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PA digitale al ralenti, Giordano (Anci): “Cosa possono fare i Comuni per accelerare”

Lo stato di attuazione dell’Agenda digitale italiana è in forte ritardo, sia a livello centrale, sia a livello locale dove ha pesato la mancanza di specifiche misure di accompagnamento, di competenze e di risorse. Non mancano comunque le note positive e i Comuni sono pronti a fare la propria parte per invertire la rotta

17 Gen 2020
Sergio Giordani

Sindaco di Padova e Delegato ANCI a Innovazione e attività produttive

digital-city

A livello di PA locale la transizione digitale continua a non venire approcciata in maniera organica, ma in modo episodico. Le grandi priorità nazionali, quali l’Anagrafe della Popolazione Residente o l’identità Digitale SPID, prerequisito dell’attuazione di un’Agenda Digitale Italiana integrata, hanno scontato il fatto di non essere state precedute da un’attenta analisi del contesto operativo di riferimento prima della definizione del percorso legislativo di riforma, cosa che ha rallentato molto la fase esecutiva.

Qualcosa è però possibile fare per una svolta, già da quest’anno.

Le priorità per il digitale nelle PA locali

È cruciale innescare un processo di contaminazione e supporto tra Pubbliche Amministrazioni per poter garantire una diffusione omogenea ed effettiva dell’innovazione nei territori: prendere spunto dai modelli efficaci che sono già operativi, divulgarli e supportare le amministrazioni attraverso l’aggregazione territoriale sono i passaggi chiave per integrare anche i Comuni in condizioni di maggiore fragilità, sia in termini di competenza, sia di risorse. In questo senso, prendendo spunto dalle linee di intervento individuate nel Piano Triennale per l’Informatica nella PA per il coordinamento sul territorio abbiamo iniziato da mesi un lavoro con AGID – che speriamo possa continuare anche con il nuovo assetto dell’ente – per la definizione di una collaborazione istituzionale che possa valorizzare il ruolo di alcune città medie in un’ottica di funzione di servizio ai Comuni limitrofi e cominciare a sperimentare i cosiddetti Laboratori digitali per i territori a partire dai piccoli Comuni.

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L’idea di sperimentare il Servizio Civile digitale indicata nel Piano per supportare gli enti che non hanno a disposizione personale con competenze adeguate, sia per la formazione, sia per un servizio di assistenza, è innovativa e può coadiuvare altre iniziative più strutturate in quei territori più ai margini, laddove un ritorno poco significativo potrebbe disincentivare gli investimenti in formazione e reclutamento di personale qualificato, prediligendo altri settori. Perché va sempre ricordato che il nostro Paese si caratterizza per le dimensioni contenute della maggioranza dei suoi Comuni, ed anche delle imprese che costituiscono il suo tessuto produttivo: bisogna quindi imparare a coniugare in base a questa realtà i grandi obiettivi strategici dell’innovazione.

Si tratta di un quadro di azione che crediamo sia coerente con il Piano per l’innovazione e la digitalizzazione del Ministro Pisano, sul quale siamo pronti da subito al confronto con il Governo nella convinzione che i Comuni possano giocare un ruolo decisivo.

Attenzione ancora alta sulle infrastrutture

L’attenzione sull’eliminazione del digital divide e sul potenziamento delle infrastrutture digitali esistenti va mantenuta alta, perché è in gioco la competitività dei territori e la soddisfazione dei diritti di cittadinanza di tutti.

Il Piano banda ultra larga è in ritardo, ma rimane una politica di sviluppo strategica che non solo va portata a termine, ma va anche potenziata per evitare nuovi squilibri in termini di offerta. Bisogna dunque far partire al più presto gli interventi sulle aree grigie e sullo sviluppo alla domanda, che chiediamo vengano impostati con intensità differenziata fra i territori per garantire che sviluppino la propria efficacia anche in quelli caratterizzati da domanda più debole. Sugli interventi nelle aree bianche vanno date indicazioni chiare ai Comuni su due aspetti fondamentali: i tempi di realizzazione dei cantieri e le modalità di attivazione dei servizi. Per far questo non servono ulteriori interventi normativi, quanto piuttosto una relazione franca e trasparente fra concessionario ed Enti locali, affinché questi ultimi possano dare risposte certe ai propri cittadini e attivare il tessuto produttivo locale in ottica di sviluppo e utilizzo dei servizi.

Sul 5G siamo stati chiari: al netto delle decisioni sui player industriali che devono sviluppare questa infrastruttura, per le quali ci rimettiamo ovviamente alle scelte che verranno prese dal Governo e dal Parlamento, i Comuni devono farsi parte attiva nello sviluppo di questa tecnologia, che ha le potenzialità per rendere disponibili servizi molto importanti per tutti i territori, siano essi quelli delle grandi città o dei piccoli centri. Per far questo, però, è necessario che i Sindaci siano messi in grado, attraverso delle informazioni chiare e scientificamente robuste fornite delle autorità competenti, di far comprendere ai propri cittadini le potenzialità del 5G in termini di servizi e di rassicurarli sulla sua compatibilità rispetto ai limiti di esposizione all’elettromagnetismo, che come sappiamo rappresenta una preoccupazione per molti.

L’ANCI supporta quotidianamente i Comuni affinché possano svolgere la propria azione amministrativa sul tema in maniera informata e motivata ma, visto anche l’aumento del numero di installazioni che il 5G comporterà, è probabilmente arrivato il momento di rimettere ordine alla normativa che disciplina la potestà comunale rispetto alla localizzazione degli impianti.

E supportiamo gli strumenti innovativi di appalto

La partnership pubblico privata rimane una modalità chiave per le Pubbliche Amministrazioni, specie per i Comuni, per poter attuare interventi innovativi di servizio sul proprio territorio. In quest’ambito, ormai da alcuni anni, si sono sviluppati ulteriori strumenti amministrativi che favoriscono lo sviluppo di servizi più corrispondenti alle reali esigenze della comunità e degli enti: penso agli appalti pre-commerciali, al dialogo precompetitivo e a tutte quelle nuove forme di relazione con il mercato che, in alcuni ambiti, potrebbero snellire le procedure di acquisizione di servizi innovativi da parte degli Enti locali. Affinché questi strumenti vengano utilizzati in maniera diffusa da un numero ampio di amministrazioni, è necessario supportare la formazione del personale degli uffici appalti e gare dei Comuni e promuovere lo scambio di pratiche, affinché entrino realmente nella prassi amministrativa e non rimangano appannaggio di pochi Enti sperimentatori.

Già dall’indagine conoscitiva del 2017 sullo stato di attuazione dell’Agenda Digitale Italiana svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni emergeva che, a fronte di un quadro normativo sufficientemente maturo, lo stato attuativo risultava essere in forte ritardo, sia a livello centrale, sia a livello locale dove la mancanza di specifiche misure di accompagnamento, di competenze e di risorse di supporto aveva impedito agli enti di progredire verso le nuove sfide digitali nei tempi e nei modi previsti.

Le note positive

Su singoli aspetti, comunque, già ora le note positive non mancano. Se analizziamo i dati relativi all’attuazione di alcuni dei progetti strategici nazionali, notiamo infatti un trend positivo, in continuo miglioramento: nell’Anagrafe Nazionale sono ormai oltre 5.000 i Comuni subentrati. Dopo una partenza stentata, ora il progetto è a buon punto: è quindi necessario riprendere rapidamente la realizzazione della seconda fase che vede al centro lo stato civile digitale. Quando sarà a regime, l’Anagrafe nazionale rappresenterà un punto focale per tutta la Pubblica Amministrazione e una semplificazione per i cittadini e gli stessi Comuni.

Tutti i Comuni italiani sono dotati di almeno una postazione per l’emissione della Carta d’Identità Elettronica e i tempi per ottenere un appuntamento per la richiesta del documento si sono sensibilmente ridotti anche nei Comuni più grandi, che fino a poco tempo fa soffrivano per difficoltà organizzative ad entrare a regime. Abbiamo già emesso 13 milioni di CIE e sono circa 5 milioni le Identità digitali SPID rilasciate, per cui il bacino di potenziali utenti abilitati è in aumento.

Il numero crescente di identità digitali per l’accesso ai servizi in rete (CIE più SPID) crea le condizioni affinché la domanda aumenti: è pertanto necessario investire, a tutti i livelli, per creare un’offerta di servizi facilmente accessibili e realmente utili a cittadini ed imprese. Perché se l’offerta di servizi pubblici digitali non è poi così in ritardo, altrettanto non si può dire per la domanda, che sembra ancora scontare un ritardo di tipo culturale.

Resta il problema dell’asimmetria territoriale e l’approccio proposto può essere una via congeniale per affrontarlo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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