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digitalizzazione

Non solo Desi: anche i Digital Maturity Indexes mostrano un’Italia in affanno

I risultati forniti dal Digital Maturity Indexes, un framework più completo e preciso del DESI per misurare la trasformazione digitale sulla base di dati più aggiornati e dare indicazioni utili ai policy maker, indicano che l’Italia fatica a valorizzare gli investimenti fatti in digitalizzazione. Vediamo i dettagli

31 Gen 2019

Luca Gastaldi

Direttore dell'Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano

Pietro Trabacchi

Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano


Per prendere decisioni consapevoli in tema di Agenda Digitale è necessario essere a conoscenza dell’effettivo stato di digitalizzazione dell’Italia e dei gap che ci separano dagli altri Paesi europei. Il DESI rappresenta uno strumento estremamente utile per un primo confronto. Affidandosi esclusivamente ad esso, tuttavia, si rischia di fare valutazioni distorte e di faticare nella definizione di roadmap di miglioramento. 

Non tutti i limiti del DESI possono essere corretti. Tuttavia, su alcuni di essi è possibile agire. In questo spirito l’Osservatorio Agenda digitale del Politecnico di Milano ha continuato a lavorare ai Digital Maturity Indexes (DMI), un framework di indicatori più completo e preciso del DESI per misurare la trasformazione digitale dei vari Paesi, essere meno esposti al mancato aggiornamento di alcuni dati e dare indicazioni utili ai policy maker.

I limiti del DESI

Il DESI ha alcuni limiti, che impediscono di usarlo per chi, come l’Italia, ha bisogno di comprendere in quali aree investire per migliorare il proprio livello di digitalizzazione. 

  • Completezza degli indicatori: non sono misurate alcune aree chiave per la digitalizzazione dei Paesi, come ad esempio quelle relative alla ricerca e sviluppo in tecnologie digitali. Allo stesso modo esistono ambiti non contemplati nelle attuali aree del DESI, uno su tutti quello relativo alla sicurezza informatica delle imprese (che dovrebbe ricadere nell’area integrazione delle tecnologie digitali).
  • Mancato aggiornamento di alcuni dati: nella versione del DESI 2018 i dati relativi ad alcuni indicatori (ad esempio la percentuale di laureati STEM) sono aggiornati al 2015 invece che al 2017. Questo rende difficile interpretare il posizionamento dell’Italia su alcune aree, come ad esempio quella relativa al capitale umano, composta da pochi indicatori per lo più non aggiornati.
  • Orientamento al policy making: l’indice non distingue tra fattori abilitanti (ad esempio la copertura delle abitazioni con banda larga a 100 Mbps) e risultati ottenuti (ad esempio la percentuale di abitazioni che effettivamente utilizza banda larga a 100 Mbps), annegandoli in un’unica area (in questo caso la connettività). Inoltre, non sono specificate le eventuali correlazioni/causalità tra diversi indicatori.

Il Digital Maturity Indexes (DMI)

Il DMI raccoglie 120 indicatori, inclusi i 34 usati dal DESI, raggruppandoli in 4 aree chiave per l’attuazione dell’Agenda Digitale:

  • Infrastrutture: diffusione e utilizzo di banda larga e altre infrastrutture chiave come ad esempio il cloud;
  • PA: diffusione e utilizzo di servizi di eGovernment;
  • Cittadini: diffusione e utilizzo di strumenti digitali/internet e competenze digitali;
  • Imprese: diffusione e utilizzo di tecnologie digitali nei processi di produzione e vendita di prodotti e servizi.

Per ciascuna area sono state individuate due sotto-aree:

  • Fattori abilitanti: per misurare gli sforzi e gli investimenti fatti per rendere più digitale l’area;
  • Risultati ottenuti: per monitorare l’esito di tali iniziative di digitalizzazione.

Per ogni Paese europeo abbiamo raccolto da diverse fonti i dati dal 2010 al 2017 con riferimento a tutti gli indicatori in tabella. Con questa ricchezza di dati e con una solida struttura per la loro interpretazione è possibile supportare più chiaramente le azioni dei policy maker in materia di digitale.

La posizione dell’Italia nel DMI

Secondo gli ultimi dati disponibili (riferiti al 2017), l’Italia è 22esima su 28 Paesi europei per sforzi fatti nell’attuazione della propria Agenda Digitale e 25esima per risultati raggiunti. Nel 2017 abbiamo registrato una performance sotto la media europea sia sui fattori abilitanti (22esimi su 28 Paesi europei, con un punteggio di 52,5 su 100 contro una media europea pari a 61,6) sia sui risultati ottenuti (25esimi, con un punteggio di 36,4 contro una media europea pari a 46,9). Non stupisce: anni di miopia e mancati investimenti in innovazione digitale avevano creato una situazione così critica che, nonostante l’impegno degli ultimi anni, non si poteva pretendere di ribaltarla in poco tempo. Inoltre, gli altri Paesi non stanno a guardare e stanno provando, come il nostro, a cogliere i benefici della trasformazione digitale.

La nostra distanza dal punteggio medio europeo si sta riducendo sostanzialmente solo per alcuni fattori abilitanti (ad esempio, nell’area PA, siamo passati da –5,5 punti dalla media europea del 2013 a –0,7 del 2017) mentre – tranne che nell’area imprese – per i risultati ottenuti manteniamo i nostri gap o li aumentiamo.

In altre parole, sembra che il nostro Paese fatichi a valorizzare gli investimenti fatti in digitalizzazione. Certamente è necessario del tempo perché questi maturino i loro frutti. Sarebbe tuttavia opportuno pianificare delle iniziative volte a incrementare l’effettivo utilizzo delle tecnologie digitali da parte di PA, cittadini e imprese perché abbiamo dimostrato l’esistenza di una correlazione tra i risultati ottenuti sui DMI e il benessere di un Paese (misurato sia in termini economici che sociali). Tranne la Polonia, sostanzialmente nella nostra situazione, gli altri Paesi simili al nostro (Spagna, Francia, Germania e Regno Unito) sono posizionati significativamente meglio sia sul fronte della digitalizzazione che su quello del proprio benessere.

Oltre alle analisi complessive, è interessante analizzare anche la posizione del nostro Paese relativamente a fattori abilitanti e risultati ottenuti nelle aree e negli ambiti che costituiscono i DMI.

Infrastrutture

Le infrastrutture di rete rappresentano un ambito in cui è stato investito molto negli scorsi anni. Grazie al Piano Banda Ultra Larga (BUL) la banda larga fissa di base ha ormai raggiunto la quasi totalità degli italiani (99% delle abitazioni contro una media europea pari al 97%), in particolare con anche una buona copertura delle aree rurali (95% delle abitazioni contro una media europea del 92%). Siamo poi sostanzialmente allineati al resto d’Europa per copertura di reti mobili. Nel 2017, infatti:

  • il 3G a protocollo avanzato copriva il 99,4% del nostro Paese, 1,5 punti percentuali sopra la media europea;
  • il 4G ne copriva l’88,7%, 2,1 punti percentuali sotto la media europea (il nostro valore è però calcolato come media delle coperture dei singoli operatori e pertanto non pienamente attendibile);

Rimaniamo invece molto indietro sulla copertura a oltre 100 Mbps (22% delle abitazioni coperte contro il 58% della media europea). Questo dato è tuttavia influenzato dalla mancanza della tecnologia cavo in Italia. Confrontando infatti i valori di copertura Fiber to the Premises, la differenza è decisamente inferiore: 22% dell’Italia contro il 27% della media europea. Più in generale, se abbiamo recuperato la nostra distanza dalla media europea per le infrastrutture di base (15esimi in Europa, con un punteggio pari a 52,9 su 100 contro una media di 58) siamo ancora terz’ultimi per investimenti in infrastrutture avanzate (non solo la banda a oltre 100 Mbps ma anche, ad esempio, la crittografia dei server e gli investimenti in cloud pubblico). È necessario confermare e anzi incrementare gli investimenti infrastrutturali per non perdere le posizioni guadagnate con fatica negli ultimi anni.

Se sui fattori abilitanti l’area infrastrutture presenta luci e ombre, sui risultati finora ottenuti in quest’area l’Italia è significativamente sotto la media europea e molto prossima al peggior Paese in Europa (la Bulgaria). Gli indicatori dei DMI consentono di approfondire il nostro risultato. Per esempio, nel 2017:

  • solo il 12% delle abitazioni italiane utilizzava una connessione oltre i 30 Mbps: siamo terz’ultimi in Europa, che ha una media (34%) quasi 3 volte superiore alla nostra;
  • solo il 22% delle imprese italiane utilizzava una connessione oltre i 30 Mbps: in questo caso siamo penultimi e ancora una volta decisamente lontani dalla media europea, pari al 38%.

L’interpretazione di questi numeri deve tener conto del fatto che la copertura di reti oltre i 30 Mbps ha ricevuto un forte impulso solo recentemente (dal 41% delle abitazioni coperte nel 2015 al 72% nel 2016 e all’87% nel 2017, superando quindi la media europea) e che esiste un gap temporale fisiologico tra il momento in cui l’infrastruttura è pronta e quello in cui avviene il processo di sottoscrizione e migrazione di linee a maggior velocità da parte degli utenti. Le dinamiche di copertura e utilizzo registrate negli altri Paesi fanno ben sperare per il futuro ma è necessario incentivare adeguatamente l’utilizzo delle infrastrutture per non vanificare gli investimenti fatti.

Pubbliche Amministrazioni

Grazie al lavoro di AgID e del Team digitale, l’area PA è quella in cui siamo più vicini alla media europea per sforzi di digitalizzazione fatti. Miglioriamo in particolare con riferimento ai servizi pubblici digitali offerti (da 16esimi in Europa nel 2016 a 15esimi nel 2017, con un punteggio pari a 66,3 su 100 contro una media europea di 66,5). Più nel dettaglio, hanno inciso positivamente il forte avanzamento sul fronte degli open data e la gestione digitale di tutte le fasi dei nostri processi di giustizia amministrativa, che ci ha posizionato tra i migliori Paesi europei sul Court Automation Index della Banca mondiale.

È probabile che nella prossima versione dei DMI si registrino ulteriori miglioramenti sui fattori abilitanti la digitalizzazione della PA, visto il focus che il Team Digitale e AgID hanno mantenuto per tutto il 2018 su questo fronte. Come per l’area infrastrutture, tuttavia, anche per l’area PA è necessario complementare tali sforzi con qualche azione volta a tradurli il più velocemente possibile in risultati concreti. L’Italia è infatti 20esima in Europa per risultati raggiunti sul fronte della trasformazione digitale in ambito pubblico.

Incidono negativamente su tale risultato i seguenti fattori:

  • la scarsa percentuale di individui che recuperano sui siti delle PA moduli da compilare (solo il 34% degli italiani l’ha fatto, contro una media europea del 58% e il 96% degli estoni, i migliori su questa dimensione);
  • l’ugualmente scarsa percentuale di individui che spediscono digitalmente tali moduli alle PA di competenza (solo il 30% dei nostri cittadini; in Europa tale percentuale è pari al 58% e in Estonia al 96%);
  • la percentuale di individui che hanno ricevuto un rimborso per almeno una spesa pubblica[1] senza doversi recare a uno sportello (il 76% degli italiani contro l’80% degli europei e il 95% degli estoni);
  • la percentuale di individui che ha preso parte a consultazioni pubbliche per indirizzare questioni civiche o politiche (il 6% degli italiani contro l’8% degli europei);
  • la scarsa percezione di efficacia dei servizi pubblici italiani (in questo caso l’Italia si piazza 24esima, con un punteggio pari a 26,8 su 100 contro una media europea pari a 45,7).

Cittadini

Se per infrastrutture e digitalizzazione della PA i nostri sforzi sono simili a quelli fatti nel resto d’Europa ma i risultati stentano ad arrivare, nell’area della cittadinanza digitale siamo molto indietro rispetto alla media europea, sia con riferimento ai fattori abilitanti che ai risultati ottenuti.

Con riferimento ai fattori abilitanti, i DMI consentono di approfondire i problemi legati alle competenze digitali certificati anche dal DESI. Anche se i dati sono aggiornati al 2016, è utile sapere che:

  • siamo terzultimi in Europa per capacità di gestire file e informazioni digitali (solo il 60% degli italiani lo sa fare contro il 77% degli europei) e per capacità di identificare online risorse digitali con cui rispondere alle nostre necessità (solo il 58% degli italiani lo sa fare contro il 74% degli europei);
  • non abbiamo problemi di comunicazione e collaborazione in ambienti digitali (il 91% degli italiani lo sa fare contro una media europea pari al 94%);
  • fatichiamo a produrre contenuti digitali (solo il 48% degli italiani sa creare o modificare contenuti digitali, integrando e rielaborando conoscenza e contenuti pregressi; il 59% degli europei lo sa fare).

Non bastano tuttavia adeguate competenze a rendere più digitali i nostri cittadini. Se il DESI si focalizza solo su queste, il DMI considera anche altri fattori abilitanti che forniscono un quadro più ricco del tema. Ad esempio, è importante sottolineare che siamo tra i peggiori in Europa per diffusione di dispositivi digitali: solo il 73% delle abitazioni italiane possiede almeno un PC contro una media europea dell’84%.

Sul fronte dei risultati ottenuti perdiamo una posizione in Europa. Più nel dettaglio:

  • solo il 68% degli italiani usa internet tutti i giorni contro il 70% degli europei e il 91% dei danesi (i migliori in tutta Europa su questo fronte);
  • solo il 13% degli italiani ha cercato lavoro tramite internet contro il 17% degli europei e il 29% dei finlandesi;
  • solo il 23% degli italiani ha usato servizi di storage online contro il 30% degli europei e il 57% dei danesi;
  • siamo sopra la media europea (pari all’82%) per percentuali di individui che hanno effettuato almeno un pagamento digitale (l’86% degli utenti internet italiani).

Imprese

Questa è l’unica area dei DMI in cui siamo sostanzialmente allineati, anche se leggermente sotto, alla media europea, sia per sforzi di digitalizzazione fatti sia per risultati ottenuti. Tali posizionamenti sono probabilmente frutto dei piani Industria 4.0, lanciato nel settembre 2016, e Impresa 4.0, lanciato nel settembre 2017. I piani hanno rappresentato uno shock positivo per la manifattura italiana, consentendo di rendere le nostre imprese più competitive sul panorama internazionale.

Nonostante i tanti investimenti fatti nel 2017, rispetto al 2016 manteniamo la nostra 22esima posizione in Europa sui fattori abilitanti la digitalizzazione delle imprese e perdiamo 2 posizioni sui risultati ottenuti. La ragione è molto semplice: tutti i Paesi europei stanno investendo massicciamente nella digitalizzazione delle loro imprese e molti di loro sono partiti prima di noi in questa direzione. Ancora una volta l’Italia sconta miopie e ritardi che, ad onore della cronaca, ha saputo recuperare in poco tempo. È importante mantenere alta l’attenzione su questi temi e potenziare le iniziative in atto.

Con riferimento ai fattori abilitanti la trasformazione digitale delle imprese segnaliamo che:

  • solo il 16% delle nostre imprese impiega specialisti in tecnologie digitali; la media europea è pari al 19%, lo stesso valore registrato in Germania (l’altro Paese che come il nostro ha una forte vocazione industriale);
  • solo il 2,6% dei lavoratori dipendenti italiani possiede competenze digitali specialistiche; la media europea è pari al 3,7%, lo stesso valore registrato dalla Germania;
  • solo il 13% delle imprese italiane ha proposto al proprio personale piani di formazione e sviluppo di competenze digitali; la media europea è pari al 21% e in Germania tale cifra sale al 28%;
  • solo il 20% dei lavoratori dipendenti italiani possiede un dispositivo portatile fornito dalla propria azienda; siamo in questo caso allineati alla Germania (19%) ma la media europea è pari al 23% e sconta Paesi come l’Irlanda (50%) a minor vocazione industriale del nostro e più orientati alla vendita di servizi.

Con riferimento ai risultati ottenuti segnaliamo che:

  • solo il 5% delle imprese italiane effettua almeno il 10% delle proprie vendite grazie a canali digitali; la media europea è pari del 7% ed è inferiore alla Germania, che registra un valore pari al 10%;
  • solo il 43% delle nostre imprese effettua con regolarità acquisti tramite canali digitali; in Europa tale percentuale sale al 45% e in Germania arriva al 56%;
  • solo l’11% delle imprese del nostro Paese effettua collaborazioni strutturate di filiera esclusivamente tramite canali digitali; tale valore cresce al 18% in Europa e al 30% in Germania.

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  1. I rimborsi fanno riferimento a spese mediche, in educazione, contributi di disoccupazione, sussidi, ecc.

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