’illusione di poter elaborare l’innovazione “in proprio” e devono abbracciare una logica che porti dentro i processi d’innovazione il contributo di tutti i diversi attori pubblici, privati, ma anche di cittadinanza organizzata e del non profit, e li impegni nella progettazione e nella gestione dei servizi avanzati.

La governance collaborativa può essere perseguita solo attraverso una promozione delle reti e delle connessioni sociali che determini processi di progettazione partecipata.

Grazie ad un uso sapiente delle tecnologie si può realizzare una piattaforma che metta insieme tutti gli attori facendo così nascere una PA abilitante che sia una “casa aperta” di processi, di informazioni e di dati prodotti dai diversi attori.

Una PA collaborativa, dunque, che abiliti una trasformazione digitale condivisa, realmente indirizzata allo sviluppo equo e sostenibile, abbracciando così il paradigma della “open innovation”.

Un necessario cambio di mentalità

Cosa vuol dire questo nella pratica quotidiana dell’innovazione? Io credo che sia necessario istituire e far funzionare luoghi di incontro e confronto tra amministrazioni centrali, amministrazioni territoriali, imprese di ICT e di servizi avanzati, mondo della ricerca, associazioni di cittadini e di imprese.

Non sto pensando ad un ennesimo tavolo di concertazione o ad un nuovo comitato di indirizzo che venga vissuto come un ulteriore adempimento, ma a veri laboratori di lavoro comune (o “cantieri” come li chiamiamo noi), promossi da soggetti pubblici o privati, che si incontrino su sfide definite e delimitate per produrre soluzioni condivise.

In particolare, per quanto riguarda la tanto sbandierata Partnership-Pubblico-Privato, è chiaro che questo approccio, che diviene un necessario passaggio perché i nuovi strumenti di procurement d’innovazione non restino solo sulla carta, richiede prima di tutto un cambio di mentalità.

Abbattere le barriere tra imprese private e pubblico

E’ necessario abbattere la barriera che, per una malintesa e, come ampiamente dimostrato, del tutto inutile cautela anticorruzione, separa ora le imprese private al mondo pubblico. Una separazione che penalizza in particolare quelle più smart e innovative, ma che possono vantare meno “storia” nella PA.

Gli unici ponti restano le “gare”, in genere ancora espletate in forma “classica”, evitando sia dialoghi competitivi che pre-commercial procurement. E che le gare non siano sempre veicoli d’innovazione è sotto gli occhi di tutti.

Un cambio di punto di vista è necessario poi anche quando nel piano si parla di rapporti tra le amministrazioni pubbliche e i cittadini: la parola “cittadini” è presente oltre 150 volte nel piano, ma in quasi tutte le occorrenze (forse con le uniche eccezioni importanti parlando di interoperabilità e di ruolo dei responsabili della transizione digitale) i cittadini sono indicati come destinatari di servizi e quindi come portatori di bisogni da soddisfare. Ma i cittadini sono, e devono essere considerati, anche portatori di saperi e di soluzioni, secondo quel principio di collaborazione che costituisce l’indispensabile terza gamba dell’open government, accanto a trasparenza e partecipazione. Cosa vuol dire in pratica? che i servizi vanno co-disegnati con i cittadini, che i processi di ascolto vanno potenziati, che il dialogo deve essere a due vie.

Insomma, bene il piano triennale, ma ora apriamo le stanze della PA e facciamola respirare nella comunità nazionale.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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